Dalla scena del parto in "Nine Months – Imprevisti d'amore" (1995) con Hugh Grant e Julianne Moore
  • Scienza
  • domenica 11 dicembre 2016

La realtà virtuale è un’alternativa all’anestesia epidurale?

È stata testata su una paziente americana, che ha guardato spiagge e cascate in un visore durante il travaglio: dice che ha funzionato

Dalla scena del parto in "Nine Months – Imprevisti d'amore" (1995) con Hugh Grant e Julianne Moore

All’Orange Regional Medical Center di Middletown, nello stato di New York, una donna ha passato i dolorosi momenti precedenti al parto guardando delle immagini in un visore per la realtà virtuale, invece che facendosi somministrare un farmaco antidolorifico. La donna si chiama Erin Martucci, mentre il suo ginecologo, che le ha proposto di provare questo rimedio sperimentale contro il dolore, si chiama Ralph Anderson. Prima di Martucci nessun’altra donna aveva testato la procedura studiata da Anderson per trattare in modo alternativo il travaglio. Il Guardian ha raccontato che la donna ha continuato a guardare spiagge e ad ascoltare i suoni di una cascata fino al momento in cui Anderson e i suoi famigliari le hanno detto di spingere, perché sua figlia stava per nascere. Sentiva le contrazioni, ma ha detto che quando è arrivato il momento del parto non si era resa conto che fosse passato tanto tempo.

Martucci era incinta della sua seconda figlia e non voleva farsi fare l’anestesia epidurale, cioè quella fatta con l’iniezione di farmaci nella colonna vertebrale, e per questo ha accettato di provare la realtà virtuale. L’epidurale che viene fatta durante i parti naturali non toglie sensibilità alla parte inferiore del corpo, ma allevia i dolori del travaglio: molte donne che partoriscono in modo naturale – cioè senza l’intervento chirurgico del taglio cesareo – chiede questo tipo di anestesia, che viene somministrata con una procedura sicura e che presenta rischi molto ridotti.

Il visore usato da Martucci è prodotto dalla società AppliedVR, che collabora anche con l’ospedale di Los Angeles, il Cedars-Sinai Medical Center, per studiare i modi in cui la realtà virtuale potrebbe essere usata contro i dolori acuti, in vari ambiti. Guardando le immagini nel visore, che li “portano” in un diverso ambiente sensoriale, i pazienti si distraggono e percepiscono meno il dolore: in uno studio i cui risultati sono stati pubblicati nel 2015 sulla rivista medica Psychology of Consciousness, è emerso che l’82 per cento degli adulti a cui è stato fatto usare un visore per la realtà virtuale mentre stavano sentendo un forte dolore ha detto di averne tratto beneficio. Il metodo sembra essere meno efficace sui bambini, e non si sa ancora se potrebbe essere utile anche a chi è affetto da dolori cronici e persistenti. In alcuni ospedali i visori vengono usati anche per far allenare i chirurghi che devono prepararsi agli interventi.

Prima di proporre l’uso del visore a Martucci, Anderson aveva già provato la tecnica su alcune sue pazienti che dovevano sottoporsi a interventi chirurgici meno delicati, come biopsie al collo dell’utero, sia prima che durante le operazioni. Secondo Anderson, nel caso delle donne che partoriscono la realtà virtuale può distrarre dal dolore, ma anche aiutarle a tenere gli occhi aperti e concentrarsi sulla respirazione: mentre guardava spiagge e cascate, Martucci sentiva una voce che le spiegava come respirare. Perché il sistema funzioni comunque le pazienti devono essere motivate e non aver paura del dolore; inoltre il visore deve essere indossato al momento giusto, prima che il dolore diventi troppo intenso, altrimenti è difficile che la partoriente riesca a distrarsi.

Se si dimostrasse un sistema davvero efficace, la realtà virtuale potrebbe essere usata per permettere alle donne di partorire in modo naturale senza assumere farmaci antidolorifici e quindi partecipando pienamente al parto: per questa ragione sono soprattutto i sostenitori del parto naturale contro il cesareo – in molti paesi, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, le donne possono chiedere di partorire con il cesareo anche senza che ci siano ragioni terapeutiche – a essere interessati alla realtà virtuale. Tuttavia, secondo l’ostetrica belga Beatrijs Smulders, autrice del libro Guida completa alla gravidanza sicura e serena, la distrazione causata dalla realtà virtuale potrebbe essere controproducente: per la sua esperienza – ha assistito a più di quattromila nascite in quarant’anni di lavoro – quando una partoriente si distrae, il parto viene inibito. Un eccesso di stimoli durante il parto può causare la produzione del cortisolo, l’ormone dello stress, che inibisce altri ormoni che servono al corpo per portare a compimento il parto: ossitocina, endorfine e prolattina. Per Smulders una donna in travaglio ha bisogno di spazi non troppo luminosi e silenziosi, dove potersi concentrare sul proprio corpo per partorire più facilmente.

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