Come si fabbricano i libri

Cioè tutto quello che fanno i tipografi per trasformare, nel giro di un mese, il testo approvato da un editore nel volume che terremo in mano

(AP Photo)

Tra la consegna del testo definitivo da parte dell’editore e il momento in cui ricompare magicamente in libreria sotto forma di libro trascorre mediamente un mese, o poco di più. È una fase cruciale, ma in pochi ne sanno qualcosa. Gli intellettuali tendono a tenersi lontani dai dettagli pratici, e così, oggi, soltanto i più anziani tra gli scrittori, gli editor, i redattori, i direttori editoriali e gli editori hanno qualche cognizione degli elaborati passaggi necessari a realizzare concretamente il frutto del loro lavoro. Nelle grande case editrici questa fase è gestita da un ufficio tecnico, che fa da collegamento tra il momento della scrittura e quello della stampa e confezione, in quelle più piccole di solito è data in outsourcing, a stampatori esterni che consegnano il libro finito. Per contenere i costi spesso i grandi gruppi editoriali hanno stabilimenti di stampa di proprietà, come Mondadori-Rizzoli che stampa tutto a Verona. L’ignoranza su questo passaggio è aumentata a partire dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento, via via che la stampa digitale si diffondeva e soppiantava la tipografia tradizionale.

Centralità e declino della tipografia industriale

Nei due secoli precedenti il mestiere del tipografo era stato centrale. Rappresentava una categoria a sé stante, una specie di aristocrazia e avanguardia culturale della classe operaia per una ragione molto semplice: a forza di avere a che fare con i libri gli operai addetti alla stampa imparavano a leggere, a differenza degli altri. L’incontro tra fatica e cultura favoriva anche la politicizzazione – o la «presa di coscienza», come si chiamava una volta –  aggregando sindacati, spesso più avanzati degli altri. Fu, per esempio, un sindacato dei tipografi americano – l’International Typographical Union, fondato ad Albany, New York, nel 1852 – il primo al mondo ad ammettere le donne. La crisi del mestiere del tipografo non si deve al fatto che grazie a Internet si stampi di meno. È vero il contrario. È successo che le nuove tecnologie permettono di stampare molte più copie a prezzi più bassi e, soprattutto, impiegando meno operai, il cui numero infatti negli ultimi quindici anni si è quasi dimezzato. I tipografi condividono, insomma, il destino di altri mestieri – per esempio i casellanti autostradali – a cui le macchine hanno tolto lavoro.

Nel 1981 la classificazione delle professioni dell’Istat, l’Istituto italiano di statistica, elencava 34 fattispecie di lavoratori della stampa:

  • addetto al fotosetter
  • addetto al teletipsetter
  • capo macchina compositrice
  • capo tipografo tecnico
  • compositore a macchina
  • compositore a mano
  • compositore ala monotype
  • compositore alla linotype
  • compositore linotipista
  • compositore sistema fotografico
  • compositore stampatore
  • compositore tipografo
  • correttore di bozze
  • definitivista
  • fonditore alla monotype
  • fonditore di caratteri
  • fonditore monotipista
  • grafico impaginatore
  • impaginatore (compositori)
  • linotipista
  • macchinista di natante
  • mettigomma
  • mettipiombo
  • monotopista
  • montatore di clichés
  • operatore alle compofonditrici
  • proto
  • tastierista alla linotype
  • tastierista alla monotype
  • tastierista linotipista
  • tastierista monotipista
  • tipografo compositore a macchina
  • tipografo compositore a mano
  • titolista (compositori)

Nel 2006, sempre per l’Istat, le tipologie di artigiani ed operai specializzati delle attività poligrafiche e dei laboratori fotografici scendono a 7:

  • Compositori tipografici
  • Tipografi impressori
  • Stampatori offset e alla rotativa
  • Zincografi, stereotipisti ed elettrotipisti
  • Incisori, acquafortisti, serigrafisti assimilati
  • Rilegatori ed assimilati
  • Fototipografi e fototecnici

I criteri di classificazione sono stati aggiornati, ovviamente, ma dal confronto emerge che molte competenze specifiche – fonditori, compositori, proto, montaggisti, mettipiombo e mettigomma – si siano estinte per sempre. Perfino la qualifica «tipografo» è sostituita nella pratica quotidiana dal molto più generico – e molto meno romantico – «fornitore di stampa». Qualcuno protesta, come il tipografo Francesco Bosco che in un commento sul Post ha scritto: «Buongiorno, sono un tipografo. No, scusate, un fornitore di stampa. Ma no, sono un tipografo, dannazione!». Nei mestieri ad alto contenuto tecnologico sono le macchine a imporre agli umani di adattarsi, e non viceversa.

La signora Lidya Kulagina, sorvegliante della Pravda («Приёмщица-контролёр типографии газеты “Правда»), A. Cheprunov, RIA Novosti archive, 24 November 1959. Fonte: Wikipedia

Quando si stampava con i caratteri a piombo – e ci si ammalava e moriva di saturnismo, una malattia del sangue – i tipografi indossavano camici neri o blu, mentre oggi sono bianchi come quelli dei tecnici, e imparavano tutti a leggere al contrario perché le righe a piombo venivano composte da destra a sinistra in modo che i testi venissero stampati da sinistra a destra. Se c’era un refuso bisognava sostituire la riga intera, il che ovviamente costituiva un costo e un lavoro. La storia della stampa è fatta di innovazioni continue: all’inizio del Settecento la pressa di legno di Gutenberg, che durava da un paio di secoli, fu sostituita dalla lastra di metallo, poi giunsero il foglio «continuo» che aumentava la velocità, ma richiedeva di essere tagliato, la pressa-piano cilindrica e la macchina a quattro cilindri, la rotativa e la stampa a quattro colori, la Linotype e la Monotype, e infine, nel 1875, arriva il procedimento offset, che, dopo vari perfezionamenti decisivi nel 1904, 1960 e successivi, è oggi utilizzato per stampare il 99 per cento dei libri.

Come funziona la stampa offset
I libri sono assemblaggi di parti distinte. Quando i testi – tutti, anche quelli delle alette o della quarta – l’impaginato e la copertina sono definitivi, l’editore invia tramite l’ufficio tecnico tutti i file separati allo stampatore. Sono pdf, file indesign, immagini ritoccate dal fotolitista, oltre al preventivo tecnico industriale che stabilisce i costi e le caratteristiche materiali del libro: carta interna, cartoncino o cartone della copertina e tipo di rilegatura, numero di pagine e di copie da stampare oltre, ovviamente, alla data di consegna. In alcuni casi è lo stampatore a comprare la carta, in altri la riceve dall’editore. Francesco Bosco, il tipografo-commentatore del Post, precisa che «non è detto che l’editore dia istruzioni dettagliate su come vuole il libro a livello di materiali (tipo di carta, grammatura, ecc), ma tante volte è il tipografo a consigliare la soluzione migliore».

Quando tutto è stato ricevuto e chiaro incomincia la fase di Prestampa, quella in cui, fino a una ventina di anni fa, fotocompositori e montaggisti realizzavano le pellicole dalle quali, dopo un ultimo controllo, si sarebbe avviato il processo di stampa. Se c’era un errore, bisognava correggerlo grattandolo via con uno sgarzino oppure produrre una nuova pellicola per sostituire la parola o la frase sbagliate, incollandola dentro la pellicola vecchia. Le pellicole delle singole pagine venivano, poi, montate in modo da potere essere stampate su grandi fogli da tagliare successivamente per ricavarne le segnature. Oggi le pellicole non esistono più. Si usa la tecnologia CTP, Computer To Play, cioè è il computer a dare il comando per incidere le lastre, che sono di metallo ma ricoperte da un polimero gommoso. Su questo strato viene inciso il cosiddetto grafismo, cioè i segni da stampare.

L’offset è un procedimento di stampa indiretta perché la lastra non entra mai in contatto con la carta. I fogli sono di formati variabili: i più diffusi per i libri sono 70×100 cm, 51×93, 64×88. La scelta dipende, oltre che dalla macchina a disposizione, dal formato del libro per utilizzare la minor quantità di carta possibile perché su un foglio ci stiano più pagine (da un minimo di 8 a un massimo di 64).  La macchina di stampa è composta di tre rulli uno sull’altro. Tra il primo e il secondo viene fatta passare la lastra che si bagna di acqua e di inchiostro. Siccome le zone impresse, cioè i grafismi, sono idrorepellenti trattengono soltanto l’inchiostro, mentre l’acqua circostante rende i segni più nitidi. La lastra si riavvolge intorno al secondo rullo che, essendo di caucciù, si imprime dei segni di inchiostro da stampare. Il rullo di caucciù gira, trasferendo la stampa sui fogli, infilati tra secondo e terzo rullo. Per la stampa in bianco e nero – cioè normalmente per il corpo del libro – è sufficiente una sola lastra. Per le pagine a colori – quindi la copertina, se non ci sono illustrazioni interne – ci vogliono quattro lastre, su ognuna delle quali è impresso un solo colore: Ciano Magenta Yellow Black, cioè CMYK (K sta per Key Black). Le lastre vengono fatte passare una per volta, imprimendo via via sul caucciù l’immagine da riportare sul foglio. Spesso le copertine, una volta stampate, necessitano di una lavorazione accessoria per essere plastificate (la plastificazione può essere lucida o opaca), serigrafate (cioè rivestite di materiali simili alla tela), ottenere lettere e immagini in rilievo (o sbalzo), produrre tonalità d’oro e d’argento (che si ottengono con la stampa a caldo), effetti glitter o vellutati (soft touch).

offset
I cilindri più piccoli in alto sono gli inchiostratori e umidificatori. Fonte: Wikipedia

I fogli del corpo libro escono già piegati nei trentaduesimi (o ottavi, sedicesimi, sessantaquattresimi) che formeranno il libro. Anche le copertine vengono sottoposte a cordonatura, un procedimento a secco che imprime sulla carta o sul cartoncino le pieghe del dorso e delle eventuali alette. A questo punto il libro passa nel reparto legatoria dove una macchina brossuratrice raccoglie le varie segnature – cioè mette i trentaduesimi nell’ordine giusto – da pagina 1 a pagina 32, 33-64, 65-97 etc – infilandoli in una serie di cassetti successivi. Quando il corpo del libro è assemblato entra in scena la brossuratrice vera e propria per la legatura che può essere a filo refe (rara, in Italia la fa Sellerio) o più comunemente a colla. (Ma anche le rilegature a filo poi vengono incollate). Prima però deve essere passato in una fresatrice che imprime sul dorso delle zigrinature perché la colla possa aderire bene alla copertina. È (quasi) l’ultimo passaggio: una macchina trasporta il corpo del libro fino alle copertine già cordonate (piegate) che sono state predisposte ad accoglierlo.

Il libro sarebbe finito, se solo si potessero girare le pagine che fino a questo momento sono state soltanto piegate, non tagliate. La lavorazione finale si chiama Rifilo trilaterale. L’operazione tendenzialmente viene eseguita già nella brossuratrice, ma non è mica detto. Tre lame tagliano testa, piede e controdorso del libro in modo da tagliare e pareggiare le pagine (togliendo sbordi e abbordaggi). Tutti i pezzi – testi, immagini, carta, cartone, colla – ora formano un unico oggetto: il libro. Si potrebbe anche leggerlo, se solo fosse asciutto. E così – è l’ultimo passaggio davvero – i libri vengono messi ad asciugare in un forno per una giornata, dopodiché inizierà la distribuzione nelle librerie.

L’aspetto più strabiliante di questo elaboratissimo processo è la velocità almeno potenziale con cui viene compiuto. I rulli di stampa girano velocissimi, e in 10 mila giri stampano 10 mila fogli, e una brossuratrice confeziona quasi 4 mila copie all’ora. Normalmente, però, le fasi descritte non avvengono nello stesso luogo e il trasporto allunga notevolmente i tempi. In un mondo ideale – se cioè tutto fosse localizzato nello stesso stabilimento dedicato a un solo libro – per produrre 10 mila copie occorrerebbe un giorno e mezzo di lavoro: a spanne 3-4 ore per il blocco libro, 1 ora per le copertine, 3 ore per la confezione più altre 24 per l’asciugatura di cui sopra. Il trasferimento nei vari reparti o stabilimenti e la produzione contemporanea di molti libri protraggono il tempo di lavorazione fino alle 4-5 settimane mediamente necessarie per vedere il libro finito.

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Si ringrazia Mauro Caprino, capoufficio tecnico di Einaudi per la pazienza e la tenacia nella spiegazione. E ci si augura di avere soddisfatto Francesco Bosco, il tipografo commentatore del Post, che pretendeva maggiori dettagli: «Va beh, mi rendo conto che sono obiezioni molto tecniche, però è giusto che le cose, seppur semplificate, siano perlomeno corrette. E siamo tipografi, mi raccomando, non generici “fornitori di stampa”…»

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