( JOHN THYS/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 1 dicembre 2016

C’è maretta al Parlamento Europeo

Gianni Pittella, col sostegno dei Socialisti, si è candidato per sostituire il presidente uscente Martin Schulz, violando un accordo col Partito Popolare Europeo: e ora?

( JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Ieri Gianni Pittella, europarlamentare del Partito Democratico e capo del gruppo dei Socialisti&Democratici (S&D) al Parlamento europeo, ha annunciato la propria candidatura a presidente del Parlamento: la carica è rimasta di fatto vacante dopo che la scorsa settimana il tedesco Martin Schulz ha annunciato che non si ricandiderà per un terzo mandato da presidente. Le elezioni per il nuovo presidente del Parlamento si terranno il 17 gennaio 2017. Pittella è relativamente poco conosciuto in Italia, ma è molto rispettato in ambito europeo: è europarlamentare dal 1999, è stato vicepresidente del Parlamento dal 2009 al 2014 e ha legami personali con tutti i più importanti leader europei.

La candidatura di Pittella insomma è solida, ed è già stata appoggiata dal gruppo dei Socialisti (cioè il più importante gruppo politico di centrosinistra al Parlamento europeo). Il guaio è che di fatto rompe un’importante alleanza parlamentare che dura da anni col Partito Popolare Europeo (PPE) – il principale gruppo politico di centrodestra e che controlla la maggioranza dei seggi – che qualcuno ha chiamato “la grande coalizione”, dato che per anni ha permesso di avere una maggioranza solida su molti temi e ha garantito la spartizione delle principali cariche in Parlamento. L’edizione europea di Politico ha definito la possibile rottura della grande coalizione come “il collasso” dell’attuale Parlamento Europeo, e previsto settimane di “paralisi legislativa”.

Cos’è la “grande coalizione”
Come in un parlamento nazionale, anche in quello europeo può capitare che due coalizioni politiche di ispirazione diversa si trovino a governare insieme, per ragioni di opportunità o più semplicemente perché nessuna delle due ha la maggioranza per formare un governo da sola. Quella che si è formata fra PPE e S&D è una cosa un po’ diversa: i due principali gruppi politici non hanno un programma “di governo” in comune – nonostante negli ultimi anni abbiano votato allo stesso modo sempre più spesso – e il loro accordo si “limita” a un clima generale di collaborazione reciproca e alla spartizione delle principali cariche del Parlamento.

L’accordo fra PPE e S&D è stato incoraggiato sia dal contesto istituzionale – le principali cariche europee vengono spesso nominate col principio della rappresentanza – sia da quello politico: il notevole aumento di consensi per i partiti euroscettici, sia di destra che di sinistra, ha avuto come conseguenza quella di avvicinare sempre di più i due gruppi politici, che sono anche i più istituzionali e filo-europei. Soprattutto nei primi mesi della legislatura, PPE e S&D si sono spesso trovati a votare allo stesso modo, cosa che secondo alcuni ha contribuito ad alimentare la percezione che i loro programmi siano sempre meno differenti (consolidando quindi una delle accuse dei gruppi più radicali come l’ENF, il gruppo di Marine Le Pen e Matteo Salvini). Secondo un calcolo di VoteWatch.eu, nei primi sei mesi della legislatura PPE e S&D hanno votato insieme il 79,5 per cento delle volte, praticamente quattro volte su cinque.

coalizione

Uno dei punti centrali dell’accordo, oltre la spartizione di varie cariche “minori” come le presidenze delle varie commissioni, è quello legato alla presidenza del Parlamento. Nel 2014 PPE e S&D decisero di gestirla a turni: nei primi due anni e mezzo della legislatura sarebbe toccata ai S&D – che confermarono Martin Schulz, già in carica dalla legislatura precedente – mentre un presidente proveniente dal PPE sarebbe dovuto subentrare nel gennaio 2017.

Nei primi due anni l’accordo è stato molto solido, secondo alcune fonti anche per il legame personale che si è creato fra il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker – espresso dal PPE – e lo stesso Schulz: Jean Arthuis, il capo della commissione bilancio del Parlamento, ha raccontato a Politico che Schulz agiva spesso da “facilitatore” nei rapporti fra Commissione e Parlamento, consolidando il suo ruolo di uomo del compromesso e cercando di rendere più efficiente il rapporto fra Parlamento e Commissione. Juncker stesso negli scorsi mesi è stato descritto come molto soddisfatto della sua collaborazione con Schultz.

L’unità di intenti fra i due gruppi – e fra Juncker e Schulz – era anche evidente dalle riunioni di un gruppo chiamato informalmente “G5”, a cui partecipavano le massime cariche del Parlamento e della Commissioni: agli incontri del G5, oltre a Jucker e Schulz, partecipavano il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, il presidente del PPE Manfred Weber e proprio Gianni Pittella, in qualità di capo dei S&D.

Che succede ora?
Pittella ha spiegato di aver presentato la sua candidatura per «concludere la cieca austerità e l’egoismo nazionale che hanno umiliato l’Unione Europea» e per un problema di rappresentanza: se anche il nuovo presidente del Parlamento fosse espressione del PPE, il gruppo politico controllerebbe le tre principali cariche dell’Unione (oltre a Juncker, anche il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk viene dal PPE), facendo venire meno uno dei principi cardine delle istituzioni europee. Pittella ha aggiunto che nel caso il PPE riuscisse a nominare il nuovo presidente, i S&D interromperanno la collaborazione. Non è chiaro se il PPE abbia già un proprio candidato: capo della comunicazione del PPE Pedro López de Pablo ha inoltre fatto notare che i S&D conoscevano sin dall’inizio i termini dell’accordo, e che in generale continuerebbero ad essere rappresentati ad alti livelli (ad esempio dal commissario agli Affari Esteri della Commissione, Federica Mogherini).

Sarà importante capire cosa farà l’ALDE, che comprende diversi partiti liberali e centristi e che è storicamente più disposto di altri gruppi minori a un compromesso col PPE o i S&D. Dopo la decisione di Pittella, l’ALDE ha fatto sapere che per la carica di presidente sostiene il proprio leader Guy Verhofstadt, che però difficilmente avrà i voti per essere eletto. Al momento, comunque, nessuno dei tre gruppi principali ha i voti per eleggere da solo il presidente: ne servono infatti 376, cioè il 50 per cento più uno degli europarlamentari. Al momento il PPE controlla 217 seggi, i S&D 190 e l’ALDE 70. Gli altri gruppi politici sono composti in maniera così eterogenea che è difficile prevedere adesso cosa voteranno a gennaio.

A risentire di questa situazione sarà probabilmente l’attività politica del Parlamento, almeno per qualche settimana: l’attività di collaborazione fra PPE e i S&D potrebbe di fatto essere congelata in attesa di negoziati o di altri sviluppi.

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