Un uomo in una clinica per lil trattamento del'HIV a Dar es Salaam, la capitale della Tanzania ( Kevin Sieff - The Washington Post)
  • Mondo
  • sabato 26 Novembre 2016

La Tanzania sospenderà i programmi di prevenzione dell’AIDS per i gay

Il governo li considera un "incoraggiamento all'omosessualità", la decisione potrebbe avere conseguenze gravissime

di Kevin Sieff – The Washington Post
Un uomo in una clinica per lil trattamento del'HIV a Dar es Salaam, la capitale della Tanzania ( Kevin Sieff - The Washington Post)

I paesi dell’Africa orientale negli anni hanno avviato alcune delle campagne anti-gay più aggressive al mondo, dichiarando illegali le relazioni tra persone dello stesso sesso e minacciando di punirle con diversi anni di carcere. Con una decisione che ha allarmato gli operatori sanitari, però, la Tanzania sta portando la sua rabbia contro i gay a un nuovo livello, prendendo di mira i programmi contro l’HIV/AIDS che hanno contribuito a contenere una malattia che in passato devastava la regione. Il mese scorso il ministro della Salute della Tanzania ha annunciato che il paese vieterà i programmi contro l’HIV/AIDS rivolti agli uomini gay, in attesa di riesaminarli. La decisione ha portato alla chiusura, almeno temporanea, dei programmi finanziati dagli Stati Uniti che forniscono esami, preservativi e assistenza medica alle persone gay.

In Tanzania circa il 30 per cento degli uomini gay sono positivi all’HIV, e ora gli operatori sanitari sostengono che il numero potrebbe aumentare. Sarebbe la prima volta che un paese sospende le iniziative americane per contrastare l’HIV/AIDS – che hanno avuto un grandissimo successo – nel tentativo di reprimere la comunità gay. Alla campagna statunitense President’s Emergency Plan For AIDS Relief (PEPFAR) – che dalla sua fondazione nel 2003 ha ricevuto circa 61 miliardi di euro in finanziamenti – è stato riconosciuto il merito di aver salvato la vita a milioni di persone.

Il divieto arriva dopo mesi di duri discorsi e minacce dalle autorità della Tanzania alla comunità gay del paese e alle organizzazioni che curano i pazienti affetti da HIV/AIDS. Quest’anno la polizia del paese ha fatto irruzione nella sede di due organizzazioni finanziate dagli Stati Uniti che si occupano di HIV/AIDS, confiscando dati riservati su pazienti e scorte di farmaci, hanno riferito alcuni funzionari. A settembre il viceministro della Salute, Hamisi Kigwangalla, ha accusato le organizzazioni che si occupano di HIV di «promuovere l’omosessualità». «Ogni tentativo di commettere reati innaturali è illegale ed è severamente punito dalla legge», ha detto Kigwangalla in un comunicato. In Tanzania chi viene condannato per avere avuto relazioni gay rischia fino a trent’anni di carcere.

In un comunicato del mese scorso il ministro della Salute della Tanzania, Ummy Mwalimu, ha spiegato che la sospensione dei programmi contro l’HIV/AIDS è dovuta alla necessità di valutare se questi programmi incoraggiano relazioni tra persone dello stesso sesso. La decisione ha sconvolto una comunità che è ancora alla prese con il virus, nonostante la medicina moderna e le cure abbiano migliorato sensibilmente le possibilità di sopravvivenza delle persone che ne sono affette. «Nel breve termine ci saranno persone che non si rivolgeranno più ai centri sanitari. Cosa succederà se non preneranno gli antiretrovirali? È un grosso problema», ha detto Warren Naamara, il medico che dirige il programma delle Nazioni Unite contro l’HIV/AIDS in Tanzania, facendo riferimento ai farmaci che bloccano il virus.

Tolleranza zero

Il PEPFAR, che fu avviato dal presidente George W. Bush con un sostegno bipartisan del Congresso, è diventato uno dei più importanti programmi assistenzali americani mai introdotti in Africa. La Tanzania è un esempio del successo del programma: dal 2002 il tasso complessivo di persone affette da HIV/AIDS nel paese è sceso dal 12 al 5 per cento. Negli ultimi cinque anni il numero delle persone che ricevono cure è salito da 289mila a oltre 700mila. Oltre al PEPFAR ci sono altre organizzazioni – come il Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria – che hanno speso miliardi di dollari per la cura dell’HIV in Africa.

Nonostante i programmi di assistenza abbiano ridotto notevolmente il numero dei morti provocati dall’AIDS, alcuni paesi dell’Africa orientale stanno inasprendo le loro campagne contro l’omosessualità. Nel 2014 il Parlamento dell’Uganda aveva approvato una legge, successivamente annullata, che imponeva la pena di morte alle persone “colpevoli” di “omosessualità aggravata”. Quest’anno un importante tribunale del Kenya ha dichiarato legali i “test anali” finalizzati a determinare l’orientamento sessuale delle persone.

Benché il codice penale della Tanzania descriva l’omosessualità come un “atto osceno”, per molto tempo il governo ha permesso alle organizzazioni di aiutare gli uomini gay affetti da AIDS o a rischio di contrarre la malattia. Ma da quando l’anno scorso John Magufuli è diventato presidente, la tolleranza del governo si è disintegrata. Nonostante pubblicamente Magufuli non si sia mai espresso sull’omosessualità, diverse persone nominate dal presidente hanno usato parole dure. Gli oppositori dei diritti dei gay sostengono che la Tanzania – che ha molti musulmani e cristiani – debba tutelare i valori tradizionali.

Ad agosto Paul Makonda, il commissario regionale – una carica assimilabile grossomodo a quella di un presidente di regione – di Dar es Salaam, la capitale della Tanzania, ha minacciato in un discorso di arrestare chi aveva legami con uomini gay sui social network. «Se un omosessuale ha un account Facebook, o Instagram, è evidente che tutti quelli che lo “seguono” sono colpevoli quanto lui», ha detto Makonda. Il governo della Tanzania ha anche vietato la distribuzione dei lubrificanti, che contribuiscono a fare in modo che i preservativi – considerati un metodo molto efficace per prevenire la trasmissione dell’HIV – non si lacerino.

Prolungamento dell’epidemia

Il governo americano ha assunto organizzazioni sanitarie – come Jhpiego, che è affiliata alla Johns Hopkins University – affinché forniscano test dell’HIV, preservativi e impegnative mediche agli uomini gay, alle prostitute o altre persone vulnerabili in Tanzania che hanno paura a rivolgersi a un ospedale pubblico. Spesso le visite si svolgono in casa o in centri informali. Al progetto Jhpiego sono stati assegnati circa 69 milioni di dollari per un periodo di cinque anni a partire dal 2015. Gruppi come questo, però, ora hanno interrotto le loro attività nelle comunità gay.

«Il PEPFAR riconosce l’importanza di questi settori fondamentali della popolazione», ha detto un funzionario americano che ha chiesto di rimanere anonimo per via della delicata situazione in Tanzania, «e per raggiungere molti di loro bisogna andare sul territorio». Senza accesso a queste comunità vulnerabili «alla fine l’epidemia verrà prolungata», ha aggiunto. Alcuni funzionari americani hanno detto che sperano che i programmi di aiuto vengano ripristinati presto, sottolineando come il ministro della Salute della Tanzania abbia detto che il governo sta considerando quali servizi sarebbero appropriati per la comunità gay, i cui membri però sono pessimisti. «È evidente che al governo non interessa se viviamo o moriamo», ha detto un ragazzo gay di 22 anni che ha chiesto di restare anonimo per paura di ripercussioni.

Un uomo di 29 anni di Dar es Salaam, positivo all’HIV, ha raccontato che il virus gli è stato diagnosticato quattro anni fa. Da allora i farmaci antiretrovirali lo hanno aiutato a rimanere relativamente in salute. Gli operatori sanitari gli hanno fornito preservativi, lubrificanti e informazioni sul sesso sicuro, in modo che non infettasse i suoi compagni. Ora non prende farmaci da due settimane; per ottenerne dovrebbe andare in un ospedale pubblico, ma ha detto di aver paura delle ripercussioni. «In questo ambiente essere un uomo gay alla luce del sole non è sicuro», ha detto. In Tanzania ogni settimana un paziente smette di prendere i farmaci antiretrovirali e il virus diventa sempre più grave: è quello che i medici definiscono un “rimbalzo virale”. «Queste interruzioni delle cure sono molto pericolose», ha detto Naamara, il medico che lavora per il programma delle Nazioni Unite conosciuto come UNAIDS. Boris Dittrich, il responsabile dell’advocacy della divisione LGBT di Human Rights Watch, ha detto che «la retorica omofoba dei funzionari del governo non farà altro che peggiorare la situazione di gruppi della popolazione che sono già vulnerabili. Il governo dovrebbe rassicurare tutti gli abitanti della Tanzania del fatto che sono tutelati».

L’omosessualità è un reato in almeno 76 paesi del mondo, almeno 33 dei quali sono in Africa, stando alla campagna delle Nazioni Unite Free & Equal, che si occupa dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender. In molti paesi africani l’omosessualità è vista come un fenomeno occidentale, importato dalle organizzazioni umanitarie. Il governo americano ha cercato di convincere i leader politici a non interferire con le cure per l’HIV/AIDS, ma la sue condanne nei confronti delle pratiche contro i gay sono spesso cadute nel vuoto.

In Tanzania il 29enne di Dar es Salaam ha raccontato cosa ha pensato quando ha scoperto di essere malato di AIDS: «Per me è la fine». Le cure mediche erano poi riuscite a rimetterlo in salute. Nelle ultime settimane, però, è tornato a sentirsi spacciato: «Cosa possiamo fare ora, con questa pressione addosso?».

© 2016 – The Washington Post