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  • mercoledì 9 novembre 2016

Perché non ce lo aspettavamo?

Perché i giornalisti non volevano credere che la vittoria di Trump fosse possibile, e hanno guardato dall'altra parte, dice Margaret Sullivan

di Margaret Sullivan – The Washington Post
(Joe Raedle/Getty Images)

Per metterla giù chiara, i media non hanno capito niente. Alla fine, un numero enorme di elettori americani voleva qualcosa di diverso. E nonostante questi elettori urlassero e gridassero, la maggior parte dei giornalisti non stava ascoltando. Non hanno capito. Non hanno capito che le enormi ed entusiaste folle ai comizi di Donald Trump si sarebbero trasformate in molti voti. Non potevano credere che l’America che conoscevano potesse davvero scegliere una persona che prendeva in giro i disabili, si vantava di aver molestato sessualmente delle donne e che sprizzava razzismo, antisemitismo e sessismo da tutte le parti. Sarebbe stato troppo brutto. E allora, per qualche magica ragione, non poteva succedere.

I giornalisti – gente che ha studiato al college, che è cresciuta nelle città e che è per lo più di sinistra – più ancora che in passato vivono quasi tutti a Washington e New York, o sulla West Coast. E nonostante siamo passati per qualche giorno nei grandi stati conservatori, nonostante abbiamo intervistato qualche minatore o qualche disoccupato ex lavoratore dell’industria automobilistica, non li abbiamo presi sul serio. O comunque non abbastanza. E Trump, che ha chiamato i giornalisti feccia e corrotti, ci ha alienato così tanto che non eravamo più in grado di vedere quello che era davanti ai nostri occhi. Abbiamo continuato a controllare i nostri siti di previsioni preferiti per rassicurarci, pur sapendo che i sondaggi non sono voti.

Dopo tutto, non si sa mai chi andrà davvero a votare, specialmente in un periodo in cui si fa di tutto per rendere più difficile l’esercizio di questo diritto. E anche gli esperti di previsioni che davano per più probabile una vittoria di Clinton, ammettevano che ci fosse qualche possibilità per Trump. Ma nessuno sembrava davvero capace di credere ai propri istinti. Avremmo avuto una presidente Clinton, si sentiva dire, e nonostante non fosse perfetta sapevamo cosa ci avrebbe aspettato. C’era una sorta di sollievo in questo.

Non vi sbagliate, è stato un epic fail. E nonostante mangiare il cappello non sia una prospettiva allettante, dovremmo convivere con questa sconfitta per le prossime settimane, mesi o forse anni. La cosa strana, naturalmente, è che i media hanno aiutato Donald Trump a vincere. Sono stati i giornalisti a creare Trump? Naturalmente no, non hanno questo potere. Ma lo hanno aiutato enormemente con una quantità sproporzionata di esposizione quotidiana nei mesi che hanno portato alle primarie Repubblicane. Con la ridicola enfasi che veniva messa su ogni sviluppo della storia delle email di Hillary Clinton, inclusi i tentennamenti del capo dell’FBI James Comey.

Non sono una fan di Peter Thiel, il miliardario che ha contribuito a far chiudere Gawker finanziando la causa legale di Hulk Hogan. In verità lo trovo terribile. Ma quando ha parlato recentemente al National Press Club, ha detto qualcosa che mi ha colpito per la sua efficacia nel descrivere Donald Trump. «I media provano sempre a prendere Trump letteralmente. Non lo prendono mai sul serio, ma sempre alla lettera» ha detto Thiel. I giornalisti volevano sapere esattamente come avrebbe fatto a deportare tutti gli immigrati irregolari, o esattamente come si sarebbe sbarazzato dello Stato Islamico. Volevamo i dettagli, ma molti elettori pensano in modo diverso: prendono Trump sul serio, ma non letteralmente.

Come ha detto Tiel, loro sanno che Trump non farà costruire un muro lungo il confine sul Messico, «quello che sentono però è che “avremo una politica immigratoria più sana e giusta”». Trump, apparentemente, ha raccolto la rabbia degli americani verso argomenti come il commercio e l’immigrazione. E anche se molti giornali e giornalisti hanno raccontato la frustrazione e la crisi di questi americani, non li abbiamo presi abbastanza sul serio. E nonostante noi giornalisti tendiamo a rappresentarci come cinici e freddi, possiamo anche essere idealistici e ingenui. Volevamo credere in un paese dove la decenza e la civiltà erano ancora importanti, e dove qualcuno così greve, odioso e irascibile non potesse essere eletto, perché l’America era meglio di così.

Posso dare la colpa ai giornalisti per molte cose, ma non posso incolparli anche di questo.

©2016 Washington Post

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