Un peshmerga curdo vicino a Bashiqa, a circa tredici chilometri a nord est di Mosul (AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 26 ottobre 2016

Cosa vogliono i turchi in Iraq

Il presidente Erdoğan ha detto che il suo paese ha «responsabilità storiche» e avanza pretese sul Kurdistan e Mosul

Un peshmerga curdo vicino a Bashiqa, a circa tredici chilometri a nord est di Mosul (AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

La liberazione di Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq che da più di due anni è in mano ai miliziani dello Stato Islamico (o ISIS), sembra essere solo una questione di tempo. Numerosi analisti e comandanti delle forze sul campo hanno detto che la resistenza dell’ISIS potrebbe durare a lungo e costare molte perdite alle forze irachene, ma anche che per il momento la battaglia sta procedendo più rapidamente del previsto. I problemi più gravi emergeranno probabilmente dopo la fine della battaglia, quando si dovrà decidere chi avrà influenza su cosa. Oggi genera preoccupazioni soprattutto la Turchia: il governo iracheno, che è sciita, non vede bene le interferenze turche nel suo territorio e già in passato tra i due paesi ci sono state diverse tensioni. La frattura tra la Turchia e l’Iraq, scrive per esempio il New York Times, non è un semplice scontro diplomatico: si tratta di un chiaro esempio di scontro per la gestione della sovranità non solo in Iraq ma anche in Siria, visto che lo Stato Islamico ha praticamente cancellato i confini tra i due paesi.

All’operazione militare per la liberazione di Mosul stanno partecipando diverse forze: tutte considerano lo Stato Islamico un nemico, ma tra loro ci sono stati e potrebbero esserci ancora aspri conflitti. Dell’alleanza contro l’ISIS fanno parte l’esercito iracheno, i peshmerga curdi (l’esercito del Kurdistan Iracheno), diverse milizie sciite controllate dall’Iran, 1.500 combattenti iracheni addestrati dalla Turchia e le forze antiterrorismo irachene addestrate dagli americani. La coalizione anti-ISIS è guidata dagli Stati Uniti, che contribuisce sia con attacchi aerei sia con l’azione di alcune piccole unità speciali in aiuto alle forze di terra.

Fin dall’inizio delle operazioni a Mosul, la Turchia ha dimostrato di voler avere un ruolo di primo piano e negli ultimi giorni le richieste e le ingerenze del presidente Recep Tayyip Erdoğan e del ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu si sono fatte più pressanti. Di fronte al rifiuto e agli avvertimenti del governo centrale di Baghdad, gli Stati Uniti hanno dovuto fare un attento lavoro diplomatico ed evitare per quanto possibile ulteriori tensioni. Alla fine della scorsa settimana, il segretario della Difesa degli Stati Uniti Ash Carter ha fatto il punto sulla situazione dell’Iraq rivolgendo alla Turchia un messaggio molto esplicito: ha ribadito «l’importanza vitale di tutti i paesi che operano» a Mosul, sottolineando che lo fanno però «nel pieno rispetto della sovranità irachena». Gli Stati Uniti considerano l’alleanza con la Turchia, un paese membro della NATO, molto importante nella guerra contro lo Stato Islamico.

Gli interessi della Turchia in Iraq sono complessi: ci sono questioni di strategia, di politica interna e, scrivono diversi analisti, anche una certa nostalgia per il passato ottomano. Tutto questo è direttamente legato alla guerra che si sta combattendo in Siria, dove la Turchia ha occupato una vasta fascia di territorio, e agli interessi locali che ciascun gruppo etnico, religioso e settario sta cercando di proteggere, al di là della guerra contro l’ISIS. La Turchia, sunnita, non vuole che né i soldati curdi né le milizie sciite traggano vantaggio dalla partecipazione alla riconquista della città di Mosul: da un lato perché non vuole che aumentino le rivendicazioni dei curdi, così come in Siria, dall’altro per evitare che siano poi gli sciiti a controllare la città.

Una delle prime preoccupazioni della Turchia è dunque garantire che il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK, il movimento che lotta per una maggiore autonomia dei curdi turchi e uno dei principali nemici della Turchia, non espanda le proprie attività nel nord dell’Iraq. La Turchia vuole poi limitare l’influenza iraniana e proteggere i turkmeni e gli arabi sunniti che si trovano in questa zona. Le milizie sciite, molte delle quali appoggiate dall’Iran, hanno avuto un ruolo importante nella riconquista di territori iracheni che erano finiti sotto il controllo dello Stato Islamico e dei gruppi sciiti stanno partecipando attivamente alla battaglia di Mosul. Quelle stesse milizie già in passato si erano rese responsabili di violenze nei confronti dei sunniti. La Turchia si è dunque opposta con forza a questa partecipazione.

Infine, ci sono il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e la sua retorica irredentista. Lo scorso 22 ottobre, durante un discorso pubblico, Erdoğan ha parlato del periodo successivo alla Prima guerra mondiale, spiegando che alla Turchia con il Trattato di Losanna del 1923 erano stati imposti dei confini che il paese è stato costretto ad accettare contro la sua volontà. Ha anche detto che uno dei più grandi errori della Turchia è stato aver permesso di indebolire i propri legami culturali. Ha citato l’Iraq, la Siria, la Bosnia e ha fatto riferimento all’impero ottomano precisando che Mosul era un tempo parte della Turchia. Erdoğan ha poi detto esplicitamente di avere delle «responsabilità storiche» in Iraq. Alcuni osservatori hanno spiegato che il presidente turco, con quel discorso, ha voluto inviare un segnale circa gli interessi, ritenuti in qualche modo legittimi, del suo paese in Iraq; e i media turchi hanno infatti cominciato a mostrare una serie di mappe con i confini ampliati della Turchia. L’obiettivo di Erdoğan non è probabilmente ridisegnare davvero i confini del paese, ma di sicuro perseguire una politica estera più interventista.

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(La mappa mostra la Turchia con i confini allargati in cui sono comprese le città settentrionali irachene di Mosul, Kirkuk e Arbil, e anche gran parte del nord della Siria)

Per il momento, e almeno ufficialmente, le truppe turche non stanno intervenendo direttamente nell’operazione a Mosul. Ma truppe dell’esercito turco si sono avvicinate alla città: hanno raggiunto Bashiqa, un villaggio poco distante da Mosul e hanno addestrato una milizia locale. Mentre il governo iracheno ha chiesto alla Turchia di non intervenire minacciando una reazione, gli Stati Uniti sono impegnati a mantenere un complicato equilibrio diplomatico: il segretario alla Difesa Carter ha detto che i turchi non avrebbero partecipato direttamente alla liberazione di Mosul se non con dei combattenti sunniti locali e che avrebbero potuto fornire addestramento, medici e aiuti umanitari.

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