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  • sabato 15 ottobre 2016

Com’è fatta la guerra alla droga di Duterte

Di confessioni estorte e sparatorie inscenate per giustificare uccisioni sommarie e illegali, ha raccontato uno dei pochi testimoni al Washington Post

di Emily Rauhala – The Washington Post
Francisco Santiago nella sua cella in una stazione di polizia di Manila, nelle Filippine (Jes Aznar/For The Washington Post)

Nel quadro di una campagna di uccisioni condotta dallo stato, Francesco Santiago è una cosa rara e pericolosa: un testimone. Nelle prime ore del 13 settembre, in una strada buia nel cuore di Manila, la capitale delle Filippine, Santiago fu colpito da alcuni spari al petto e alle braccia in quello che la polizia ha definito un raid antidroga finito male, ma che Santiago continua a dire sia stata una montatura. Dopo essere stato colpito dai proiettili, Santiago ha finto di essere morto, rimanendo immobile a terra fino a quando non ha sentito sopra di lui le luci dei giornalisti. Mentre le telecamere filmavano la scena, Santiago ha alzato le braccia insanguinate in segno di resa, ancora vivo, per il momento.

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte – soprannominato “Il Punitore” – era arrivato al potere a giugno promettendo la guerra, e ha mantenuto le promessa. A poco più di tre mesi dall’inizio del suo mandato sono morte oltre 3.300 persone: 1.239 sono state uccise dalla polizia durante dei raid, mentre a 2.150 hanno sparato degli assalitori non identificati, stando alla polizia nazionale delle Filippine. Tra i morti ci sono sospetti spacciatori e tossicodipendenti, oltre a persone scambiate per tali, e almeno due bambini, di quattro e cinque anni, uccisi da proiettili destinati ad altri. I cadaveri vengono rimossi frettolosamente dalle scene del crimine o scaricati in qualche fosso, spesso insieme a cartelli di cartone con la scritta “spacciatore”, come se una parola da sola potesse essere una prova sufficiente.

L’Unione Europea, le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno invocato inutilmente la fine delle violenze. Quando il presidente americano Barack Obama ha sollevato la questione, Duterte ha provato a dargli una lezione sul colonialismo e lo ha insultato usando un termine gergale traducibile più o meno come “figlio di puttana“. Ai critici locali va anche peggio. Leila de Lima, una senatrice filippina che quest’estate aveva fatto partire un’indagine sulle uccisioni extragiudiziali, è stata rimossa dall’incarico di presidente della Commissione sui diritti umani del Senato, in quello che l’organizzazione non governativa Human Rights Watch ha definito «un vile tentativo di fuggire dalle responsabilità». Da allora de Lima è stata accusata pubblicamente di aver fatto sesso con il suo autista e di aver preso tangenti da signori della droga, e sono trapelati il suo numero di telefono e il suo indirizzo.

I testimoni oculari delle uccisioni rimangono in silenzio, per il terrore di poter diventare i prossimi bersagli. Duterte ha negato che le uccisioni siano reati appoggiati dallo stato, e ha detto che quelle della polizia delle Filippine sono azioni di autodifesa, compiute per il bene della società. Le testimonianze dei sopravvissuti come Santiago e le prove raccolte in vent’anni, però, indicano uno schema di violenze che inizia con la richiesta di uccidere e termina con la promessa che non ci saranno conseguenze per gli assassini. Santiago ha raccontato la sua storia dal letto di un ospedale, dove era sorvegliato dalla polizia, perché aveva paura di essere «eliminato» e considerava sicuro – non pericoloso – parlare con i giornalisti. «La polizia insabbierà tutto», ha detto sua madre, Ligaya Santiago, «Possiamo fidarci solo dei media per fare uscire questa storia».

Invito a uccidere

Quando il presidente dice agli agenti delle forze dell’ordine di uccidere dei sospettati e gli agenti eseguono l’ordine, verificare i fatti diventa difficile. Con pochi testimoni in vita, gli unici resoconti sono i rapporti della polizia. Con la morte di migliaia di persone, questi rapporti rivelano degli schemi. Ogni notte la polizia delle Filippine conduce dei raid antidroga. Ogni mattina, i rapporti parlano di scontri con armi da fuoco in cui le persone sospettate di reati legati alla droga vengono uccise. Spesso la polizia dice di aver trovato delle armi calibro 38 e bustine di metanfetamina, che nelle Filippine viene chiamata “shabu“. Di solito, nonostante le violente sparatorie descritte nei rapporti, gli agenti rimangono illesi. Quello che è successo a Santiago, se non fosse per il fatto che lui è sopravvissuto.

Il rapporto della polizia sul suo caso descrive la plausibile – per quanto già sentita – storia di un’operazione sotto copertura finita con dei morti. Dopo aver venduto una bustina di shabu a un poliziotto in borghese, Santiago e un secondo sospettato – identificato come Huggins y Javellana, membro della «temuta banda Sputnik» – si sono insospettiti e hanno iniziato a sparare contro la polizia, che ha quindi risposto al fuoco uccidendo Javellana e ferendo Santiago, si legge nel rapporto. Gli agenti hanno poi riferito di aver trovato sulla scena armi calibro 38 e 22 e tre bustine di shabu. Santiago è stato quindi «portato di corsa» in ospedale. La sua versione, però, è diversa. Il 12 settembre intorno alle 12 un agente in borghese che fingeva di essere un cliente lo ha portato al secondo piano della stazione di polizia locale, dove è stato costretto a confessare di aver commesso reati legati alla droga, ha raccontato Santiago. La stessa sera, quando c’erano 30 gradi, gli è stato detto di indossare una giacca nera. Passata la mezzanotte – ha raccontato Santiago – lui e Javellana sono stati portati in una strada buia dove gli agenti hanno sparato. Mentre si fingeva morto, la polizia gli ha sistemato una pistola vicino, senza però controllargli il polso, ha raccontato.

Nei filmati di alcune telecamere di sicurezza esaminati dal Washington Post si vede Santiago che va in direzione della stazione di polizia poco dopo mezzogiorno indossando una canotta bianca. Nelle fotografie scattate sulla scena della sparatoria Santiago indossa una giacca nera fuori stagione. Il capo del distretto di polizia di Manila Joel Coronel ha detto al Philippine Inquirer che Santiago era uno dei «principali obiettivi nell’elenco dei criminali legati alla droga», ma questo particolare non viene citato nel rapporto della polizia. Un’agente incaricata di identificare i sospettati nel quartiere di Santiago, Celia Nepomuceno, ha detto che Santiago non è mai stato nell’elenco. Le discrepanze nelle diverse versioni non hanno impedito che Santiago venisse trasferito dall’ospedale e messo sotto la custodia dell’unità della polizia di cui fa parte l’agente che gli aveva sparato, ha raccontato Santiago. Carolyn Mercado, consulente legale dell’ufficio di Manila dell’organizzazione non-profit Asia Foundation, ha detto che le possibilità che la polizia riesamini i casi come quello di Santiago sono basse. «Duterte dice alla polizia: “Se uccidete, vi proteggo”», ha detto Mercado. «Quando il presidente ha appoggiato le uccisioni è stato come se avesse invitato tutti a uccidere», ha aggiunto.

La promessa del presidente

Recentemente la polizia di Manila ha detto di aver ucciso il 21enne Eric Sison in una sparatoria avvenuta dopo un inseguimento. «Ha scelto di rispondere con la violenza», si legge nel rapporto della polizia. Un video girato da un vicino con un cellulare, però, fa pensare che Sison, già ferito, fosse chiuso in un angolo di una stanza e stesse tentando di arrendersi quando la polizia gli ha sparato più di dieci colpi. Il rapporto dice che l’agente ha sparato perché minacciato. Ma nel video, mentre punta la sua pistola verso il sospettato fuori dall’inquadratura, l’agente non si mette al riparo e nemmeno indietreggia. In un altro caso, stando a un rapporto scritto a mano dalla polizia, degli agenti di Quezon City sono stati condotti da un informatore nel punto in cui alcune persone stavano consumando della droga, quando i quattro uomini li hanno visti hanno iniziato a sparare e sono stati uccisi. Il commissario Guillermo Eleazar ha detto ai giornalisti locali che i quattro sospettati, che erano «fatti» e «spavaldi», hanno iniziato a sparare contro gli agenti, che stavano solo «presentandosi».

Nelle Filippine sta succedendo esattamente quello che ha promesso il presidente, e che ricorda da vicino quello che aveva già detto e fatto in passato. Quando governava la città di Davao, nel sud delle Filippine, Duterte era soprannominato il “sindaco dello squadrone della morte“, una cosa di cui si è vantato durante la campagna elettorale per la presidenza: quando in un’occasione gli è stato chiesto conto di un rapporto secondo il quale avrebbe ucciso 700 persone, Duterte ha risposto: «Non sono 700, ma 1.700». La sua potrebbe essere una strategia vincente con una popolazione stanca della criminalità e della corruzione. Ma Arpee Santiago, direttore esecutivo dello Human Rights Center all’Ateneo de Manila, ha detto che le uccisioni extragiudiziali in nome della legge e dell’ordine pubblico non sono la risposta. Per fare in modo che le persone possano sentirsi al sicuro sul lungo periodo la polizia deve rispettare il giusto processo, ha aggiunto Santiago, che ha chiesto che venga fatta una «vera» indagine sulle uccisioni. È un invito a cui difficilmente Duterte darà ascolto. Come ha detto ad agosto: «Il giusto processo non mi interessa».

© 2016 – The Washington Post