Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento su Aleppo (KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)
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  • martedì 27 settembre 2016

La vita di un fotografo ad Aleppo

Il racconto di Karam al Masri, giornalista di AFP, che lavora nella città in cui è cresciuto in mezzo ai bombardamenti e agli scontri tra Assad e ribelli

Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento su Aleppo (KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)

«Prima della rivoluzione in Siria, iniziata nel 2011, la mia vita era molto semplice. Ero uno studente di Legge all’Università di Aleppo. Oggi ho perso tutto – la mia famiglia, la mia università. Sono solo un ragazzo. Quello che mi manca di più è la mia famiglia, mio padre, mia madre. Soprattutto lei. Penso a lei tutti i giorni, la vedo in sogno. Ancora oggi averla persa mi fa male. Vivo solo, non ho nessuno. La maggior parte dei miei amici se n’è andata, sono morti o in esilio»

Inizia così il racconto molto personale e intenso della vita e del lavoro di Karam al Masri ad Aleppo, nella parte della città controllata dai ribelli e da giorni bombardata con un’intensità mai vista prima dagli aerei russi e dal regime siriano. Masri, 25 anni, è un fotografo e videogiornalista di AFP, la terza agenzia di news al mondo, uno dei pochi rimasti ad Aleppo: sul blog dei corrispondenti di AFP ha raccontato com’è cambiata la sua vita negli ultimi anni di guerra, da quando Aleppo è diventata la città siriana contesa per eccellenza, dove dal 2012 si scontrano violentemente le forze schierate con Assad e i ribelli siriani. Da allora Aleppo è una città divisa in due: l’est è controllato dai ribelli, l’ovest dal regime.

Masri iniziò a lavorare come fotogiornalista nel 2012 un po’ per caso, filmando le proteste contro il regime siriano di Assad a cui lui stesso stava partecipando. L’anno successivo fu contattato da AFP che gli chiese di collaborare inviando immagini e video di quello che stava succedendo ad Aleppo. Masri non ha studiato per fare quel lavoro: guardava i servizi delle testate straniere e cercava di capire il modo in cui venivano realizzati i filmati, quali angoli venivano usati, e cominciò a fare lo stesso: «Piano piano sono migliorato», ha raccontato. Con il passare del tempo – e con il deteriorarsi della situazione ad Aleppo – il suo lavoro è diventato sempre più prezioso, ma anche più difficile. Nel 2012 fu arrestato dai servizi dell’intelligence politica del regime di Assad: rimase in prigione un mese e fu liberato durante l’amnistia decisa dal governo lo stesso anno. Nel novembre 2013, quando aveva 22 anni, fu rapito dallo Stato Islamico. Lo prelevarono da un’ambulanza con due amici, un paramedico e un fotografo. Rimase ostaggio dello Stato Islamico per 165 giorni. Masri ha raccontato di ricordare ogni singolo dettaglio di quel periodo. Il suo amico paramedico fu decapitato e il video della sua uccisione fu usato per minacciare Masri e l’altro fotografo: «Eravamo terrorizzati. Avevamo paura, costantemente. Pensavo, “domani sarà il mio turno, dopodomani sarà il mio turno”». Fu torturato sia dal regime di Assad che dallo Stato Islamico.

Foto di Karam al Masri da Aleppo: attenzione, alcune sono impressionanti

La famiglia di Masri fu uccisa da un bombardamento all’inizio del 2014, quando lui era ancora ostaggio dello Stato Islamico. Masri lo scoprì solo una volta che venne liberato: «Non sapevo niente dei miei genitori quando ero in prigione, e quando fui rilasciato se n’erano già andati. Stavano aspettando di avere mie notizie, e alla fine non erano lì a festeggiare la mia liberazione». Per Masri la perdita della famiglia fu la cosa più difficile da affrontare, anche più dell’assedio imposto ad Aleppo orientale nel 2016: «La cosa più difficile per me è tornare alla casa della mia famiglia. Non ne ho ancora avuto la forza. Dal 2014 è l’unica zona di Aleppo che preferisco evitare, non ce la faccio».

Col tempo Masri si è abituato anche alle terribili violenze della guerra: «Alla fine del 2012, durante il primo massacro, quando vidi un uomo senza più una gamba mi sentii male e svenni alla vista del sangue, perché era la prima volta. Ora è una cosa normale per me». Rana Moussaoui, la giornalista di AFP che lavora da Beirut e che è in contatto quotidianamente con Masri, ha raccontato che il metodo preferito di comunicazione di Masri è WhatsApp, che è veloce ed efficiente: «Abbiamo creato un gruppo di WhatsApp – “Aleppo with Karam” – che usiamo per comunicare con lui, come facciamo con gli altri corrispondenti di AFP in Siria. Le conversazioni durano tutto il giorno, fino alla notte. Iniziano sempre quando apre il nostro ufficio con “Karam, come stai? Cosa sta succedendo?”. Non chiediamo solo come sia la situazione sul campo, ma anche di lui. “Rassicuraci, come stai? Dove sei?».

Moussaoui ha raccontato che Masri usa molto le emoticon: quando la parte orientale di Aleppo è colpita dai bombardamenti usa una faccina triste. Quando le bombe gli cadono vicino aggiunge una faccina col volto pallido o grondante di sudore. Quando all’inizio di agosto i ribelli trovarono un modo per rompere l’assedio, Masri scrisse sul gruppo di WhatsApp che aveva appena mangiato una pizza, con la faccina con la lingua fuori. Ma da quando l’assedio è stato imposto di nuovo, spesso scrive che «sta cercando qualcosa da mangiare». Da qualche giorno sono ripresi massicci bombardamenti russi e siriani su Aleppo, con una violenza mai vista prima. I messaggi di Masri sono diventati più cupi, ha raccontato Moussaoui.

“I bombardamenti sono così intensi che illuminano il cielo come fuochi d’artificio”

“Aleppo è in fiamme, non mi sono rimaste né porte né finestre. Gli edifici intorno a me sono in fiamme”

“Dove posso andare? Da nessuna parte. Stiamo aspettando di morire uno dopo l’altro”

“È la prima volta che vedo questo livello di distruzione. Quello che sta succedendo ora è distruttivo come tutte le bombe degli ultimi tre anni”

Masri ha raccontato che non aveva mai pensato di diventare un giornalista, ma poi si è appassionato: «Ho enorme rispetto per il giornalismo e sono onesto nel modo in cui lo pratico. Anche se simpatizzo per l’opposizione e vivo nel territorio controllato dall’opposizione, anche se ho partecipato alle proteste anti-regime, evito di filmare in maniera soggettiva e di schierarmi dalla parte dei ribelli, quando faccio il mio lavoro. Penso che questo lavoro sia sacro, e sono molto attento. Se c’è qualcosa su cui ho un dubbio, o qualcosa che non mi sembra vero, non lo filmo». Masri ha ricevuto due premi per le sue fotografie, che sono stati ritirati per conto suo da AFP.

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