Il giapponese Rei Higuchi, argento nella lotta libera maschile 57kg (Alex Livesey/Getty Images)
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  • sabato 20 Agosto 2016

Tra argento e bronzo è meglio il bronzo?

Così sembrerebbe, a guardare certe facce alle fine delle gare: ed è così anche secondo uno studio di qualche anno fa, di cui si parla di nuovo

Il giapponese Rei Higuchi, argento nella lotta libera maschile 57kg (Alex Livesey/Getty Images)

Nelle Olimpiadi antiche uno vinceva e tutti gli altri no. In quelle moderne uno vince e tra gli altri – che, come si dice, possono comunque dire d’aver partecipato – ce ne sono due che non vincono ma si portano comunque a casa qualcosa: la medaglia d’argento e quella di bronzo. In realtà il sistema delle tre medaglie – d’oro, d’argento e di bronzo – non furono introdotte da subito ma qualche anno dopo le prime Olimpiadi moderne. Da allora il vincitore dell’oro è per ovvie ragioni quasi sempre il più contento e poi ci sono, un po’ o molto meno contenti, quelli che hanno vinto argento o bronzo. Ma chi è più contento: chi vince l’argento o chi vince il bronzo? La logica farebbe dire “quello che ha vinto l’argento”, dato che è arrivato prima in classifica: l’osservazione attenta e assolutamente priva di basi scientifiche di finali e podi olimpici a cui tutti ci siamo dedicati assiduamente in questi giorni suggerisce però che è il contrario; e la stessa cosa disse anche uno studio di cui qualche giorno fa ha parlato Quartz.

Lo studio fu fatto nel 1995 dagli psicologi Victoria Medvec e Thomas Gilovich – che al tempo lavoravano per la Cornell University, nello stato di New York – e da Scott Madey dell’università di Toledo, in Ohio. I tre psicologi chiesero ad alcuni loro studenti non particolarmente interessati agli sport olimpici di guardare alcune gare delle Olimpiadi di Barcellona 1992, e di dare un voto da 1 a 10 a quella che gli sembrava essere la felicità degli atleti che avevano vinto oro, argento o bronzo. L’1 era il voto più basso, da dare a qualcuno che sembrava essere sofferente, nonostante la medaglia; il 10 era da dare a chi dava l’idea di essere in estasi per il risultato appena raggiunto. Lo scopo dello studio non era guardare la felicità degli atleti che avevano vinto l’oro, ma quello dei secondi e de terzi classificati: secondo gli studenti subito dopo le gare la felicità media dei vincitori dell’argento era 4,8 e quella dei vincitori del bronzo era 7,1. Agli studenti fu chiesto di dare un voto anche alla felicità che gli atleti sembravano avere sul podio. Si abbassò il voto medio sia dei secondi che dei terzi classificati (in entrambi i casi sui “gradini più bassi del podio”) ma i vincitori del bronzo continuarono a essere più felici dei vincitori dell’argento: 5,7 contro 4,3.

La spiegazione sta in quello che i ricercatori chiamarono “pensiero controfattuale”, una semplice risposta alla domanda “e se invece?”. I vincitori dell’argento tendono a essere impegnati a pensare al fatto che sono arrivati così vicini a essere i più forti e non ce l’hanno fatta; i terzi classificati pensano invece che hanno rischiato di non arrivarci nemmeno sul podio, e invece sono riusciti a esserci. In alcune gare c’entra anche un altro fatto: si fanno uno contro uno e il bronzo viene assegnato con una finalina per il terzo e il quarto posto. Di conseguenza, la medaglia di bronzo verrà più probabilmente associata a una vittoria – quella della finalina – al contrario di quella d’argento.

Nel judo, nella pallanuoto e in decine di altri sport succede quindi che il vincitore del bronzo finisca le Olimpiadi con una vittoria e quello che vince l’argento finisca invece con una sconfitta, magari sonante, contro chi si prende l’oro. Uno studio di Scientific American notò per esempio che nessuno dei vincitori dell’argento nel judo ad Atene 2004 sorrise dopo aver vinto l’argento nel judo. Sapeva già di averlo vinto dopo aver vinto la semifinale: il nuovo e unico obiettivo era quindi l’oro.

AFP_FC4MHOktawia Nowacka, vincitrice del bronzo nel pentathlon moderno (YASUYOSHI CHIBA/AFP/Getty Images)