Le italiane Laura Giombini e Marta Menegatti contro le egiziane Nada Meawad e Doaa el Ghobashy, il 9 agosto 2016, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (Ezra Shaw/Getty Images)
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  • mercoledì 10 Agosto 2016

Beach volley e hijab, parliamone

Un punto sulle discussioni nate attorno a una fotografia scattata durante la partita di beach volley tra Egitto e Germania alle Olimpiadi

Le italiane Laura Giombini e Marta Menegatti contro le egiziane Nada Meawad e Doaa el Ghobashy, il 9 agosto 2016, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (Ezra Shaw/Getty Images)

Alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, il 7 agosto la nazionale di beach volley femminile dell’Egitto ha giocato una partita contro quella della Germania, perdendo due set a zero. L’Egitto ha partecipato alle gare di questa disciplina per la prima volta dal 1996, cioè da quando il beach volley è diventato uno sport olimpico. Si è parlato molto di questa partita, ma non per il suo risultato: invece per la differenza tra gli abiti indossati dalla squadra tedesca (formata da Laura Ludwig e Kira Walkenhorst) e da quella egiziana (Doaa el Ghobashy e Nada Meawad). Le giocatrici tedesche indossavano un bikini, mentre le egiziane una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi aderenti; el Ghobashy portava anche lo hijab, il velo con cui molte donne musulmane si coprono i capelli. La nazionale egiziana ha poi giocato con quella italiana (Marta Menegatti e Laura Giombini), che ha vinto a sua volta 2 a 0, e anche in questo caso si è parlato più di come erano vestite le atlete che del risultato della partita.

Molti giornali hanno mostrato le immagini delle giocatrici in bikini di fianco a quelle più coperte, alcuni parlando di “scontro culturale” (come il quotidiano conservatore Times di Londra), altri di “incontro di culture” (come la Stampa e Repubblica in Italia). Sui social network molte persone hanno commentato le immagini parlando del caldo che le atlete egiziane dovevano sopportare per via delle divise più coprenti, o del fastidio che dovevano provare se la sabbia finiva sotto le loro magliette; altri hanno modificato in vari modi sgradevoli le fotografie. El Ghobashy, che ha 19 anni, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press (AP) che porta lo hijab da 10 anni e che il velo non le impedisce di fare le cose che le piacciono, tra cui giocare a beach volley.

I bikini del beach volley alle Olimpiadi

Dal 1996 alle Olimpiadi di Londra del 2012, le giocatrici di beach volley dovevano indossare obbligatoriamente un bikini durante le partite, mentre per i membri delle squadre maschili erano previsti pantaloncini e canottiera non aderenti. Nel corso degli anni però le cose sono cambiate. Per le Olimpiadi di Sydney del 2000 la Federazione internazionale di pallavolo (FIVB) stabilì che i costumi indossati dalle squadre femminili di beach volley dovessero essere meno coprenti: probabilmente la decisione fu dovuta al tentativo di rendere più spettacolare e telegenico lo sport, che da poco era arrivato ai Giochi. In quell’occasione le atlete della squadra australiana protestarono per diverse ragioni: per via della temperatura (le Olimpiadi si svolsero a settembre, quando nell’emisfero australe è appena iniziata la primavera), per la scomodità del bikini rispetto ai costumi interi e per il fatto che non ci fosse una motivazione legata alle prestazioni per ridurre la dimensione dei bikini.

Per le Olimpiadi di Londra c’è stata un’inversione di tendenza: la FIVB ha deciso di permettere alle giocatrici di beach volley di giocare anche indossando magliette a maniche lunghe e leggings lunghi. Le atlete della nazionale brasiliana li usarono per giocare il 7 agosto 2012, giorno in cui a Londra pioveva. La decisione di introdurre divise sportive più coprenti però è stata presa per permettere di giocare ad atlete con particolari “credo religiosi o culturali”, come recita il regolamento della FIVB del 2016. Il portavoce della FIVB Richard Baker ha detto ad AP che la nuova strategia è servita ad aumentare il numero di paesi che hanno provato a mandare una squadra di beach volley femminile alle Olimpiadi di Rio de Janeiro: per i Giochi di Londra 143 paesi avevano partecipato alle qualificazioni, per quelli di Rio invece 169.

Doaa el Ghobashy è stata la prima giocatrice di beach volley a gareggiare con uno hijab: la FIVB le ha dato il permesso di farlo poco prima dell’inizio dei Giochi di Rio, anche se nel regolamento del 2016 questa opzione non era prevista. El Ghobashy comunque non è stata l’unica atleta a partecipare alle Olimpiadi indossando lo hijab: una delle altre che lo hanno indossato finora è la schermitrice della nazionale americana Ibtihaj Muhammad, la prima statunitense a portare il velo alle Olimpiadi, che lo ha tenuto sotto la maschera.

Le opinioni sulle immagini delle giocatrici in bikini di fianco a quelle più coperte

Il giornalista della CNN Bill Weir ha twittato una delle fotografie che mostrano Doaa el Ghobashy e Kira Walkenhors sotto rete, scattata dalla fotografa di Reuters Lucy Nicholson, scrivendo: «Test di Rorschach olimpico. Vedete uno scontro di civiltà o il potere unificante dello sport?». Quasi duecento persone hanno ritwittato il tweet e molte hanno risposto alla domanda. La stessa immagine è stata anche modificata in modi offensivi o polemici: un utente ha messo l’immagine di una bomba al posto della palla, un altro ha cancellato il bikini di Walkenhors facendola apparire nuda. Un account finto con un nome e un’immagine simile a quello dell’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha pubblicato l’immagine con il corpo di Walkenhors pixellato: molte persone hanno creduto che l’account e il tweet fossero autentici e alcuni hanno risposto con una versione dell’immagine in cui era il corpo di el Ghobashy a essere pixellato.

Molte persone sono partite dalle fotografie di el Ghobashy e Meawad per fare commenti sulla libertà di scelta delle donne per quanto riguarda l’abbigliamento. Altre hanno detto che non c’era nulla di strano nel loro essere coperte; al massimo erano i bikini delle altre giocatrici a essere troppo succinti, in modo non giustificabile dal possibile miglioramento delle performance sportive. La maggior parte della discussione sui social network pare arrivare dai paesi occidentali, ma anche in Egitto si è parlato della questione. Il quotidiano in lingua inglese Daily News Egypt racconta che le atlete sono state criticate perché secondo alcuni avrebbero dato “un’immagine negativa dell’Egitto” per via di quello che indossavano; secondo altri i leggings non avrebbero nulla a che vedere con lo hijab e quindi non sarebbero quelli a rappresentare le ragazza egiziane che scelgono di coprirsi.

Michele Smargiassi, stimato giornalista di Repubblica esperto di fotografia, ha pubblicato un’analisi delle immagini con alcune considerazioni sul suo blog di fotografia Fotocrazia. Secondo Smargiassi la fotografia di Doaa el Ghobashy e Kira Walkenhors ha un’innegabile “potenza iconica” in cui “il compendio simbolico dell’affrontamento Islam-Occidente è sfacciato in modo perfino disarmante”. Smargiassi invita alla cautela nel giudicare le differenze presenti nella fotografia e dice come entrambe le immagini delle atlete coinvolte mostrino “messaggi ideologici imposti al e col corpo femminile”; poi prosegue con una riflessione sulle divise nel beach volley:

«Sport che richiedono altrettanta libertà di movimento adottano costumi meno ridotti – e non so davvero se sia solo questione di sabbia. Temo che la sabbia c’entri proprio come elemento simbolico: nato come versione ricreativa balneare della pallavolo “seria”, anche dopo la sua promozione abbastanza recente (1996) a sport olimpico il beach volley sembra trascinarsi dietro il suo marchio originale di spettacolo (ogni sport è spettacolo) da Bagno Aurora, con bordocampo di maschi ardenti sostenitori del movimento femminile, diciamo così. Il bikini delle atlete è ancora debitore del bikini da spiaggia. Mi sembra.

È dunque la scelta di un compromesso simbolico che accomuna le due metà del campo. Ciò che le separa è solo la sua misura. Perché anche nella metà sinistra della foto un compromesso esiste: le donne musulmane velate non vestono abitualmente pantaloni così attillati da rivelare la forma della gamba. Agli stilisti olimpionici egiziani dev’essere sembrato un eccessivo sacrificio performativo imporre alle loro atlete pantaloni larghi e sbuffanti e tuniche alle caviglie».

In generale, in un evento come le Olimpiadi in cui moltissime persone in tutto il mondo guardano performance fisiche di alto livello, i corpi ricevono molta attenzione. Quando si tratta dei corpi delle atlete, c’è sempre il rischio che si parli di più di forma fisica e divise piuttosto che delle abilità sportive, come capita spesso per esempio per le tenniste. In queste Olimpiadi si sono già viste cose del genere, come il titolo nei confronti della squadra italiana femminile di tiro con l’arco pubblicato l’8 agosto su Il Resto del Carlino. Lo stesso giornale ha pubblicato un profilo della tiratrice di tiro a segno Petra Zublasing parlando di lei quasi solamente in relazione a Niccolò Campriani, medaglia d’oro nella carabina e suo fidanzato, e facendo qualcosa di simile al Chicago Tribune che ha annunciato la medaglia di bronzo della tiratrice americana Corey Cogdell-Unrein senza nominarla, ma indicandola come moglie di un giocatore della squadra di football Chicago Bears.

La giornalista Lindy West ha scritto sul Guardian alcuni consigli per i colleghi che si occupano di scrivere degli eventi sportivi in cui gareggiano le atlete. West spiega che spesso i giornalisti sportivi non raccontano bene le notizie che riguardano le atlete perché non sono abituati a scriverne, dato che in generale le competizioni maschili ricevono maggiore attenzione da parte dei media. Il sito Valigia Blu ha ripreso i consigli di West traducendoli in italiano.