Il calcio in Italia durante il fascismo

Un capitolo di "Vincere o morire", il nuovo libro di Enrico Brizzi che ne racconta la storia

Laterza ha pubblicato il libro di Enrico Brizzi Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera 1926-1938. Brizzi, autore di vari libri di successo fra i quali Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Bastogne, Tre ragazzi immaginari e la biografia di Vincenzo Nibali Di furore e lealtà, continua con questo libro il racconto della storia del calcio in Italia, iniziato l’anno scorso con Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926.

Il libro si occupa degli anni in cui l’Italia vinse i suoi primi due campionati del mondo, nel 1934 e nel 1938, e poi il torneo di calcio alle Olimpiadi nel 1936, e di come in quel periodo i successi nel calcio si intrecciarono perfettamente con la propaganda del regime fascista, che ne approfittò per esaltare la sua immagine e quella dell’Italia. Quelli furono anche gli anni in cui cominciarono a arrivare in Italia gli “oriundi”, calciatori sudamericani con origini italiane, che diedero un contributo fondamentale per le vittorie di quegli anni.

In questo estratto si racconta la spedizione italiana alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, chiusa con la vittoria della medaglia di bronzo.

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Su al Nord, incastonati fra la Francia, la Germania e un mare gelido, c’erano il Belgio, il minuscolo Lussemburgo e un’altra nazione particolare.
Non si era mai capito se la si poteva chiamare a buon diritto Olanda, o se risultava più corretta la definizione, così grottesca nella nostra lingua, di Paesi Bassi.
In ogni caso, la sua bandiera sventolava in posti lontanissimi dalle distese di tulipani e mulini a vento della Madrepatria, intersecate dai canali sui quali, non appena l’inverno li trasformava in piste di ghiaccio, si filava a bordo di pattini d’argento.
Gli olandesi erano pochissimi, e ad ogni guerra rischiavano l’osso del collo – da Napoleone al Kaiser, li avevano invasi senza fatica tutti i malintenzionati della Storia – ma, alla fine, comandavano loro nella Guiana, nelle Antille, a Giava, a Sumatra, e persino nel Borneo.
A quanto si diceva, quella racchia della regina Guglielmina era la donna più ricca del mondo.
Cos’altro si sapeva dei suoi sudditi? Che erano protestanti, bevevano birra a fiumi, dipingevano quadri da ubriachi, e mangiavano formaggi spaventosamente rozzi e insapori.
Del loro campionato di calcio era giunta eco solo alle orecchie degli appassionati: le squadre più forti dell’anteguerra, come l’HVV dell’Aia, il RAP Amsterdam e lo Sparta Rotterdam avevano perso terreno, ed erano state sopravanzate da nuovi club. Aveva appena vinto il secondo titolo il Feyenoord di Rotterdam, lasciando con un palmo di naso i “Lancieri” dell’Ajax, squadra cara alla borghesia israelitica di Amsterdam.
Maggior risonanza avevano ottenuto i risultati della Nazionale. Alle Olimpiadi del 1908 e del 1912, gli Olandesi avevano guadagnato per due volte la medaglia di bronzo. Si erano ripetuti ad Anversa nel 1920, favoriti dal forfait della Francia, e nell’ultima edizione dei Giochi avevano mancato il podio per un pelo.
Si erano, insomma, sempre fatti valere e, nonostante la nebbia, il freddo e la pioggerella che tormentava la loro piccola patria, i dirigenti del Comitato Olimpico avevano deciso di assegnare proprio a loro l’organizzazione dei nuovi Giochi: che ci si andasse, allora. In fondo, il viaggio non era così lungo e, per quanto riguardava il torneo di calcio, qualche speranza la si poteva nutrire.
Tanto alle Olimpiadi di Anversa quanto a quelle di Parigi 1924, l’Italia si era sempre fermata ai quarti, ora toccava procedere almeno sino alle semifinali.
Sperare non costava nulla, ma la vittoria finale sembrava al di là delle nostre chances, preclusa dalla presenza di due formazioni stellari come l’Uruguay e l’Argentina.
Giocare contro una delle due sarebbe già stato un cimento stimolante, e una storia che ciascuno degli Azzurri avrebbe potuto raccontare ai nipoti.

In panchina c’era sempre Rangone, ché Pozzo aveva troppo da fare come giornalista della Stampa, ma i due si consultavano di continuo, e non c’erano dubbi sul fatto che l’allenatore avrebbe impiegato il Metodo in salsa italiana.
Poteva portarsi laggiù ventidue giocatori, undici per scendere in campo, due o tre come plausibili riserve e gli altri in viaggio-premio. E chi aveva scelto?
Come portieri, Combi della Juventus e il ventottenne genoano De Prà, con l’interista Degani per completare il pacchetto.
Fra i difensori Rosetta, Delfo Bellini del Grifone, Caligaris, che si era messo in mostra nel Casale ed era prossimo a passare alla Juventus, il bolognese Felice Gasperi, la crapa pelata di Pietroboni dell’Inter e Andrea Viviano dell’Alessandria.
Poi Baloncieri e Rossetti, due terzi del “Trio delle meraviglie”, e l’altro granata Janni; Bernardini, che si diceva prossimo a un ritorno nella capitale, non per rincasare alla Lazio, però, ma per unirsi alla Roma, dove avrebbe trovato l’altro convocato, Ferraris IV in arte “er Più”. E ancora i bolognesi Genovesi e Pitto, e quel mattacchione dell’interista Rivolta, che se solo ci fosse stato con la testa avrebbe potuto raggiungere livelli di eccellenza, invece partiva per fare la riserva. Completavano la lista il bel Pietro Pastore, lo “Sfondareti” Levratto, Magnozzi del Livorno, il guerriero d’area Angelo Schiavio del Bologna, e “l’Uomo del fango” Banchero.

Schivato il turno preliminare, gli Azzurri si trovarono direttamente agli ottavi contro un cliente ormai classico come la Francia. Era l’undicesima volta che l’incontravamo, e nei match precedenti avevamo accumulato cinque vittorie a fronte di tre sconfitte e due pareggi.
Poteva andare peggio, ma poteva anche andare meglio, contando che c’erano in lizza squadracce come il Lussemburgo, la Turchia, il Messico o gli Stati Uniti.
Si scese in campo alle due del pomeriggio del 29 maggio allo Stadio Olimpico di Amsterdam.
Rangone schierò De Prà fra i pali, Rosetta e Caligaris come terzini, Pietroboni, Bernardini e Janni come mediani, Baloncieri e Rossetti mezzali, Levratto e Rivolta sulle ali, e il suo concittadino Banchero centravanti. Tutti loro videro per la prima volta intorno al campo le réclame di una bibita tonificante americana chiamata Coca-Cola, al suo debutto come sponsor di una manifestazione calcistica.
Partimmo, a dir poco, malissimo: al quarto d’ora segnò Juste Brouzes del Red Star di Parigi, la squadra fondata nel 1897 da Jules Rimet, e nel giro di un niente i “Galletti” buttarono nel sacco di De Prà anche la seconda pappina.
C’era di che disperarsi, ma per fortuna i nostri tennero i nervi saldi, ripresero in mano il gioco e diedero l’avvio alla rimonta: Rossetti segnò intorno al 20’, lo “Sfondareti” Levratto venti minuti più tardi e, quando già i Transalpini invocavano il riposo, Banchero li castigò per la terza volta.
Il secondo tempo ebbe così inizio sul 3 a 2 per gli Azzurri, ma le emozioni non erano finite: al quarto d’ora della ripresa, la buttò dentro Baloncieri con la noncuranza dei campioni, e a quel punto la Francia poteva anche arrendersi. Anzi no: appena un giro di lancette, e il tessitore del gioco transalpino, Robert Dauphin dello Stade Français, portò il risultato sul 4 a 3.
Non si poteva mai stare tranquilli, in Olanda, e toccò smorzare le folate degli avversari erigendo una muraglia, sino a che i Galletti non si trovarono impotenti, frustrati, con la lingua fuori, ad ascoltare i tre fischi che chiudevano il match e li rispedivano a casa sconfitti.

Insieme a noi, passarono il turno la Germania, il Belgio, l’Egitto – trionfatore nel “derby musulmano” contro la Turchia – il Portogallo, la Spagna e, naturalmente, le due favorite Uruguay e Argentina.
La Nazionale albiceleste al primo turno aveva calpestato senza fatica gli Stati Uniti, infliggendo agli Yanquis un umiliante 11 a 2.
Poteva contare su un portiere di nome Ángel Bossio, che militava nel Talleres, la squadra del sobborgo bonaerense di Remedios, ed era noto come la “Maravilla elástica”.
I terzini chiamati a tener lontani gli avversari dalla sua porta avevano nome Paternoster e Bidoglio, quest’ultimo militante nella squadra di riferimento della comunità italiana, il Boca Juniors.
Condottiero della Nazionale e perno della sua manovra era un tipo che superava di poco il metro e 65 centimetri, ma aveva torace, spalle e cosce da campione di lotta greco-romana, per non dire dell’espressione torva in grado di intimorire chiunque: si chiamava Luis Monti, militava fra i Rossoblù del San Lorenzo, e il gentile soprannome di “Luisito” non gli si adattava quanto l’altro, egualmente in uso, di “Doble ancho”, ovvero “Armadio a due ante”.
Lo assistevano sulla mediana il più esile Médici, pure del Boca, e Juan Evaristo, che invece giocava nello Sportivo Palermo di Buenos Aires.
Compagno di Monti fra i “Cuervos” del San Lorenzo era lo spilungone Alfredo Carricaberry, ala destra, mentre militava nell’Estudiantes il solido centravanti Ferreira. Giocava invece per i “Diavoli rossi” dell’Independiente l’altra ala, il fuoriclasse mancino Raimundo “Mumo” Orsi; era alto appena un metro e sessanta, sottile come un giunco, e ricordava, senza bisogno del trucco, l’espressione ingenua di Buster Keaton. Tanto sempliciotto, però, non doveva essere, perché giostrava a piacimento palla al piede, e aveva anche un buon fiuto del gol, tanto che aveva firmato una doppietta contro gli Stati Uniti.
Completavano l’attacco due cannonieri di spaventosa efficacia, entrambi in forza al Boca Juniors, ma diversissimi nell’aspetto, ché uno era leccato come un cantante di music hall mentre l’altro, rotondo di corporatura e scuro di carnagione, faceva pensare a un carrettiere: il damerino era Domingo Tarasconi, noto come “el Tarasca”, l’altro Roberto Cerro. Contro i Norteamericanos, si erano divertiti entrambi come bambini, segnando rispettivamente quattro e tre reti.
Quella squadra composta per metà da figli di emigranti del Bel Paese affascinava e faceva paura. Da un lato, sarebbe stato stimolante incontrarla. Dall’altro, era meglio che accadesse il più tardi possibile.

Per nostra fortuna, nel turno successivo, l’unico sudamericano che vedemmo scendere in campo era l’arbitro, il señor Lombardi.
Gli avversari, invece, erano le Furie rosse della Spagna, Nazionale fondata su un blocco di giocatori baschi, per la maggior parte della Real Sociedad di San Sebastián. Alla formazione mancava una nostra vecchia conoscenza, il capitano Pedro Vallana, che nel 1920 aveva ottenuto la medaglia d’argento, e quattro anni più tardi ci aveva involontariamente favorito realizzando una clamorosa autorete alle spalle di Zamora; il buon Vallana, presentatosi alla sua terza Olimpiade, si era infortunato nel primo turno contro il Messico e aveva dovuto dare forfait.
Rangone confermò per otto undicesimi la formazione vittoriosa contro la Francia; De Prà lasciò il posto di estremo difensore a Combi, Bernardini venne rimpiazzato dal bolognese Pitto, e Banchero scese in campo fra gli “avanti” al posto di Schiavio.
L’incontro si svolse senza esclusione di colpi, a dire il vero diretti principalmente sugli stinchi degli Spagnoli, passati in vantaggio con Zaldúa e raggiunti intorno all’ora di gioco grazie al pareggio di Baloncieri.
Terminato sull’1-1, il match venne ripetuto tre giorni più tardi, ma parecchie “Furie” non erano riuscite a rimettersi in piedi, e quelle che ce l’avevano fatta erano decisamente sottotono. Il livornese Magnozzi fu preferito a Rossetti, e venne ancora una volta ridisegnata la mediana: fu escluso l’interista Pietroboni, e tornò in campo il giovane “Fuffo” Bernardini, affiancato da Pitto e Janni.
Questa volta fu una passeggiata di salute: al riposo l’Italia era già in vantaggio per 4 a 0, e continuò ad attaccare anche nella ripresa, fissando il risultato su un roboante 7-1. La Spagna era “matata”, e gli Azzurri passarono, per la prima volta nella loro storia, alle semifinali del torneo di Olimpia.
Chi avrebbero incontrato? Il sorprendente Egitto, capace di eliminare senza troppa fatica il Portogallo? La fiabesca Nazionale albiceleste? Nossignori: questa volta ci toccavano i campioni in carica.

Gli Uruguagi avevano eliminato, nel primo turno, i padroni di casa dell’Olanda, e nei quarti si erano liberati facilmente della Germania, alla quale avevano rifilato quattro reti.
Il loro líder, in campo e nello spogliatoio, era José Nasazzi detto “el Gran Mariscal”, il gran maresciallo. Figlio di un emigrante lariano, giocava da terzino e militava fra i “Papales” del Bella Vista, squadra d’ispirazione cattolica che riproduceva sulla propria casacca i colori vaticani.
Con lui erano presenti parecchi degli uomini che, quattro anni prima, si erano aggiudicati la medaglia d’oro a Parigi. Identico era il pacchetto difensivo, che oltre al “Maresciallo” comprendeva il portiere Mazzali, già campione continentale dei 400 metri a ostacoli, che giocava per i Biancorossoblù del Nacional, e il terzino Pedro Arispe, fisionomia da pacioso commendatore ma garra da autentico mastino.
Avevano vinto il torneo francese anche il mediano di colore Andrade, in forza ai “Tricolores” del Nacional, che i giornali chiamavano “la Maravilla negra”, e il suo compagno di squadra Héctor Pedro Scarone, più noto come “el Mago”, che a un bel punto era partito per la Spagna e aveva aiutato il Barcellona a vincere la Coppa del Re. E ancora Pedro Cea, la scattante ala Santos Urdinarán e l’“Artillero” Pedro Petrone, micidiale centravanti di origini lucane dei Tricolores.
A supportare i gloriosi senatori c’erano i nuovi talenti difensivi Tejera e Canavesi, che si diceva non volesse giocare per scaramanzia contro gli Argentini; i mediani “Gallego” Fernández, Píriz e Álvaro Gestido, che giocava per i “Carboneros” del Peñarol ed era fratello minore d’un politico che puntava alla presidenza della Repubblica. Per finire, due attaccanti temibili come “Giroba” Campolo ed Héctor Castro, chiamato il “Divino monco”, ché aveva perso una mano impiegando una sega elettrica, ma coi piedi faceva quel che voleva.
Tutti loro avrebbero tranquillamente potuto giocare titolari in Italia, o così almeno si presumeva: finalmente, era arrivato il momento di vederli all’opera, e giudicarli uno per uno.

Il 6 giugno l’Argentina fece un sol boccone dell’Egitto, mandando in porta per tre volte l’elegante “Tarasca”, Cerro e Ferreira: senza sorprese, l’Albiceleste si proiettò così in finale.
L’indomani, sul terreno ormai familiare dello Stadio Olimpico di Amsterdam, toccò a noi.
Per il primo incontro degli Azzurri contro una rappresentativa sudamericana, Rangone si affidò alla stessa squadra che, tre giorni prima, aveva inflitto sette reti alla Spagna: Combi fra i pali, Rosetta e Caligaris terzini, Pitto e Janni mediani, “Fuffo” Bernardini nel ruolo-chiave di centromediano, capitan Baloncieri e il livornese Magnozzi interni, il mattacchione Rivolta e lo “Sfondareti” Levratto sulle ali, e “Anzlèn” Schiavio centravanti.
C’era di che sentirsi emozionati, e forse un po’ lo erano anche gli uomini della Celeste, che da quell’incontro non avevano nulla da guadagnare e tanto da perdere: se non avessero raggiunto la finale, al ritorno in patria li avrebbero come minimo bersagliati di verdure marce.
Il loro tecnico, Giannotti, mandò in campo l’atletico Mazzali, lo scaramantico Canavesi e Arispe come terzini. Sulla mediana c’erano la “Meraviglia nera” Andrade, Gestido del Peñarol e il “Gallego” Fernández centromediano. Più avanti, Cea e il “Mago” Scarone in posizione di interni, mentre il tridente offensivo prevedeva Urdinarán e “Giroba” Campolo sulle ali, e il temibile Petrone in posizione di centravanti.
Non mancavano, insomma, i talenti, ma si era ritenuto di far riposare il “Maresciallo” e il “Divino monco” Castro, segno che l’Uruguay ci prendeva sul serio fino a un certo punto.

Quel 7 giugno, gli Azzurri scendono in campo concentrati e credono alla possibilità dell’impresa: non sono trascorsi dieci minuti di gioco, che Baloncieri – per lui, cresciuto a Rosario, questo è quasi un derby – gela i Sudamericani portando in vantaggio l’Italia.
Gli Uruguagi si stropicciano gli occhi per levarsi di dosso incredulità e torpore: per battere i “Tanos”, bisognerà impegnarsi seriamente. Così scatenano tutta l’intensità del loro gioco, e per un quarto d’ora fanno ciò che vogliono: prima del riposo vanno a segno Cea, poi il “Giroba” Campolo, e ancora il “Mago” Scarone.
Gli Azzurri rientrano negli spogliatoi barcollanti per l’umiliazione. Stavano vincendo, e ora sono sotto per 3 a 1. Nel secondo tempo bisognerà chiudersi in difesa per evitare un’umiliante goleada, o c’è ancora qualche speranza di riprendere il match per i capelli?
La risposta, per gli spettatori dello Stadio Olimpico di Amsterdam, arriva nel giro di quindici minuti: l’Italia rientra in campo determinata, orgogliosa, decisa ad accorciare le distanze. Levratto, in particolare, sembra una furia, ed è proprio lui, lo “Sfondareti”, che al 60’ la butta dentro per il 3 a 2.
Adesso gli Uruguagi hanno paura: tocca addormentare il match, fare di tutto perché gli Azzurri non prendano più la palla. Mezz’ora, però, in determinate circostanze può essere lunga come un’eternità. Lo dice la sapienza popolare, e l’ha dimostrato in via definitiva Albert Einstein, che sette anni prima ha visto premiare le proprie ricerche col Premio Nobel. Il grande fisico, forse, non ha mai sentito parlare di Virgilio Felice Levratto, lo “Sfondareti” capace di staccare un pezzo di lingua al portiere del Lussemburgo con una bordata dritta sui denti, e di diventare uno dei massimi attaccanti del campionato con la maglia del Grifone. Se però lo potesse vedere all’opera, scatenato su ogni pallone, ammetterebbe che per gli Uruguagi il tempo che resta da giocare, anziché accorciarsi, sembra diventare lunghissimo.
Mancano pochi minuti ai tre fischi, quando Levratto prende palla per l’ennesima volta, si libera ed entra in area; è pronto a scoccare una delle sue micidiali cannonate, quando il terzino Canavesi gli piomba addosso, lo abbatte e allontana la sfera. Rigore? Per l’arbitro olandese Eymers, non c’è: Canavesi, secondo lui, ha toccato prima la palla, e fa segno di continuare il gioco.
Per l’Italia non c’è più nulla da fare. Nel giro di poco – un niente, si direbbe – Eymers fischia per tre volte.
L’Uruguay giocherà la sua finale annunciata contro l’Argentina, ma gli Azzurri escono dal campo fra gli applausi. L’indomani il Daily Telegraph titolerà «Evviva gli sconfitti!», e Levratto sarà premiato come miglior giocatore europeo della manifestazione.
L’Italia, d’altronde, è l’unica formazione del Vecchio continente ad essersi guadagnata l’accesso alle semifinali, e non le resta che battere l’Egitto nella “finalina” per il terzo posto per consolarsi con la medaglia di bronzo.
La partita si rivela poco più di una formalità: gli Azzurri vanno a segno addirittura undici volte – tripletta per Schiavio, Magnozzi e Banchero – e, sul finire, “Fuffo” Bernardini, che si è guadagnato un rigore, lo calcia fuori di proposito per non infierire.
Così l’indomani, 10 giugno, i nostri alfieri possono godersi con la certezza della propria medaglia la finalissima tra le due forti rappresentative sudamericane. I novanta minuti, però, non bastano a decretare una vincitrice, né i supplementari sono sufficienti a rompere l’equilibrio.
Il match viene quindi ripetuto tre giorni più tardi. Al riposo, le due squadre sono ancora una volta sul pareggio grazie alle reti del carneade Figueroa per l’Uruguay, e del quadrato “Luisito” Monti.
Nel secondo tempo, però, il “Mago” Scarone escogita un gioco di prestigio dei suoi, e all’Albiceleste non resta che la disperazione di dover cedere ancora una volta il passo ai detestati vicini.
L’Uruguay del “Maresciallo” Nasazzi, del “Mago” e della “Meraviglia nera” Andrade ha vinto il suo secondo titolo olimpico consecutivo; l’Argentina di Monti, “Mumo” Orsi e del micidiale “Tarasca”, capocannoniere del torneo con undici reti, ha comunque lottato sino in fondo, e l’Italia può vantarsi di essere risultata la vera e propria rivelazione del torneo.
La spedizione olandese può essere considerata un’esperienza di successo per gli Azzurri, ma come ogni scorpacciata che si rispetti, scatena nuovi appetiti: fino a dove sarebbe potuta arrivare, coi giusti innesti, la nostra Nazionale? E che genere di richieste avrebbero formulato, quei bravi giocatori sudamericani, per varcare l’Oceano e dare lustro ai nostri club?
Sembravano due domande distinte, l’una legata ai destini della squadra azzurra e l’altra alla contesa per lo scudetto… A ben vedere, però, bastava che la Federazione aggiustasse un po’ le regole, ed entrambe le risposte sarebbero arrivate dai medesimi uomini.

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