• Moda
  • mercoledì 1 giugno 2016

Il “Brexit” sarebbe un guaio per la moda

L'uscita del Regno Unito dall'UE danneggerebbe le aziende e i compratori britannici e del resto d'Europa, scrive la rivista Business of Fashion

Modelle che indossano delle magliette di Burberry, storico marchio di moda britannico, alla settimana della moda di Londra del 2007 (Chris Jackson/Getty Images)

Il 23 giugno i cittadini britannici voteranno un referendum per decidere se restare nell’Unione Europea o uscirne (il cosiddetto “Brexit”), e le conseguenze economiche di quest’ultimo scenario sono uno dei temi più dibattuti tra i due schieramenti. George Osborne, il ministro britannico dell’Economia, ha detto che se il Regno Unito uscisse dall’UE le conseguenze per l’economia sarebbero molto gravi: il paese potrebbe entrare in un periodo di recessione e ci sarebbe una contrazione del 6 per cento entro il 2030. Per quanto riguarda l’industria della moda, che nel 2014 ha contribuito per 38 miliardi di euro all’economia britannica, ci sarebbero conseguenze anche a livello internazionale. La rivista Business of Fashion – una delle più importanti del settore – ha pubblicato un editoriale sostenendo che l’uscita del Regno Unito dall’UE provocherebbe molti danni nel mondo della moda.

La posizione di Business of Fashion è condivisa da molti: più di 280 persone che lavorano nella moda e nel design – tra cui la stilista Vivienne Westwood e la direttrice dell’edizione britannica di Vogue, Alexandra Shulman – hanno firmato una lettera in sostegno alla campagna per rimanere nell’Unione Europea.

1. La svalutazione della sterlina

La prima conseguenza dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea riguarderebbe la moneta inglese, la sterlina. Quando a febbraio il primo ministro David Cameron annunciò il referendum il valore della sterlina diminuì quasi dell’1,3 per cento rispetto al dollaro americano, finendo a 1.4058 dollari, il livello più basso dal marzo del 2009. Secondo la banca inglese HSBC, il valore della sterlina potrebbe diminuire ancora del 20 per cento se il Regno Unito dovesse uscire dall’UE. Molte aziende di moda britanniche producono parte dei capi in altri paesi, come la Cina, dove pagano operai e materie prime in dollari: con una sterlina più debole i costi per le aziende sarebbero più alti, e i prezzi dei prodotti finiti potrebbero venire alzati per fare fronte ai costi maggiori.

Ovviamente una sterlina più debole favorirebbe le vendite ai clienti stranieri, che avrebbero un potere d’acquisto maggiore sui prodotti inglesi. In generale, per i turisti stranieri fare una vacanza nel Regno Unito diventerebbe meno costoso. Dunque la situazione potrebbe diventare vantaggiosa soprattutto per le aziende che producono nel Regno Unito.

2. La riduzione dei consumi

Sempre a causa della svalutazione della sterlina i britannici potrebbero dover pagare di più per i prodotti importati dall’estero, compresi capi di abbigliamento, scarpe e accessori. Secondo Fflur Roberts, un’analista specializzata nel mercato di lusso di Euromonitor, nel Regno Unito calerebbe la fiducia nella propria capacità di spesa; i britannici spenderebbero meno, specialmente all’estero. Questo avrebbe delle conseguenze anche sulle aziende di moda straniere.

3. I rapporti commerciali con altri paesi

Se il Regno Unito dovesse lasciare l’Unione Europea, dovrebbe negoziare nuovi accordi commerciali con l’Unione e altri paesi, tra cui gli Stati Uniti, l’India, la Cina, il Giappone e l’Australia: infatti l’Unione Europea garantisce ai suoi membri dei vantaggi nelle relazioni commerciali con più di 60 paesi. Se il Regno Unito non dovesse ottenere condizioni simili a quelle di cui beneficia stando all’interno dell’Unione, tasse maggiori e altri eventuali nuovi ostacoli potrebbero danneggiare tutto il mercato del lusso, industria della moda compresa. Secondo i sostenitori di Brexit, il Regno Unito potrebbe facilmente ottenere accordi simili a quelli tra la Norvegia (che non fa parte dell’Unione Europea) e gli altri paesi: tuttavia non è chiaro quanto tempo potrebbe volerci per stabilire nuovi accordi e per farli entrare in vigore.

Roberto Azevêdo, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ha detto che il Regno Unito non potrà fare un “copia e incolla” degli accordi che ha sottoscritto in quanto membro dell’Unione Europea, e che probabilmente i nuovi negoziati prenderebbero molto tempo. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto che il Regno Unito dovrà «mettersi in fila» per negoziare i nuovi accordi commerciali con il paese.

4. Le scuole di moda di Londra

Londra non è soltanto la sede di una delle più importanti settimane della moda del mondo, ma ospita anche numerose scuole di moda. Questi istituti – tra cui la Central Saint Martins, una sede dell’Istituto Marangoni, le facoltà di moda dell’Università di Westminster e del Royal College of Art  – ricevono fondi dall’Unione Europea, sia per fare ricerca sia per finanziare programmi per gli studenti, che verrebbero meno se il Regno Unito dovesse uscirne. Gli studenti che provengono dagli altri paesi dell’UE pagano rette più basse rispetto a quelle degli altri studenti internazionali: se il Regno Unito dovesse uscire dall’Unione ci sarebbero meno ragazzi che potrebbero permettersi di andare a studiare a Londra. Secondo Business of Fashion questo provocherebbe un impoverimento del panorama della moda londinese, anche perché oggi molti stilisti stranieri (come la serba Roksanda Ilinčić, i portoghesi Marta Marques and Paulo Almeida, la greca Mary Katrantzou e lo spagnolo Johnny Coca, direttore creativo dello storico marchio inglese Mulberry) fondano una casa di moda proprio a Londra dopo averci studiato.

5. La questione dei confini

La facilità di spostamento all’interno dell’Unione Europea ha permesso ad alcune case di moda, come ad esempio Céline, di avere una sede Londra e in altre città europee e a sarti, creativi e stilisti di lavorarci senza chiedere un visto o permessi speciali. Non è chiaro come l’uscita del Regno Unito dall’UE possa modificare la libertà di movimento degli altri cittadini europei: potrebbe essere più complicato spostarsi e lavorarci e alcune aziende potrebbero chiudere gli uffici a Londra.

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