Bandiere di protesta a Berlino per la parità salariale, marzo 2014 (Adam Berry/Getty Images)

Le donne guadagnano in media il 18 per cento in meno degli uomini

Lo dice una vasta ricerca su 33 diversi paesi del mondo, da cui anche l'Italia non esce benissimo

Bandiere di protesta a Berlino per la parità salariale, marzo 2014 (Adam Berry/Getty Images)

Il gender pay gap, cioè la differenza tra la retribuzione maschile e quella femminile, è pari al 18 per cento: significa che le donne guadagnano in media il 18 per cento in meno degli uomini. L’analisi è stata fatta dalla società di consulenze Korn Ferry Hay Group su più di 8 milioni di dipendenti in 33 diversi paesi del mondo. I dati sono aggiornati al settembre del 2015. Diversi paesi (tra cui Regno Unito e Germania) stanno discutendo progetti di legge per ridurre il gap salariale tra uomini e donne. Come mostra questo grafico dell’Economist, la differenza rimane anche tra uomini e donne che fanno lo stesso lavoro nella stessa azienda.

Gender gap

Il differenziale salariale di genere è spiegato soprattutto con l’assenza di donne nei lavori pagati meglio. Le donne costituiscono infatti il 40 per cento della forza lavoro con mansioni di segreteria, ma solo il 17 per cento della forza lavoro con incarichi dirigenziali. Il divario di retribuzione diminuisce quando si confrontano le retribuzioni di uomini e donne a uno stesso livello con pari funzioni all’interno della stessa azienda: gli uomini continuano però a guadagnare l’1,6 per cento in più rispetto alle donne.

Le donne beneficiano del congedo di maternità e tendono a scegliere posti di lavoro flessibili per potersi prendere cura della famiglia (compito che ricade, con un automatismo ben noto, quasi esclusivamente su di loro). Questi elementi però non possono spiegare fino in fondo la portata del divario che persiste anche oltre gli anni in cui le donne dovrebbero aver smesso di prendersi cura dei bambini: c’entrano discriminazioni nei luoghi di lavoro, mancato riconoscimento delle competenze femminili rispetto a quelle maschili, mancata rappresentanza nella politica e nell’economia, il fatto che le responsabilità familiari non siano condivise in maniera equa.

Le conseguenze sono diverse, perché il divario retributivo incide sul reddito femminile lungo tutto l’arco di vita: guadagnando meno degli uomini, anche durante la pensione, le donne sono più esposte al rischio di povertà in vecchiaia. Lo studio suggerisce anche che con una piena uguaglianza nei luoghi di lavoro le aziende avrebbero il 15 per cento in più di probabilità di avere ritorni finanziari, aumenterebbero la loro redditività e stabilità, promuoverebbero una cultura del lavoro più innovativa (diversi studi dimostrano che le idee più innovative provengono da squadre composte al 50 per cento da donne), risolverebbero la carenza di lavoratori e lavoratrici con istruzione universitaria e per posizioni di leadership soprattutto in certi settori (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e migliorerebbero i rapporti con i clienti (le aziende che somigliano poco al target della propria clientela hanno meno probabilità di comprenderne le esigenze).

Gli Emirati Arabi Uniti, in questa classifica, hanno una posizione particolare. Le donne con pari incarichi e funzioni in una stessa azienda da quelle parti guadagnano il 2 per cento in più rispetto ai loro colleghi maschi. Questo è dovuto in parte al fatto che un minor numero di donne partecipano al mercato del lavoro, ma anche che quelle che hanno la possibilità di farlo tendono ad avere livelli più elevati di istruzione. La situazione per le donne negli Emirati Arabi Uniti rimane molto difficile: uno dei vincoli più opprimenti è il sistema di “tutela” che esiste nei loro confronti. Le donne sono considerate in pratica dei “minori”: non possono viaggiare all’estero, sposarsi, frequentare le scuole superiori o sottoporsi ad alcune procedure mediche senza il permesso del tutore maschio, che può essere il marito, il padre, il fratello ma anche il figlio.

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