(AP Photo/Fabrizio Giovannozzi/Torrini)
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  • martedì 17 maggio 2016

Come Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio

Ha compiuto da poco 70 anni, e l'Ultimo Uomo lo celebra ricordando gli anni in cui iniziò la sua "rivoluzione" tattica

(AP Photo/Fabrizio Giovannozzi/Torrini)

Arrigo Sacchi, che ha compiuto 70 anni da circa un mese, è considerato uno degli allenatori di calcio più importanti e vincenti degli ultimi decenni: ha vinto di tutto col Milan, e prima e dopo ha fatto un ottimo lavoro col Parma e con la Nazionale di calcio. Ma al di là delle sue vittorie, Sacchi sarà ricordato soprattutto per il suo approccio rivoluzionario alla tattica, che ha determinato quello che si vede ancora oggi durante le partite.

Quando Sacchi cominciò a fare l’allenatore, il calcio era un gioco molto “rozzo” e statico, in cui a fare la differenza era la bravura individuale dei singoli giocatori: Sacchi invece convinse i suoi giocatori a rimanere concentrati anche quando la palla era lontana, a muoversi in sincronia e pressare costantemente gli avversari. All’epoca, racconta Daniele Morrone sull’Ultimo Uomo, era «come se il Milan parlasse un’altra lingua calcistica, che gli avversari erano costretti di volta in volta a provare ad interpretare». Spiega Morrone: «ancora oggi le correnti calcistiche più rigogliose si basano sull’accettazione dei concetti fondamentali di Sacchi: che sia il calcio di Guardiola, Mourinho, Bielsa, Ancelotti, Klopp o Simeone. Hanno tutti studiato l’allenatore romagnolo, e tutti ne riconoscono l’importanza nella loro formazione calcistica».

Come i veri filosofi che rivoluzionano e cambiano per sempre il contesto in cui si inseriscono, anche Arrigo Sacchi ha creato schiere di discepoli e detrattori. E, come i veri filosofi rivoluzionari, ha fatto parlare di sé tanto per il proprio sistema di pensiero quanto per il personaggio che la sua fama ha creato.

La rottura dei paradigmi esistenti effettuata da Arrigo Sacchi ha spinto il dialogo tattico in avanti come, prima di lui, aveva fatto solo l’Olanda del Calcio Totale. In ambito nazionale, ha portato al cambiamento di un modo di pensare calcio che sembrava insito nella natura stessa della scuola italiana, nel codice genetico degli allenatori italiani, cioè, proiettandola prima in quello che sarebbe diventato almeno il calcio un decennio dopo. Ancora oggi le correnti calcistiche più rigogliose si basano sull’accettazione dei concetti fondamentali di Sacchi: che sia il calcio di Guardiola, Mourinho, Bielsa, Ancelotti, Klopp o Simeone. Hanno tutti studiato l’allenatore romagnolo, e tutti ne riconoscono l’importanza nella loro formazione calcistica. Poi ognuno ha sviluppato le idee a modo suo, ma il calcio che si gioca oggi ad alto livello è quello pensato dall’ultimo grande allenatore-filosofo del calcio italiano.

Gavetta
Sacchi nasce a Fusignano, nella campagna della bassa Romagna in provincia di Ravenna, da una famiglia benestante che gli avrebbe garantito un ottimo futuro nella fabbrica di scarpe del padre. Grazie al lavoro di venditore viaggia molto, con la possibilità di guardare calcio a ogni latitudine: si innamora dell’Ajax del Calcio Totale, del Liverpool di Bill Shankly, del Brasile di Pelé (è addirittura in America durante il Mondiale messicano del 1970). Tutte squadre che faranno parte del suo DNA tattico.

Sacchi non aveva mai giocato tra i professionisti. Gianni Mura racconta di come il suo allenatore descriveva il Sacchi giocatore: «Era destro, ma giocava terzino sinistro. Sapeva dare tutto quello che aveva dentro, ma non sempre bastava. C’ero anche quando fece il provino a Firenze, un disastro».

Quando decide di darsi anima e corpo al calcio inizia a casa sua, in Romagna, in prima categoria con il Fusignano, il Bellaria e l’Alfonsine. Si sente un maestro di calcio e in quel periodo scrive il suo primo libro, poi a un certo punto decide di lasciare il lavoro e andare a Cesena per allenare la squadra Primavera della città. Così ne parla nella sua autobiografia “Calcio totale” (da cui ho preso le altre sue citazioni presenti in questo pezzo): «Ho sempre amato alla follia il calcio e ho lasciato la fabbrica di scarpe di mio padre per affrontare una carriera piena di incognite. A Cesena guadagnavo in un anno quello che a casa intascavo in un mese».

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