(JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

La musica in streaming va forte

Per la prima volta le vendite digitali hanno superato quelle dei formati fisici, dice la principale associazione dei discografici

(JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

Per la prima volta la vendite della musica in formato digitale hanno superato quelle delle canzoni in formato fisico, come compact disc e dischi in vinile. Il dato è stato diffuso dalla Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI) nel suo rapporto annuale riferito al 2015, nel quale si dice che i servizi per la musica in streaming online hanno contribuito a fare aumentare i ricavi per le principali case discografiche, dopo anni piuttosto turbolenti. Secondo il rapporto, “il consumo di musica sta esplodendo su scala globale”, ma ci sono ancora problemi legati ai margini che riescono a trattenere le case discografiche e gli artisti, in parte a causa dei siti che sfruttano le carenze delle leggi sul copyright per diffondere musica online senza licenza.

Musica in streaming
Il rapporto dell’IFPI dice che nel 2015 le vendite di musica online hanno costituito il 45 per cento dei ricavi, mentre le canzoni vendute su supporto fisico sono valse il 39 per cento. L’aumento dei ricavi per la musica digitale è stato del 10,2 per cento rispetto al 2014, con maggiori incassi per 6,7 miliardi di euro. Il successo di servizi come Spotify, Apple Music e YouTube è stato tale da portare a un aumento dei ricavi per la musica in streaming del 45,2 per cento, arrivando a 2,9 miliardi di dollari che hanno compensato in parte il calo dei download delle canzoni.

I buoni risultati della musica in streaming sono dovuti alla grande diffusione degli smartphone e alla forte concorrenza nel settore, con diversi servizi che si contendono milioni di clienti. Apple Music è stato lanciato proprio nel 2015 e si stima che abbia raccolto circa 11 milioni di iscritti, mentre Spotify ha raggiunto a inizio 2016 quasi 30 milioni di utenti: il servizio di Apple è a pagamento, mentre Spotify offre anche una versione gratuita in cambio dell’ascolto di alcuni messaggi pubblicitari tra una canzone e l’altra, e con ulteriori limitazioni se si ascolta musica da mobile.

Nella seconda metà del 2015 il numero di nuovi iscritti alla musica in streaming è lievemente rallentato, ma in proporzione mantiene comunque numeri più alti rispetto ai download tradizionali. Nell’ottobre dell’anno scorso YouTube ha introdotto negli Stati Uniti una nuova opzione che si chiama Red e che serve per ascoltare la musica in streaming, vedere i video senza pubblicità e ottenere l’ascolto delle canzoni anche offline. Prevede un abbonamento mensile da 9,99 dollari, più o meno in linea con i prezzi richiesti dagli altri servizi di musica in streaming; l’offerta comprende anche canali esclusivi con web serie e altri contenuti non legati alla musica.

La musica in streaming rappresenta ora quasi un quinto (19 per cento) di tutti i ricavi dell’industria musicale; nel 2014 era il 14 per cento. Per quanto riguarda gli incassi della musica in formato digitale, ha quasi raggiunto i download tradizionali: 43 per cento contro 45 per cento. L’IFPI stima che attualmente gli abbonati alle versioni a pagamento della musica in streaming siano 68 milioni di persone in tutto il mondo, nel 2014 erano 41 milioni e nel 2010, primo anno in cui fu raccolto il dato, erano appena 8 milioni di persone.

Meno download
All’aumentare delle iscrizioni per la musica in streaming, diminuiscono i download a pagamento dei file musicali, che costituiscono ormai il 20 per cento di tutti i ricavi prodotti nel settore. Gli incassi nel 2015 sono diminuiti del 10,5 per cento, in compenso sono ancora piuttosto alti i download per gli interi album, con ricavi intorno agli 1,4 miliardi di dollari. I ricavi dai formati fisici tradizionali costituiscono il 39 per cento, ma c’è stata una riduzione del 4,5 per cento tra il 2014 e il 2015. Ci sono comunque alcuni paesi dove le vendite sono ancora molto alte come il Giappone al 75 per cento, la Germania al 60 per cento e la Francia al 42 per cento.

Nel complesso, nel 2015 i ricavi per le case discografiche sono aumentati del 3,2 per cento rispetto all’anno precedente, facendo raggiungere i 15 miliardi di dollari. Il dato è importante perché è il primo aumento consistente su base annua negli ultimi due decenni. La presidente dell’IFPI, Frances Moore, ha detto che: “Dopo due decenni di declino quasi ininterrotto, il 2015 ha portato a risultati storici per l’industria musicale: crescita dei ricavi su scala globale; consumo di musica in aumento ovunque e incassi dai formati digitali superiori a quelli fisici”. Secondo Moore, i dati dimostrano che le case discografiche sono riuscite ad adattarsi al cambiamento portato dal digitale, ma ha comunque ricordato che resta un problema legato ai margini e che riguarda sopratutto i proprietari dei diritti d’autore (“value gap”).

Musica senza licenza
Il “value gap” secondo l’IFPI è principalmente dovuto al fatto che diverse aziende online sfruttano cavilli e incongruenze delle leggi sul copyright per aggirarle, soprattutto in ambito internazionale. I siti che permettono ai loro utenti di caricare i video sostengono di non dovere contrattare, in anticipo, le licenze con le case discografiche perché sono tutelati dalla prassi giuridica con cui si tratta la tutela del diritto d’autore a livello internazionale, le cosiddette leggi “safe harbor” (“porto sicuro”) secondo cui determinati comportamenti non sono considerati violazioni di regole più generali, in questo caso stabilite da istituzioni diverse come quelle statunitensi ed europee.

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Da anni l’IFPI chiede che siano riviste queste normative e accusa i siti che le sfruttano per mettere online la musica senza licenza di fare grandi incassi, senza riconoscere una quota dei ricavi alle case discografiche che detengono il diritto d’autore. È una questione molto complessa e che in parte è stata affrontata dai grandi siti come YouTube, che riconoscono parte dei ricavi pubblicitari alle case discografiche, che però vorrebbero percentuali più alte. L’IFPI stima che gli utenti che sfruttano l’attuale situazione per ascoltare musica gratis siano circa 900 milioni, con ricavi per le case discografiche derivanti dalle percentuali della pubblicità mostrata sui siti intorno ad appena 634 milioni di dollari, pari al 4 per cento degli interi ricavi dell’industria musicale.

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