La Bounty Bay, dove si trova il porto dell'isola Pitcairn. (AP Photo/File)
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  • martedì 8 Marzo 2016

Gli abusi sessuali sull’isola Pitcairn

Su una sperduta isola del Pacifico con 50 abitanti è stato processato il 14esimo uomo per abusi o pedopornografia: è una brutta storia che cominciò con l'arrivo dei marinai del Bounty

La Bounty Bay, dove si trova il porto dell'isola Pitcairn. (AP Photo/File)

Michael Warren, ex sindaco dell’isola Pitcairn, una piccola isola nel mezzo dell’Oceano Pacifico, è stato condannato a venti mesi di carcere per il possesso di oltre 1000 immagini e video pedopornografici. Warren è il quattordicesimo uomo dell’isola a essere condannato per reati sessuali che coinvolgono dei minori negli ultimi quindici anni: gli uomini che oggi abitano l’isola sono dodici in tutto. Si cominciò a parlare degli abusi sull’isola Pitcairn nel 2004, quando sette uomini furono processati per un totale di 55 reati sessuali commessi a partire dagli anni Sessanta. Sei furono condannati. Da allora l’isola ha cercato di riabilitare la propria immagine per incentivare l’immigrazione. Pitcairn ha circa 50 abitanti ed è una delle comunità più isolate del pianeta.

Le isole Pitcairn sono in tutto quattro e appartengono ai Territori britannici d’oltremare, quelle isole sparse nel mondo che appartenevano all’impero coloniale britannico e che oggi sono sotto la giurisdizione del Regno Unito. In tutto le Pitcairn sono quattro, ma solo una – quella omonima – è abitata: ha una superficie di quattro chilometri quadrati e mezzo e ha come capitale Adamstown, dove vivono quasi tutti i circa 50 abitanti. Arrivare sull’isola è molto complicato: non ci sono aeroporti e non ci si può arrivare in elicottero, quindi bisogna arrivare con l’aereo a Tahiti, fare un altro volo di quattro ore fino a Mangareva, nelle isole Gambier, e da qui prendere una nave che raggiunge Pitcairn una volta ogni tre mesi, impiegandoci circa 30 ore. Pitcairn è conosciuta anche perché fu qui che si stabilirono nove dei marinai del famoso ammutinamento del Bounty, avvenuto nel 1789. Dopo essere approdati sull’isola, i marinai – che viaggiavano insieme ad alcuni uomini e donne tahitiani – bruciarono la propria nave, per paura di essere individuati. Negli anni successivi la comunità ebbe una vita sociale violenta – quasi tutti morirono uccisi, spesso per liti sulle donne dell’isola – e le cose peggiorarono quando uno degli abitanti cominciò a distillare alcolici. Nel giro di pochi anni rimase in vita soltanto un uomo, insieme a 8 donne e a diversi bambini. Nessun’altra nave approdò sull’isola fino al 1808, quando la comunità di discendenti degli ammutinati del Bounty fu scoperta e la notizia si diffuse in tutto il mondo.

La vicenda dei marinai del Bounty e dei loro discendenti è strettamente legata agli abusi sessuali scoperti negli ultimi dieci anni. Kathy Marks, una giornalista britannica che fu tra i sei giornalisti che nel 2004 visitarono l’isola per seguire lo scandalo, ha raccontato in un libro che Pitcairn è «una società maschilista dove gli uomini fanno esattamente quello che vogliono». Marks ha spiegato che sull’isola tutti sapevano degli abusi, ma che a causa del ridottissimo numero di abitanti le donne non avevano nessuno a cui denunciarli: «Le persone che hanno l’autorità stanno commettendo abusi a loro volta. Il tuo stesso marito e tuo fratello li stanno commettendo». La prima denuncia formale di abusi sessuali fu fatta da due donne nel 1999 a un’agente di polizia britannica che era andata sull’isola per addestrare alcuni dei suoi abitanti. Da allora cominciarono le indagini della cosiddetta “Operation Unique”, che si conclusero con il processo del 2004.

Il giorno dopo essere arrivata sull’isola, Marks e gli altri giornalisti furono invitati in una casa dalla moglie dell’allora sindaco di Pitcairn, che era uno dei sette uomini accusati di abusi sessuali. Tra gli accusati c’era anche il figlio, il padre e il fratello minore della donna. L’anno seguente, nel 2005, un altro processo coinvolse sei uomini che non vivevano più a Pitcairn: tra questi c’erano suo fratello maggiore e due suoi altri figli, uno dei quali fu scagionato dalle accuse.

Quindici donne – quasi tutta la popolazione femminile adulta dell’isola – erano riunite su dei divani e sedie di plastica nel soggiorno. Al tempo i nomi dei sette accusati erano ancora tenuti segreti per decisione del tribunale. Tuttavia, eravamo al corrente di questo segreto mal custodito; ogni donna nella stanza era imparentata con uno o più di questi uomini. Eravamo stati chiamati a Big Fence, scoprimmo, perché ci venisse spiegato che gli uomini dell’isola non erano “pervertiti” o “criminali incalliti”: erano uomini di famiglia, buoni e laboriosi. Nessun abitante dell’isola avrebbe tollerato che i bambini venissero molestati, e nessuno a Pitcairn era mai stato stuprato. Le “vittime” erano ragazze che sapevano esattamente cosa stavano facendo.

Le donne spiegarono a Marks che il sesso minorile era la norma a Pitcairn, e raccontarono di aver perso la propria verginità molto presto, a 12 o 13 anni: «pensavamo che il sesso fosse come il cibo sulla tavola». Gli abitanti dell’isola sembravano convinti che fosse in atto un complotto del Regno Unito per “chiudere l’isola”. Quel giorno erano presenti anche due ragazze che quattro anni prima, nel 2000, avevano fatto una delle prime denunce di abusi sessuali che diedero inizio alle indagini che portarono alla condanna di sei uomini. Le due ragazze raccontarono di essere state costrette e forzate dalla polizia della Nuova Zelanda, dove vivevano quando avevano sporto la denuncia, e che tornate a Pitcairn avevano capito che «era metà e metà… Lo volevo tanto quanto lo volevano loro. È stata davvero una cosa consenziente». Marks ha raccontato che la madre delle due ragazze disse che nessuna donna era mai stata stuprata a Pitcairn, e contemporaneamente raccontò di aver avuto un’esperienza sessuale che la traumatizzò quando aveva dieci anni: secondo la donna le figlie sapevano esattamente cosa stavano facendo quando erano state violentate. Tutte le donne presenti erano molto preoccupate che gli uomini di Pitcairn potessero essere incarcerati, perché questo avrebbe provocato il collasso della vita dell’isola.

Tra le vittime più giovani dei primi sette abitanti di Pitcairn accusati nel 2004 c’era anche una bambina di 5 anni e un’altra di 7. Mentre Marks si trovava sull’isola, gli accusati erano ancora liberi, e continuavano a condurre una normale vita in mezzo alle donne e alle bambine di Pitcairn. Il 29 settembre a Pitcairn cominciò in un tribunale improvvisato quello che Marks ha descritto come «uno dei processi più strani della storia criminale britannica». La prima vittima, la cui testimonianza venne mostrata con un collegamento video satellitare dalla Nuova Zelanda, raccontò che Steve Christian, l’allora sindaco dell’isola, l’aveva fermata dopo un picnic quando aveva 11 o 12 anni, l’aveva spinta per terra e violentata, mentre altri due ragazzi la tenevano ferma. Dopo Christian aveva chiesto ai suoi due amici se volessero violentarla anche loro, ma questi dissero di no. La donna, che aveva 53 anni ed era volata in Nuova Zelanda dall’Inghilterra per deporre, era vergine. Raccontò che Christian l’aveva violentata altre tre volte, ma non aveva detto niente perché era la normalità e non aveva nessuno a cui dirlo. Dopo Christian furono processati altri sei uomini (gli adulti che vivevano a Pitcairn erano allora 25): uno era accusato di aver molestato settimanalmente una bambina di sei anni, un altro di aver costretto una bambina di 5 anni a praticargli del sesso orale, un altro di aver violentato due sorelle che avevano meno di dieci anni.

Gli accusati si difesero sostenendo che a Pitcairn fare sesso a partire dai 12 anni non solo era legale, ma era anzi una cosa comune, che faceva parte delle tradizioni dell’isola e in generale della Polinesia. Sostennero anche che Pitcairn non rispondeva alle leggi neozelandesi e che quindi il processo era irregolare. Il processo si concluse in poche settimane e fece emergere una consolidata e comune abitudine alla promiscuità e alle attività sessuali imposta alle donne dell’isola fin da piccolissime. Sei dei sette uomini furono condannati per un totale di 35 casi di violenza sessuale. Quattro furono condannati alla prigione. Dopo le condanne, alcuni degli avvocati difensori chiesero che la sentenza non venisse scontata in carcere, perché l’allontanamento di quattro uomini avrebbe provocato un tracollo economico per l’isola: chiesero che la pena venisse trasformata in una compensazione economica per le vittime, seguita da pubbliche scuse. Christian, che era stato condannato alla prigione, si rifiutò di presentare le dimissioni da sindaco ma fu rimosso dall’incarico.

I sei condannati fecero appello alla Corte Suprema di Pitcairn, che è composta da giudici neozelandesi e fu chiamata a prendere la sua prima decisione: l’appello venne respinto nel 2006. Fino ad allora, gli uomini condannati continuarono a vivere sull’isola. Scontarono la loro pena in delle case-prigione costruite appositamente (anche da loro stessi), e che sono state definite come le case più lussuose dell’isola. Michael Warren, il sindaco di Pitcairn condannato lo scorso febbraio, cominciò a scaricare da internet immagini pedopornografiche nel 2004, e continuò per gli anni successivi, in cui si è occupato della protezione dei minori sull’isola e ha frequentato appositi corsi di aggiornamento in Nuova Zelanda. All’inizio si era difeso dicendo di aver scaricato le immagini per comprendere meglio le violenze sessuali sui minori. Warren sarà incarcerato quando arriveranno sull’isola gli agenti di polizia neozelandesi, un’operazione che potrebbe richiedere alcuni mesi.