La bandiera dell'Unione Europea tra i seggi del Parlamento europeo a Strasburgo, in Francia, gennaio 2016. (FREDERICK FLORIN/AFP/Getty Images)
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  • martedì 16 Febbraio 2016

La storia di Piero Gobetti

La bandiera dell'Unione Europea tra i seggi del Parlamento europeo a Strasburgo, in Francia, gennaio 2016. (FREDERICK FLORIN/AFP/Getty Images)

Piero Gobetti morì il 15 febbraio 1926, ad appena 24 anni: novant’anni fa. Era stato nella sua breve vita un antifascista i cui pensieri e scritti avrebbero influenzato fortissimamente il pensiero democratico italiano. La straordinarietà della sua storia era citata in un capitolo del libro di Luca Sofri, peraltro direttore del Post, Un grande paese.

Un giovane alto e sottile
Piero Gobetti era nato a Torino nel 1901. Wikipedia lo definisce «un giornalista, politico e antifascista italiano» e cita la descrizione che ne fece Carlo Levi: «Era un giovane alto e sottile, disdegnava l’eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte». Conobbe e fu allievo di Luigi Einaudi, Giuseppe Prezzolini e Gaetano Salvemini. Nomi che molti di voi – non vi preoccupate, è normale – conoscono per memorie scolastiche o perché c’è una via col loro nome, in città. Erano uno storico, uno scrittore e un economista, e se sapete chi era cosa potete già essere abbastanza soddisfatti di voi stessi. Ma in ogni caso, sono persone col nome su una via (voi avete avuto insegnanti col nome su una via? Io nessuno, e non lo vedo probabile nella toponomastica futura). Gobetti fondò giornali e collaborò ad altri giornali, fece politica, aprì una casa editrice. Lavorò per quella che chiamava «una rivoluzione liberale» in Italia. Fu arrestato e perseguitato dai fascisti. Su ordine diretto di Mussolini venne picchiato diverse volte. Fondò un’altra rivista a cui collaborarono Benedetto Croce ed Eugenio Montale (viale Benedetto Croce, largo Eugenio Montale). Scrisse:

Bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista sicuri di non cedere e indifferenti a qualunque specie di consolazione. (…) Ma esiste in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà. Comunque, anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di domani. (…) Sono minoranza, numericamente, ma incutono rispetto anche al più agguerrito nemico. Tra le illusioni universali il cervello di questi uomini funziona, la folla e il successo non hanno prestigio sulla loro volontà di dirittura, sul loro animo non servile. (…) Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.

«Dobbiamo sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.» Impressionante, no? Gobetti aveva lo stesso problema che abbiamo noi oggi, quello di cui stiamo parlando in questo libro, nel 1924. Aveva il problema di trovare una parola per dire il suo orgoglio personale e di italiano: lui cercava di aiutarsi con l’Europa e con la fiducia in se stesso. Noi abbiamo bollito anche l’Europa, e quindi cosa ci resta? Bravi. Ci torneremo. I fascisti chiudono il giornale di Gobetti, che nel frattempo si era ammalato di cuore. Con grande riluttanza, decide di partire per Parigi. Cinque giorni dopo muore per una bronchite.

La storia di Gobetti, che ho malamente abbozzato, vale la pena di essere conosciuta per molte ragioni. Ma io qui ne ho una molto spicciola e concreta, che spiega come mai l’ho raccontata come un elenco affastellato, e che necessita di un’ultima rilevantissima informazione. Quando Gobetti muore a Parigi, dopo una vita di frenetiche iniziative e di intensissime battaglie politiche e intellettuali, è il 1926: non ha ancora compiuto venticinque anni.

Adesso, so cosa pensate. Sto cercando banalmente di dire – a voi e a me stesso – «vedi, lui?», come fanno certe mamme indicando il figlio primo della classe e ammodino della signora Merloni, quella della casa di fronte. In questo caso il figlio della signora Gobetti. Ma state tranquilli. Non mi sfugge la straordinarietà della vita e dell’esperienza di Piero Gobetti, e la sua inimitabilità. Però mi interessano gli esempi, i modelli, e mi interessa la disposizione appassionata a cambiare il mondo e l’Italia. E mi interessano le motivazioni che spingono un ragazzo non ancora ventenne a dedicare se stesso, la propria vita, ogni sua energia, a costruire il suo paese, a combattere una dittatura, e a farlo producendo un pensiero e un dibattito collettivo. Cercando di capire le cose. E naturalmente, questo sì, mi interessa provare a comprendere come mai oggi queste motivazioni manchino («vedi, lui?»). Perché l’Italia del 2011 è in una condizione che assomiglia molto – in circostanze completamente diverse – a quella descritta dalle parole di Gobetti: la sua lettera è dedicata ai «dubbi sulla civiltà italiana».

Questi dubbi esistono ancora, anzi sarebbe giusto dire che esistono di nuovo: la questione posta da D’Azeglio, come abbiamo detto, è sopravvissuta per un secolo e mezzo, ma ci sono momenti in cui è sembrata risolta, o marginale. L’Italia era fatta, gli italiani pure. Avevamo altri pensieri, o credevamo fossero altri. Oggi ci si chiede di fatto questo: esiste una «civiltà italiana» in grado di dare un’identità nazionale – «comunque la parola ci disgusti» – a quelli che vivono o sono nati in questo pezzaccio di terra appesa ad asciugare in mezzo al mare? Esiste qualcuno che possa promuoverla e farla crescere (saremo venti, o duecento, scriveva Gobetti: ma ci siamo, e agguerriti)? Come è fatto? Cosa lo motiva, ma soprattutto: cosa non motiva tutti gli altri? Gobetti ebbe dalla sua due fattori «ambientali» essenziali nella costruzione della sua coscienza e del suo impegno: visse in un tempo in cui le richieste di maturità e responsabilità erano molto più alte e precoci per tutti, ed ebbe dei maestri straordinari. Il primo fattore è irripetibile oggi. Niente e nessuno suggerisce più ai giovani di costruire qualcosa di grande, impegnato, generoso, per sé o per gli altri. Non ci sono più richieste esplicite, né consuetudini implicite. Un misto di insicurezza, pigrizia e disincanto orienta le nostre scelte fino a ben oltre l’età in cui Gobetti esaurì pienamente il suo tempo. È possibile cercare di modificare questo contesto, ed è giusto farlo? Sono due domande diverse. Io credo che sia molto difficile, ma che ci si debba provare, remando chi può controcorrente. È un lavoro di educazione e insegnamento, in cui le responsabilità sono molto diffuse, perché disincanto, insicurezza e pigrizia non sono attributi soltanto della giovinezza. Alessandro Baricco ha abbozzato un ragionamento, nei Barbari, sul ruolo della scuola e della televisione. Poi ci è tornato, in un lungo articolo su «Repubblica» che si apriva proponendo di tagliare le sovvenzioni pubbliche alla cultura per destinarle a creare cultura attraverso la scuola e la televisione. Questa seconda volta ha aperto un dibattito più vivace della prima, ma solo perché quelli che prendono le sovvenzioni si sono spaventati e perché se scrivi una cosa in venti puntate o in un libro nessuno ti legge o ti prende sul serio, ma se scrivi un solo articolo in prima pagina sì, anche se hai scritto le stesse cose di due anni prima. E comunque quel dibattito è finito pure lui. Antonio Pascale ha girato intorno a temi simili nel suo tentativo di trovare una via per la salvezza dell’Italia. Si è convinto che la vuotezza progettuale sia figlia di una vuotezza culturale precisa: non sappiamo le cose, parliamo a vanvera. E che solo un investimento sulla cultura e sul metodo scientifico come cultura possa restituire sensatezza ad analisi e progetti. Tra le ipotesi sulle vie d’uscita da questo casino, la sua è convincente ma manca a mio avviso di combustibile, di stimoli sufficienti a muovere un gruppo a farsi élite – «minoranza etica» – e trascinarsi dietro gli altri.

Baricco scrisse che tra le ragioni per incentivare la vita culturale di un paese c’è «la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all’indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali». Rispetto al discorso che stiamo facendo qui, significa: non basta dire ai cittadini che bisogna comportarsi bene ed essere generosi col prossimo. Bisogna raccontare loro cosa è successo e cosa succede quando ci si comporta bene e quando ci si comporta male, che riflessioni ci abbiamo fatto, cosa abbiamo capito di come funzionano gli uomini e il mondo, che idee sono circolate e che storie sono accadute. Sono queste idee e queste storie che spiegano perché comportarsi bene è meglio. Apro una parentesi sull’espressione «comportarsi bene», che mi è cara, ma di cui percepisco il suono paternalistico e demodé, che fa pensare a non parlare con la bocca piena e non fare dispetti agli altri bambini. Però se ci pensate, nella sua genericità contiene in due parole tutto quello che serve a muoversi nella vita e nel mondo, non essendo in discussione il valore del «bene» e dell’espressione che lo definisce. Il «bene» è ancora una parola – benché a volte usata retoricamente – che non è stata svilita da ironie e cinismi (ci hanno provato, inventandosi il «buonismo»: un’idea dei cattivi per avvilire la bontà). Il bene c’è, anche se spesso non è facile capire dove sia, e bisogna rifletterci molto. E c’è il male. Ci sono le cose buone, e le cose cattive, e bisogna fare quelle buone: è una sintesi, ma mi è sempre parsa una sintesi ricchissima, da quando l’ho afferrata. L’espressione «comportarsi bene» dice questo: arricchisce l’obiettivo (il bene) della necessità di impegnarsi per ottenerlo («comportarsi»), unisce il fine al mezzo, il pensiero all’azione. Poi noi la buttiamo via ogni giorno, come quando diciamo «mi raccomando», e non sappiamo più neanche noi a cosa ci riferiamo, ma è un modo di dire «ci siamo capiti». Comportati bene. Basta verificare, ogni tanto, che ci siamo capiti davvero.