(AP Photo/Michael Probst)

Che sta succedendo alle borse?

Le solite cose, a parte i nuovi timori per la Grecia, ma il fatto che continui a succedere sta cominciando a preoccupare gli esperti

(AP Photo/Michael Probst)

Lunedì 8 febbraio è stata un’altra pessima giornata sui mercati finanziari di tutto il mondo. Dopo Atene, Milano è stata la borsa peggiore d’Europa e ha chiuso con una perdita del 4,7 per cento. Ma quasi nessun paese si è salvato, dagli Stati Uniti al Giappone. Hanno sofferto in particolare i titoli bancari europei e quelli italiani più di tutti. Nel corso della giornata si è alzato persino lo spread – cioè la differenza di rendimento – tra titoli di stato tedeschi e italiani, che è ritornato al livello più alto da otto mesi a oggi. Stamattina la Borsa di Milano sta perdendo il 2,8 per cento.

È ormai da un mese che le borse continuano ad andare male e sembra oramai difficile giustificare questi cali con il riallineamento dei valori dopo il cosiddetto “bull run”, cioè il lungo periodo di rialzo avvenuto nel 2015. Alcuni iniziano a parlare apertamente del pericolo che questa situazione dei mercati finanziari si rifletta sull’economia reale, causando una nuova recessione globale. Alcuni dei fattori di incertezza dei mercati sono oramai noti, ma questa settimana c’è stata anche qualche piccola novità.

Le grandi economie rallentano

Dopo un ottimo 2014 e un buonissimo 2015, l’economia americana sta mostrando segni di lieve rallentamento. I nuovi dati sul lavoro pubblicati la scorsa settimana mostrano una lieve flessione nella creazione di nuovi posti di lavoro: un dato non particolarmente negativo, ma che è stato guardato con molta preoccupazione in giorni già di grande nervosismo. Il Giappone sta andando molto peggio: negli ultimi mesi del 2015 è tornato in recessione e non sembra che abbia buone possibilità di uscirne nel 2016, questo nonostante il grande piano economico varato due anni fa dal primo ministro Shinzo Abe. L’Europa, infine, non sta tecnicamente rallentando ma continua nella sua ripresa molto timida.

La Grecia, di nuovo

Quella europea è una ripresa che inoltre potrebbe volatilizzarsi a causa di un “ritorno” della crisi in Grecia, dove negli ultimi giorni ci sono stati scioperi e manifestazioni contro il piano di salvataggio concordato tra il governo di Alexis Tsipras e l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la BCE lo scorso luglio. La riforma più osteggiata è quella delle pensioni: diversi osservatori temono che se il governo Tsipras dovesse cadere su questo punto la Grecia, come la scorsa estate, si ritroverebbe a un passo dall’uscita dall’euro, con tutte le incertezze e i rischi che questo comporterebbe per l’economia del continente.

I paesi emergenti

All’inizio della grande crisi, tra il 2008 e il 2009, si dice che il mondo sviluppato venne salvato dai paesi emergenti. Mentre Stati Uniti ed Europa erano in recessione, Cina, Brasile, Russia e altri paesi in via di sviluppo crebbero in maniera robusta, tenendo in piedi l’economia mondiale. Oggi questi stessi paesi hanno tutti rallentato, sono in recessione o, come la Cina, sono diventati addirittura una grave fonte di incertezza per i mercati di tutto il mondo. Le ragioni di questo rallentamento cambiano per ognuno di questi paesi, ma per molti di loro il problema principale è il crollo del valore della loro principale, o unica, merce da esportazione: il petrolio.

Il petrolio
Il prezzo del petrolio ha smesso di scendere: anzi, negli ultimi giorni è arrivato a 33 dollari al barile, quattro dollari più del minimo toccato a inizio anno. Non è un prezzo troppo basso, se confrontato con le aspettative di alcuni analisti secondo cui sarebbe potuto scendere fino a 10 dollari al barile. Si tratta comunque di un valore in grado di causare molti problemi ai paesi produttori di petrolio che, messi insieme, rappresentano una grossa fetta del PIL mondiale. Bassi prezzi del petrolio significano meno entrate e quindi meno capacità di investire nei paesi sviluppati e di importare le loro merci. La ragione principale – certamente non l’unica – della discesa del prezzo del petrolio è il grande aumento dell’offerta.

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