Bowe Bergdahl (AP Photo/U.S. Army, file)
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  • martedì 15 Dicembre 2015

Bowe Bergdahl sarà processato

Il sergente americano rapito dai talebani dopo la sua fuga dalla base è accusato di diserzione: sarà giudicato da una corte marziale generale

Bowe Bergdahl (AP Photo/U.S. Army, file)

Bowe Bergdahl, sergente statunitense rapito nel 2009 dai talebani afghani e liberato nel 2014 in cambio del rilascio di cinque prigionieri detenuti nella prigione americana di Guantanamo a Cuba, sarà processato da una corte marziale generale per diserzione e per cattiva condotta davanti al nemico mettendo in pericolo la sicurezza dei suoi commilitoni. Se riconosciuto colpevole di quest’ultima accusa Bergdahl potrebbe essere condannato all’ergastolo.

Lunedì 14 ottobre il generale Robert Abrams, comandante del United States Army Forces Command (FORSCOM), ha ordinato che Bergdahl venga giudicato da una corte marziale generale. Lo scorso ottobre l’ufficiale che supervisionava l’udienza preliminare del sergente Bergdahl, in accordo con il suo avvocato difensore, aveva invece raccomandato che il giudizio avvenisse di fronte a una corte marziale speciale. La decisione di non seguire questa raccomandazione, secondo diversi esperti di diritto militare, non è senza precedenti ma è comunque inusuale.

Le corti marziali degli Stati Uniti hanno tre diversi gradi o livelli: Sommaria («Summary»), «Speciale» («Special»), «Generale» («General»). La «Corte Marziale Sommaria» è composta da un solo ufficiale e può giudicare i militari per reati di lieve entità. La «Corte Marziale Speciale» può emettere condanne con un limite di un anno di carcere. La «General Court Martial» è invece il livello più alto dei tribunali militari statunitensi e può condannare anche all’ergastolo o alla pena in morte. Il processo di Bergdahl dovrebbe cominciare il prossimo anno.

Il caso del sergente Bergdahl è stato molto seguito e discusso. Bergdahl, che ora ha 29 anni, era scomparso il 30 giugno del 2009, circa due mesi dopo essere arrivato in Afghanistan. Le circostanze della sua scomparsa non erano chiare fin dall’inizio, ma diverse testimonianze dei suoi compagni e alcune inchieste iniziali avevano accreditato l’ipotesi che Berg­dahl non fosse un «vero» prigioniero sequestrato durante un’azione di guerra, ma un diser­tore. Secondo un’inchiesta militare del 2010 citata dal New York Times, per esempio, prima di andarsene il sergente avrebbe lasciato un biglietto con scritto che aveva intenzione di «iniziare una nuova vita». Venivano citate anche una serie di email inviate ai geni­tori in cui il sergente diceva di essere disgustato dalla guerra e disil­luso dall’intervento ame­ri­cano: «Que­sta gente ha bisogno di aiuto e invece hanno il paese più presuntuoso del mondo che gli dice che non sono niente, che sono stu­pidi, che non hanno alcuna idea di come vivere».

L’ipotesi della diserzione aveva rafforzato le numerose critiche rivolte all’amministrazione Obama per la gestione della trattative con i talebani e la liberazione del sergente. Diversi esponenti del Partito Repubblicano, la stampa e i siti di news conser­va­tori avevano infatti denun­ciato la «trat­ta­tiva col nemico», che rischiava di creare un precedente per il futuro. Bergdahl era stato liberato dopo cinque anni di prigionia in cambio del rilascio di cinque detenuti nel carcere di Guantanamo. Tutta la vicenda è stata raccontata nel 2012 in un lungo reportage per Rol­ling Stone da Michael Hastings, il giornalista morto nel giugno del 2013 in un incidente d’auto a Los Angeles.