Come funziona una famiglia adolescente

Lo psicoanalista Massimo Ammaniti spiega cosa è cambiato nel rapporto fra genitori e figli, nel suo ultimo libro

La famiglia adolescente è il titolo del nuovo libro di Massimo Ammaniti, appena pubblicato da Laterza. Nel libro Ammaniti, psicoanalista autore di diversi libri su genitori, maternità e adolescenza, analizza i cambiamenti avvenuti nei rapporti fra genitori e figli negli ultimi anni, causati anche dalla riduzione della natalità e dall’aumento dell’età media in cui si fanno i figli, per cui si sono molto ridotte le differenze nel comportamento fra ragazzi e adulti, che sembrano vivere adesso invece in una specie di perenne adolescenza, e i due mondi – quello dei genitori e quello dei figli – sono ormai diventati una cosa sola. La distanza, che favoriva anche però la costruzione di una propria autonomia da parte dei figli, è stata sostituita da un’intimità e una condivisione che rendono molto più confusa la distinzione fra il “mondo dei grandi” e quello dei ragazzi.

Questo è il capitolo del libro intitolato “I genitori tornano adolescenti”.

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«L’adolescenza è una ‘malattia’ normale. Il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare». Qualunque genitore dovrebbe imparare a memoria la massima dello psicoanalista inglese Donald Winnicott, perché quando parliamo di «famiglia adolescente» è soprattutto ai genitori che bisogna guardare. Quando i nostri figli diventano adolescenti, l’effetto è ambivalente: siamo felici di vederli crescere, ma allo stesso tempo abbiamo paura di non riuscire a fornire loro tutto il sostegno di cui hanno bisogno. Abbiamo paura che possano prendere una strada indesiderata e pericolosa.
L’adolescenza non è il semplice passaggio dall’incantevole meraviglia del bambino alla rassicurante indipendenza dell’adulto, come vorremmo che fosse. Di certo non lo è mentre la si vive. La sottrazione dell’intimità, fisica ancor prima che comunicativa, ci disorienta. Giorno dopo giorno, fatichiamo sempre di più a capire quello che passa per la mente dei nostri figli, anche perché sono molto abili a evitare ogni confronto e a ritirarsi nella propria stanza, magari appendendo sulla porta il cartello «Non disturbare!». E così, quando a noi genitori la sera capita di trovarci nel silenzio della camera da letto, continuiamo a pensare a loro. «Perché è ancora fuori?». «Aveva detto che sarebbe ritornato a casa presto!». «Se continua a non studiare, che cosa succederà a scuola?». «Perché è diventata così cupa?». «Ha problemi con i suoi amici?». Nostro figlio e nostra figlia diventano un puro mistero ai nostri occhi, che non riescono più a leggere dentro i loro.
E finiamo per comportarci come amanti traditi, ci scopriamo a rovistare nello zaino dei nostri figli, a origliare qualche telefonata dietro la porta della loro stanza, rigorosamente chiusa a marcare il territorio, a carpire qualche sms agli amici, a entrare sotto falso nome nella loro pagina Facebook. Escamotage, ingenui e indiscreti, che testimoniano il nostro smarrimento di fronte a figli che non siamo più sicuri di saper comprendere, di cui non riusciamo a controllare i sentimenti, a lenire i dolori, a prevenire gli errori che, per la prima volta, stanno compiendo in autonomia.
Ricordo una coppia di genitori che si rivolse a me per affrontare il caso di una figlia che, dopo essere stata una bambina modello, capace di ripagare tutti gli sforzi della famiglia, era diventata intrattabile. Compiuti i tredici anni, aveva iniziato a passare intere giornate ascoltando gli One Direction con le amiche, parlando in continuazione di un ragazzo del gruppo, Niall, che sognava di sposare. Una vera e propria ossessione. I genitori, due funzionari pubblici entrambi oltre i cinquant’anni, all’improvviso non erano più in grado di comunicare con lei. E quando la band sbarcò in Italia per un concerto a Torino, Olga si mise in testa di andare ad ascoltarli, a tutti i costi, nonostante la contrarietà dei genitori: «Hai solo tredici anni, come fai ad andare a Torino? Dove pensi di dormire? E poi con chi?». La ferma ostinazione di Olga mise i genitori con le spalle al muro. Mettendo i genitori l’uno contro l’altro, la minaccia della figlia di scappare di casa fu risolutiva: la madre decisa a impedire la trasferta, il padre disposto a trattare. Nonostante la madre non smettesse di rimproverare al marito di avere una reazione debole di fronte al comportamento ostinato della figlia, fu la seconda la linea vincente. Il padre finì per accompagnare la figlia a Torino, con il preciso accordo di aspettarla in albergo.
La storia di Olga è solo una delle tante storie che ci raccontano come l’ingresso dei figli nell’adolescenza getti scompiglio tra gli stessi coniugi. Ciascuno di loro sperimenta singolarmente l’inedito rifiuto del figlio e cerca di scaricare sul partner la propria impotenza. Eccole, allora, le accuse: «Sei troppo debole». «Sei tu che gli permetti di essere come è», oppure «Ma perché sei così ottuso e non capisci come si sente?». Insomma, capita di non sentirsi sostenuti dall’altro in un momento di così grande timore e smarrimento, e la vita familiare viene messa inevitabilmente a dura prova.
Queste dinamiche, tuttavia, non sono certo nuove. E allora? Dove sta il fatto nuovo? Che cos’è cambiato per i genitori di un figlio adolescente?
Parafrasando la battuta di Curt Valentin, il futuro dei nuovi cinquantenni non è più quello di una volta. A cinquant’anni tutto sembra poter ancora cambiare, persino la famiglia, che – come abbiamo detto – non è più un’entità data una volta per tutte. Persino l’identità personale non è più concepita in modo rigido: è qualcosa che, sì, porta i segni delle scelte passate, ma è ancora aperta a metamorfosi future. I cinquantenni di oggi sentono di avere ancora una parte della vita da giocarsi pienamente. Il senso delle possibilità offerte dalla vita, tipico della giovinezza, resta spiccato. Ed ecco che, in qualche modo strambo, genitori e figli si trovano a vivere una vita parallela. Diversamente giovani e adolescenti entrambi. E così, anche quando hanno dei figli, i cinquantenni attuali non si sentono più soltanto genitori, ma persone con davanti una vita piena di opportunità che possono coinvolgerli a tutto tondo. Insomma, genitori, sì, ma genitori «moderni».
Le ricerche più recenti nel campo della neurobiologia forniscono evidenza scientifica a questa condizione. Hanno dimostrato, infatti, che a quest’età il nostro cervello non subisce l’involuzione che un tempo si pensava, ma va incontro ad un’ulteriore crescita. L’aumento della mielina, l’involucro lipidico che avvolge le fibre nervose, stimola un atteggiamento più riflessivo. Un atteggiamento che però non si traduce più in una tranquilla e saggia rielaborazione del nostro passato, come accade quando ci si sente alla fine del gioco e non ci resta altro che guardare indietro e rimpiangere quello che siamo o non siamo stati.
Dunque, la prima trasformazione si misura sull’autopercezione dei genitori. Che ha come conseguenza che, almeno psicologicamente, la figura uomo/padre e donna/madre coincidano solo in parte, seppure per una parte importante; in altri termini, pur essendo importante il ruolo di genitore, si ricerca una realizzazione personale come uomo o donna.
La seconda trasformazione, alla prima collegata poiché ha sempre a che fare con la convinzione, o piuttosto la rigidità, con cui si interpreta il proprio ruolo, è il senso di insicurezza che ci invade nel rapporto con i nostri figli. E un ruolo importante qui gioca l’età avanzata in cui si hanno i figli. Si era abituati a pensare che, con il passare degli anni, la percezione di sé si stabilizza e ci libera dalle influenze e dal ricatto del giudizio altrui. Il che equivale a pensare che i genitori adulti sono più in grado di affrontare le critiche e i rimproveri dei figli, non facendosi condizionare e tantomeno ferire. Ma non è così, o almeno non più. Perché, a dispetto delle intenzioni, dell’entusiasmo, della vitalità, avere cinquant’anni non è la stessa cosa che averne venti in meno. Quando si è più giovani, si affronta la genitorialità con maggiore naturalezza e con un certo grado di spensieratezza, mentre quando gli anni passano, paradossalmente, ci si interroga di più sull’educazione dei figli e si ha più bisogno di rassicurazioni: faccio bene, faccio male…
Nelle famiglie adolescenti, insomma, il tasso di insicurezza è fortemente aumentato. Anche perché gli ultimi decenni hanno via via smantellato i modelli educativi di riferimento. E in una contemporaneità segnata dall’assenza sia dell’etica del dovere sia della società patriarcale, i genitori crescono i propri figli senza potere – e soprattutto volere –, poggiando come avveniva in passato su una tradizione indiscussa e indiscutibile.
Ecco che allora noi genitori, insicuri, in crisi d’identità, cerchiamo conforto nei nostri figli per le scelte che li riguardano. Non sono rimasti soli a sentire il bisogno dell’approvazione familiare. Il rapporto genitori-figli ha cambiato completamente di segno. Non sono più soltanto i figli ad aver bisogno della legittimazione dei genitori, ma sono anche i genitori che hanno bisogno delle conferme dei figli. A differenza che in passato, noi genitori ci immedesimiamo malamente nel nostro ruolo. È come se il riconoscimento e il valore stesso del ruolo genitoriale dipendessero in misura importante dall’approvazione filiale. E questo provoca un rapporto talvolta rovesciato: alimentiamo, nei casi più complicati, un rapporto di sudditanza nei confronti dei nostri figli.
Siamo passati, così, da un eccesso all’altro: dalla famiglia padrona alla famiglia serva dei capricci filiali. Meglio cedere ai desideri del figlio, piuttosto che sostenere terribili e inconcludenti litigate. Quando i nostri figli vanno su tutte le furie perché non gli abbiamo concesso il permesso di uscire che, invece, i loro amici hanno ottenuto dai propri genitori, vacilliamo: «Forse gli altri sono più comprensivi e meno ‘vecchi’ di noi?». «Che facciamo? Teniamo duro? E se poi si sente diverso dagli altri?».
Il fatto è che siamo prigionieri di un rovello che Franzen descrive assai bene in Forte movimento:

E perché, con la scusa di essere genitori responsabili, state inculcando ai vostri figli lo stesso ethos del consumo, se i beni materiali non sono l’essenza dell’umanità: perché vi state assicurando che la loro vita sia ingombra di oggetti come la vostra, con doveri e paranoie e immissioni ed emissioni, così che l’unico scopo per cui avranno vissuto sarà quello di perpetuare il sistema, e l’unica ragione per cui moriranno sarà il fatto di essersi logorati?

Eppure, come è stato messo in luce da molti psicoanalisti, tra i quali lo stesso Winnicott, gli adolescenti avrebbero bisogno di confrontarsi con adulti stabili, convinti delle proprie idee, in grado di assolvere in modo fermo il proprio ruolo educativo. Perché nella lotta contro i genitori per far valere il proprio punto di vista, i giovani imparano a riconoscere i propri limiti e a trovare una propria coerenza personale.
Winnicott lo spiega molto bene in un suo saggio. Individua due modi con cui possiamo rapportarci a un oggetto: relazionandoci o usandolo. Nel primo caso l’oggetto si colloca nell’area onnipotente del soggetto: l’altro esiste in quanto proiezione dei propri stati d’animo; nel secondo – l’uso dell’oggetto – c’è il riconoscimento di una sua realtà che prescinde dal soggetto.
Come si vede, il significato che Winnicott attribuisce al termine uso è ben lungi da quello di manipolazione o sfruttamento dell’oggetto: al contrario, significa il pieno riconoscimento della realtà dell’altro: «Quando parlo dell’uso di un oggetto, tuttavia, io do per scontato l’entrata in rapporto con l’oggetto, e aggiungo nuove caratteristiche, che implicano la natura e il comportamento dell’oggetto. Per esempio, se l’oggetto si deve usare, esso deve necessariamente essere reale, nel senso di essere parte di una realtà condivisa, e non faccio proiezioni. È questo, io penso, che crea l’enorme differenza esistente tra il mettersi in relazione e l’usare».
Nel descrivere questo processo, Winnicott ritiene fondamentale che «il soggetto distrugga l’oggetto» e, nonostante ciò, l’oggetto continui ad esistere.
Secondo questa interpretazione, noi genitori siamo parte del mondo onnipotente dei nostri figli, i quali hanno bisogno di un avversario per potersi affermare. In questa lotta per la supremazia, i genitori vengono uccisi molte volte nella fantasia. Quante volte gli adolescenti fantasticano sulla morte dei genitori per sentirsi liberi, ma poi scoprono che i genitori sono più forti delle loro fantasie distruttive. E questo è senz’altro rassicurante.
La risposta da parte dei genitori è dunque fondamentale: devono restare saldi di fronte agli attacchi del figlio adolescente, evitare rappresaglie che rischierebbero di confermare l’immagine distorta che il figlio proietta sul genitore.
Ma se i genitori tornano adolescenti, perché i figli dovrebbero diventare adulti?

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