Orson Welles si dipinge la faccia di nero per interpretare Otello. (L Waldorf/Getty Images)
  • Cultura
  • venerdì 13 Novembre 2015

Ma Otello era davvero nero?

È una domanda che ritorna spesso quando si parla della famosa tragedia di Shakespeare; la risposta è: era nero, ma non come lo intendiamo noi

di Isaac Butler – Slate
Orson Welles si dipinge la faccia di nero per interpretare Otello. (L Waldorf/Getty Images)

Ma Otello era davvero nero? Dopo la notizia che David Oyelowo interpreterà Otello – e Daniel Craig sarà Iago – nella prossima messa in scena della tragedia a Broadway, e che la Metropolitan Opera sta finalmente abbandonando la pratica di colorare di nero la faccia degli attori che interpretano Otello, la domanda è tornata fuori per l’ennesima volta. Quando le persone si chiedono se Otello è nero, intendono questo: cosa voleva dire Shakespeare, quando scriveva che Otello era nero? Anche oggi lo definiremmo così?

David Oyelowo nel 2015 (Dan Hallman/Invision/AP)
David Oyelowo

Non è una domanda oziosa. Gran parte degli scritti di Shakespeare è precedente alla tratta degli schiavi e alla fissazione moderna di classificare le persone su base etnica, entrambi fondamento delle idee odierne sulla razza. Quando Shakespeare usava la parola “nero” non indicava esattamente un tipo etnico, come faremmo oggi. Indicava invece qualcuno con la pelle più scura di un inglese, in un’epoca in cui tutti gli inglesi erano molto molto pallidi. Anche se Otello era un Moro – un termine impiegato all’epoca per indicare i musulmani, soprattutto quelli che abitavano in Spagna, Nord Africa e Sicilia – e anche se diamo spesso per scontato che fosse africano, Shakespeare non specifica mai nell’opera il luogo in cui è nato.

Per me, da lettore, regista e appassionato di Shakespeare, la domanda è piuttosto logica, ma non è comunque la più interessante. Il significato del linguaggio cambia, e così cambiano queste opere, anche se le loro parole restano esattamente le stesse. Oggi per noi la parola “nero” si porta dietro uno sciame di associazioni plasmate dalla storia, dalla cultura, dagli stereotipi e dalla letteratura. Otello forse era nero per come lo intendeva Shakespeare ai suoi tempi, ma oggi quella parola ha il significato che gli diamo noi.

Una domanda molto più interessante a dire il vero è questa: perché Otello è nero? Perché Shakespeare ha scritto una tragedia sulla gelosia e ha scelto un Moro come marito? Il colore della pelle di Otello è uno specchietto per le allodole o è la chiave per comprendere i significati più profondi dell’opera?

Ci credereste se vi dicessi che la risposta ha a che fare con i pirati?

Prima di tirare in ballo i pirati, dobbiamo considerare qualche spiegazione più pratica per la scelta di Shakespeare. Nell’agosto del 1600, l’ambasciatore del re dei Berberi – grosso modo quel che oggi sarebbe il re del Marocco – andò a Londra, dove fu ospite per sei mesi alla corte della regina Elisabetta. Era una celebrità, mi spiega Katie Sisneros, che concorre per un Ph.D. all’Università del Minnesota sulla rappresentazione dei Turchi nella letteratura popolare inglese. «Era al centro dell’attenzione. Le persone non avevano probabilmente mai visto un musulmano o un berbero, lui era il primo». Qualcosa del carisma e dell’intensa bellezza dell’ambasciatore sopravvive in questo ritratto, che gli venne fatto in Inghilterra.

Sappiamo dagli archivi che la compagnia teatrale di Shakespeare si esibiva a corte nel periodo in cui si trovava lì anche l’ambasciatore, il cui nome completo era Abd el-Ouahed ben Messaoud ben Mohammed Anoun: significa che Shakespeare probabilmente recitò o mise in scena le sue opere davanti a lui. Ovviamente è altrettanto plausibile che uno dei due o entrambi si presero un raffreddore e si persero lo spettacolo: gli studi su Shakespeare sono davvero oscuri. Shakespeare probabilmente iniziò a scrivere l’Otello l’anno successivo, e lo fece rappresentare per la prima volta nel 1604.

Se non dimentichiamo che Shakespeare era un essere umano e un buon uomo d’affari, possiamo intuire la risposta più ovvia alla nostra domanda. Il bardo aveva appena incontrato e si era esibito per un Moro che era una superstar. Le relazioni dell’Inghilterra con l’Impero Ottomano e i con Mori erano una questione di grande attualità all’epoca, e i Mori erano molto affascinanti. Partendo da questo possiamo immaginare il nostro commediografo mentre cerca una storia su un Moro – le sue storie non sono quasi mai originali, si trattava quasi sempre di adattamenti – e fino a trovare l’Ecatommiti di Giovanni Battista Giraldi, una raccolta di racconti modellata sul Decameron. Shakespeare prende due manciate di Giraldi, le mescola con un pizzico di aneddoti sull’Africa e su Venezia tratti da libri da poco tradotti e, in un paio d’anni, sforna un’opera.

Sfortunatamente per Shakespeare, tra la visita di Abd Anoun e la prima di Otello la regina Elisabetta muore. Il suo successore, re Giacomo, aveva un rapporto più complicato con gli Ottomani: «Giacomo cercò di ritrattare le aperture diplomatiche fatte da Elisabetta», spiega Sisneros, «e iniziò a utilizzare un linguaggio da nuova crociata».

Sisneros mi ha detto che per buona parte del pubblico di Shakespeare, «tutti i Mori erano Turchi, ma non tutti i Turchi erano Mori». Inoltre all’inizio del XVII secolo definire qualcuno Moro voleva certamente dire che aveva la pelle scura, ma anche connotarlo dal punta di vista religioso. «All’epoca non esisteva la parola musulmano. Utilizzavano i termini Turco o Maomettano, erano tutti sinonimi».

Otello all’epoca poteva essere un ex musulmano – nell’opera a un certo punto parla di un suo battesimo – che lentamente riprende a comportarsi secondo gli stereotipi associati ai “musulmani”. La tragedia di Otello, il Moro di Venezia potrebbe essere anche letta come un incubo sull’impossibilità di convertirsi e venire del tutto assimilati: significati che per noi sono meno diretti perché ci manca il contesto del pubblico originario.

È qui che la pirateria diventa importante. Se eri un marinaio britannico su una nave commerciale dell’epoca, correvi un rischio molto concreto di venire attaccato dai pirati, che spesso erano Turchi. Se accadeva, venivi solitamente liberato dopo il pagamento di un riscatto, altrimenti diventavi uno schiavo. Spesso ti veniva offerta la libertà in cambio della conversione all’Islam, un’operazione chiamata “diventare Turco”. Per addolcire l’accordo, ti promettevano terra, un lavoro, a volte una moglie. «Se un inglese veniva rapito e venduto come schiavo, si convertiva per riavere la libertà, e poi ritornava in Inghilterra – e questo accadeva spesso – poteva convertirsi di nuovo?», chiede Sisneros. «Se sì, come poteva quel convertito essere preso di nuovo sul serio? All’epoca era una questione molto sentita». Otello si serve di questa stessa preoccupazione quando interrompe un litigio tra i suoi uomini, dicendo: «siamo diventati Turchi? Facciamo tra noi quello che il Cielo ha vietato agli Ottomani?»

Allo stesso modo, molti inglesi temevano che i musulmani convertiti al cristianesimo fossero incapaci di cambiare veramente. La pelle nera di Otello, allora, era per il pubblico un simbolo della sua vera essenza. Iago gratta via la patina con cui Otello ha ricoperto la sua natura, rivelando quello che il pubblico di Shakespeare pensava fosse reale per tutto il tempo. Nella seconda metà dell’opera Otello inizia ad avere crisi e sbalzi d’umore, e il suo modo di parlare diventa più basilare. Lui stesso avalla l’idea che si stava ritrasformando nel momento del suicidio, descrivendo all’assemblea di veneziani come voleva essere ricordato:

«Scrivete e dite inoltre che una volta,
ad Aleppo, quando un turco malvagio
E col turbante batté un veneziano
E offese lo stato, io presi per la gola
Il cane circonciso e lo finii, così».

Otello potrebbe alludere a Desdemona come il veneziano a cui è stato fatto torto o, come pensa Sisneros, «potrebbe addirittura riferirsi a se stesso. Ha ucciso la parte buona di sé, calunniando lo stato di veneziano». Comunque è abbastanza evidente il senso: alla fine dell’opera Otello dice esplicitamente che «è diventato Turco».

Potrebbe anche darsi che attraverso il colore della pelle di Otello, Shakespeare esplorasse in modo nuovo domande che a quel punto della sua carriera erano diventate centrali: cos’è l’identità e da cosa è costituita? Cosa vuol dire essere un uomo? E cosa vuol dire essere un inglese?

Per capire come l’Otello abbia aiutato Shakespeare a sbrogliare queste domande, pensiamo a come utilizzava i riferimenti all’essere nero. In tutta l’opera ci sono molti usi (perlopiù negativi) della parola “nero”, e ci sono modi in cui i personaggi alludono al colore della sua pelle senza utilizzare esplicitamente la parola. Brabanzio, il padre di Desdemona, infuriato per la fuga della figlia, accusa Otello, dicendo «Dannato come sei, tu l’hai stregata», perché lei non avrebbe mai accettato di scappare «per gettarsi sul nero (Shakespeare utilizza la parola sooty, letteralmente fuligginoso, ndr) petto di uno come te?». Sooty si riferisce al colore della pelle di Otello tanto quanto la parola dannato, in inglese damned: all’epoca infatti i demoni erano sempre dipinti di nero. La pelle nera era un segno diabolico, indicava qualcuno in grado di fare stregonerie. In un punto successivo Iago promette di far diventare la reputazione di Desdemona nera come la pece.

L’apparenza fisica ai tempi di Shakespeare rifletteva sia la bellezza che la virtù.
Secondo lo studioso di Shakespeare John-Paul Spiro, la parola fair indicava sia il pallore che la bellezza: non erano però termini sinonimi, erano simultanei. Allo stesso modo, dice Spiro, «se considerate la poesia di Shakespeare, nero significa sempre brutto. Prendete per esempio la Dark Lady dei sonetti: Shakespeare non smette di sottolineare che non è attraente, dato che è scura. In Molto rumore per nulla, Claudio dice che sposerà una donna che non ha mai incontrato «fosse pure un’etiope», parola che Shakespeare utilizza altrove per indicare qualcuno sia nero che brutto.

Shakespeare era figlio del suo tempo, dopotutto, e ai suoi tempi gli uomini pubblicavano testi come The Doome Warning All Men to Judgement di Stephen Batman, che descrive gli Etiopi con «quattro occhi: e si dice che in Eritrea si trovano» uomini che «hanno colli lunghi e bocche larghe come gru».

Otello utilizza due volte la parola nero per descrivere se stesso. La prima, mentre prende in considerazione l’infedeltà di Desdemona e il fatto che si è allontanata da lui: «Forse perché sono nero / E nel conversare non possiedo / I toni soavi che hanno i cortigiani». La seconda quando dice che se lei l’ha tradito, «il suo nome, che era limpido / come il volto di Diana, è ora insozzato e nero / come la mia faccia». La sua diversità, quell’aspetto insolito che lo aveva reso desiderabile a Desdemona, ora è diventata orrenda ai suoi occhi perché teme che lo sia diventata agli occhi di lei. È cambiata completamente l’idea che ha di se stesso, e questo è il primo passo verso l’uccisione della moglie.

L’Otello tratta Otello come un mostro o sono i personaggi dell’opera a farlo? Secondo Spiro, l’impossibilità di rispondere alla domanda fa sì che valga la pena chiederselo. «Ricordiamo che in quel periodo Shakespeare – che aveva scritto da non molto Amleto, La dodicesima notte, e Misura per misura – era preoccupato e assorbito da un profondo scetticismo sulla possibilità di conoscere il mondo, se stesso, l’altro. Ognuno è un mistero per se stesso, ed è un mistero anche per gli altri. Nell’Otello la cosa spaventosa è che questo mistero si allarga con l’intimità».

Spiro fa risalire questo tema alla familiarità di Shakespeare con i Saggi di Montaigne, che spesso rimettono in discussione le loro stesse assunzioni, e con l’importanza della teologia data dal Protestantesimo. «Nel cattolicesimo devi solo essere buono, devi confessarti e andare a messa. Il protestantesimo invece dice “Non basta, devi sempre mettere in discussione le tue intenzioni, devi sempre chiederti se quel che fa lo fai per il motivo giusto”». Il risultato è che i personaggi di Shakespeare diventano un turbinio vorticoso di incertezza. «Pensate a Bruto – dice Spiro – o ad Amleto. Più il sé si interroga, più diventa incoerente e impossibile da conoscere».

Otello era destabilizzante per il pubblico di Shakespeare già dalla sua prima apparizione sul palco: il suo comportamento infatti non rispettava nessuno degli stereotipi del tempo. All’inizio dell’opera Otello è trasparente, onesto e nobile. Non sopporta che gli si menta. Non rispecchia minimamente l’idea di Moro che avevano gli inglesi. I veneziani attorno a lui, invece, sono esattamente come il pubblico si aspettava: avidi, disonesti, collerici, e inaffidabili. Il caso montato da Iago contro Desdemona utilizza in parte questi stereotipi come prova, tant’è che dice che «A Venezia solo Dio sa le marachelle che [le mogli] mai non mostrerebbero ai mariti». «I personaggi bianchi dell’opera non riescono ad accettare che Otello sia davvero così dignitoso, onesto, fiducioso, che possa davvero avere amici e venire amato da una bella donna – dice Spiro – Per questo Iago vuole distruggerlo»·

Nel corso della sua carriera Shakespeare si è interrogato a lungo su cosa fosse l’identità; all’epoca “cosa vuol dire essere inglesi?” era una domanda vitale per il suo pubblico quanto i dubbi che ci facciamo oggi su chi siamo veramente. «Ne La dodicesima notte c’era l’idea che potevi far impazzire qualcuno semplicemente dicendogli che era pazzo», dice Spiro. «Se Riccardo III non fosse stato gobbo, sarebbe stato una brava persona? La gobba è indice della sua cattiveria o siamo noi a trattare i gobbi come malvagi a priori?» Secondo Spiro, la nota spaventosa che Shakespeare suona in continuazione è che parlarne non aiuta. Amleto non riesce a mettersi in salvo dalla trappola dell’identità. Né può farlo Otello, che non trova aiuto nella logica, nella realtà tangibile, nell’amicizia, nemmeno nelle parole, perché tutti questi modi normali di trovare un senso al mondo sono stati orchestrati da Iago in una cospirazione contro di lui.

L’Otello si chiede per tutto il tempo cos’è che rende una persona tale, che cos’è l’identità, e come l’appartenenza a un gruppo plasma chi siamo. Sono domande che continuano a inseguirci ma che erano importanti anche per il pubblico di Shakespeare. A pensarci bene, i Mori non erano gli unici convertiti. L’intera nazione si era recentemente convertita alla Chiesa Anglicana. Se, stando alla nuova fede, l’essere buoni non è sempre una certezza e se tutto quello di cui Iago ha bisogno sono due giorni per trasformare un convertito dall’animo nobile e un fidato leader militare in un mostro, immaginate cosa potrebbe fare se si trovasse da solo con voi.

(© Slate 2015)