Una foto di Leon "Bix" Beiderbecke a Davenport, in Iowa, nel giugno del 2015. (Kevin E. Schmidt/The Quad City Times via AP)
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  • giovedì 5 Novembre 2015

La leggenda del trombettista bianco

Cioè la storia romanzata di Leon Bix Beiderbecke, uno dei più importanti solisti jazz degli anni Venti, scritta da Dorothy Baker nel 1938 ma appena pubblicata in Italia

Una foto di Leon "Bix" Beiderbecke a Davenport, in Iowa, nel giugno del 2015. (Kevin E. Schmidt/The Quad City Times via AP)

La leggenda del trombettista bianco è il romanzo di maggior successo della statunitense Dorothy Baker: fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1938 ed esce in Italia per la prima volta il 6 novembre, per Fazi Editore. La storia è ispirata alla vita del trombettista e pianista americano Leon Bix Beiderbecke, uno dei più importanti solisti jazz degli anni Venti, diventato leggendario per la sua bravura e la vita sregolata. Beiderbecke – che era nato Davenport, in Iowa, nel 1903 – imparò a suonare il pianoforte a tre anni e poi a orecchio la cornetta; divenne famoso per l’abilità nell’improvvisazione in un’epoca in cui il jazz era suonato soprattutto dai neri, e morì a soli 28 anni, ufficialmente a causa della polmonite, dopo molti problemi di salute aggravati dall’alcolismo.

La vita sregolata di Rick Martin – il nome del protagonista del romanzo di Baker – si svolge nei locali fumosi di New York e Chicago durante gli anni del proibizionismo, dove i musicisti neri, in particolare il leggendario Art Hazard, gli insegnarono a suonare la tromba e il jazz. Rick alterna momenti di geniale creatività a periodi di depressione, dividendosi continuamente tra la musica – sua ossessione da quando, da piccolo, saltava scuola per suonare il pianoforte di una chiesa abbandonata – e l’alcol.

In questo capitolo Rick ha vent’anni ed è stato appena ingaggiato da una band che si chiama I Collegiali per suonarci insieme tutta l’estate a Balboa, in California.

La leggenda del trombettista bianco fu il romanzo d’esordio di Dorothy Baker, pubblicato nel 1938. La scrittrice nacque a Missoula, in Montana, nel 1907, ma la sua famiglia si trasferì presto in California. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti iniziò a scrivere a tempo pieno. Oltre a La leggenda del trombettista bianco – il suo maggior successo, da cui nel 1950 venne anche tratto il film Young man with a Hornet (distribuito in Italia con il titolo Chimere) di Michael Curtiz con Kirk Douglas, Lauren Bacall e Doris Day – pubblicò altri romanzi e racconti e una commedia che andò in scena a Broadway. Dell’autrice americana Fazi editore ha pubblicato nel 2014 Cassandra al matrimonio che fu il romanzo di maggior successo di Baker e pubblicherà nel 2017 Trio.

***

L’estate in cui aveva vent’anni Rick Martin suonò come primo trombettista con Jack Stuart e i Collegiali al Dancing Rendez-Vous di Balboa, sulla costa, trenta miglia a sud di Los Angeles. Non si chiamavano “Collegiali” tanto per tirarsela: lo stesso Jack Stuart poteva definirsi tale, avendo frequentato l’università dell’Oregon in tre diverse occasioni. Il secondo trombettista era un borsista di Berkeley al terzo anno di musica, e il batterista era andato alla USC8 per un semestre. Questi tre costituivano il vero cuore accademico dei Collegiali; gli altri sette erano in età da college, ma niente di più.
Erano una buona band, e già dalla prima settimana Rick ne diventò il motore. In ogni band che si rispetti c’è sempre un musicista che dà la scintilla agli altri, impedendogli di battere la fiacca e dandogli un obiettivo verso cui sparare. Anche in una band come quella di Jeff, in cui era difficile capire chi suonasse meglio, succedeva la stessa cosa. A parità di talento, i musicisti guardano sempre a chi tra loro ha una visione e il polso costante della situazione. Jeff, in quel caso. E, in questo caso, Rick.
Jack Stuart aveva trovato Rick agli Hawaiian Gardens di Ocean Park, dove da quasi un anno il nostro, travestito da hawaiano, suonava in un trio. Un malriposto senso di pietà e devozione lo induceva a frustare un trombonista ormai spompato nella speranza di insegnargli lo stile Hazard-Snowden. Era fatica sprecata. Il trombonista era fuori dai giri da troppo tempo per desiderare di rimettersi in sesto, e Rick insisteva più che altro perché non sapeva come andarsene. Poi qualcuno nel sindacato lo segnalò a Stuart e il problema si risolse da solo.
L’ingaggio con i Collegiali era per undici settimane e la paga di cinquanta dollari a settimana. Scesero a Balboa l’ultima settimana di maggio per cominciare le prove e ambientarsi un po’.
Rick fece il viaggio da solo sul treno della Pacific Electric e arrivò nella zona un po’ più trafficata del centro alle dieci di mattina di un lunedì. Era la prima volta che si spingeva più a sud di Long Beach. Scese dal vagone, posò la valigia e la custodia della tromba sulla sabbia accanto ai binari e, una volta ripartito il treno, restò lì a sentire il caldo del sole di primavera e ad annusare la salsedine e ad ascoltare il rumore delle onde. Era la prima volta che prestava attenzione a quel genere di cose.
Quando stai a Los Angeles dalle parti di Central Avenue è difficile sentire il richiamo della natura, e a Ocean Park, per quel che ne sapeva Rick, non rimaneva traccia del paesaggio di un tempo. Lì non si riusciva neanche a vedere il mare, per colpa delle montagne russe. Ma a Balboa è diverso. Balboa è una penisola larga mezzo miglio e lunga circa cinque, quindi da una parte c’è il mare aperto, con dei cavalloni alti sei piedi, e dall’altra una placida laguna che verso l’estremità superiore si allarga e diventa più profonda, formando un bacino per gli yacht. In confronto alle spiagge intorno a Los Angeles, sembra di stare a Cape Cod. È un porto per la pesca d’altura, e non ci sono conservifici che sporcano. E neanche montagne russe e bamboline di plastica.
Rick restò accanto ai binari nel crocevia principale della città. C’erano palazzi in tutti e quattro gli angoli. In uno c’era una banca; sul lato opposto della strada un’agenzia immobiliare; gli altri due angoli erano occupati da un ristorante e da un palazzo che proprio in quel periodo stavano ribattezzando «RENDEZ-VO…». L’imbianchino aveva già preparato la base per la U e la S, ma si era seduto sull’impalcatura a fumarsi una sigaretta prima di dipingere l’ultima parte. Sotto l’impalcatura, appoggiata al muro del palazzo, c’era un’altra insegna, dipinta su tela e strappata in un paio di punti. Sopra, con i caratteri in finto stile cinese, c’era scritto «IL DRAGONE VERDE», e il dragone in persona era lì che serpeggiava tra una lettera e l’altra. Era evidente che quel posto, prima, si chiamava in un altro modo.
Rick prese la sua valigia e la custodia della tromba e attraversò la strada. Sul lato più stretto del Rendez-Vous c’era un chiosco per le bibite con un bancone che dava direttamente sulla strada e degli sgabelli sul marciapiede. Rick si sedette su uno sgabello, e quando sentì il sole attraversargli il soprabito colpendolo tra le scapole sbadigliò e si tolse il cappello.
Un uomo con un grembiule bianco e un berretto da marinaio uscì da una porta sul retro, posò un bicchiere sul bancone davanti a Rick e gli chiese cosa volesse da bere. «Una Coca-Cola doppia con molto ghiaccio», disse Rick. «Molto ghiaccio», ripeté l’uomo dietro il bancone, come se fosse l’ora di punta e far fronte a tutte le ordinazioni gli costasse un sacco.
«C’è qualcun altro, in questa città, a parte me e te e l’imbianchino?», chiese Rick. Il sole era caldo e l’aria salata e si stava alla grande, ma a che serve un’orchestra da ballo se non c’è nessuno che va a ballare?
L’uomo dietro il bancone disse magari questa settimana no, ma torna la prossima e vedrai che folla. Con la fine delle scuole cambia tutto. Una settimana non c’è un’anima e quella dopo ti ritrovi un pandemonio di ragazzini. Parlava a Rick da uomo a uomo, il pensiero che anche lui potesse essere uno studente non lo sfiorava nemmeno. Nessuno avrebbe scambiato Rick per uno studente, a vent’anni. Si vestiva come uno studente, aveva le mani pulite e parlava anche abbastanza bene, ma c’era qualcosa nel suo viso che non lo faceva sembrare uno studente. Aveva il viso duro e nervoso di un uomo che sa il fatto suo, quel genere di viso che tradisce sempre una passione speciale. Quel viso che hanno i rivoluzionari, i folli, gli artisti – chiunque sappia che amerà soltanto una cosa, nel bene o nel male, fino alla morte.
«Dentro stanno sistemando la pista da ballo», disse l’uomo dietro il bancone. «L’estate scorsa, anzi mi sa che era successo già quella prima, gli studenti hanno cominciato a venire a frotte, e la città ha avuto come un boom, in un certo senso. Questo posto se l’è comprato un tizio importante di Los Angeles, che lavora nel ramo immobiliare. Ha deciso di cambiargli il nome e di ingrandire la sala, e ho sentito dire che prenderà un’orchestra nuova, in vista di una stagione col botto».
Rick aveva finito il suo drink e sputava dalla bocca i cubetti di ghiaccio, facendoli rimbalzare nel canale di scolo lungo il marciapiede. Provava un tale senso di benessere, sentendo che il nuovo lavoro cominciava già sotto buoni auspici, che non gli venne neanche in mente di chiedere al tizio se c’era un posto dove poteva dormire. Se ne stava lì a sputare i cubetti di ghiaccio e a guardarli rimbalzare, e in quel momento risalire la strada verso la spiaggia, ridiscenderla fino alla baia o restare dov’era non avrebbe fatto alcuna differenza. Prima ancora che potesse decidere, quattro uomini, uno dei quali era Jack Stuart, sbucarono da dietro l’angolo – e addio relax.
Jack Stuart aveva un’aria da studente in libera uscita, su questo non ci pioveva: portava dei calzoni alla zuava di lino bianco – dieci o quindici centimetri sotto il ginocchio – e una camicia bianca aperta sul collo, con appuntata sul davanti un’enorme spilla di qualche confraternita studentesca, con più perline di quante si riuscissero a contare. Aveva i capelli neri e ricci e un modo di fare gioviale, da uomo di mondo. Porse subito la mano a Rick, stringendo la sua così forte da fargli male, e disse: «Lieto di vederti, amico; ti presento un altro pezzo della ciurma». Rick li conobbe uno a uno, e alla fine ebbe ben chiaro chi fossero: in ordine di presentazione, batteria, sassofono e trombone. «Ce l’hai con te?», disse Stuart alla fine di tutte quelle strette di mano, e Rick disse: «Sì», e indicò la custodia della tromba sullo sgabello vicino a lui. «Quando cominciamo?».
Stuart si fece una risata e disse: «Rilassati. Non cominceremo prima di sabato sera. Andiamo dentro a dare un’occhiata».
Salirono tutti e cinque il ripido pendio che portava alle doppie porte ed entrarono. Era una sala molto lunga e stretta, e in fondo c’erano tre uomini carponi che raschiavano e scartavetravano il pavimento. C’era un grande piano sul palco e molte sedie. Jack Stuart disse: «Mi sa che qua davanti hanno già dato la cera». Fece una corsetta e scivolò per cinque o sei metri lungo il pavimento. Rick saltò sul palco, posò la custodia della tromba sulla panca del piano e poi si mise a sistemare le sedie come andavano messe, a gruppi di tre – fiati, ottoni, percussioni –, e quelle per gli extra impilate in un angolo. Scivolare sul pavimento non era nel suo stile. Scostò la custodia della tromba, si sedette sulla panca, batté sui tasti per sentire com’era il piano, dopodiché cominciò a suonare, e di lì a poco a suonare sul serio, provando tutto come si deve. La cosa attirò subito l’attenzione degli altri Collegiali, che si avvicinarono al piano, studiando con attenzione il nuovo arrivato. Si aspettavano che suonasse la tromba.
Quando Rick smise di suonare, Jack disse: «Diamine se suoni bene il piano, amico. E lo suoni pure come un negro», senza chiarire se fosse un complimento o no. E quando Rick arrossì, nel suo modo inconfondibile, Jack si fece una gran risata e disse che ci aveva azzeccato più di quanto non pensasse, a giudicare dal colore della faccia di Martin. Poi lo fece scansare un po’ e si sedette accanto a lui sulla panca, dicendo: «Perdonami, fratello: suoniamo a quattro mani». Rick stava davanti ai bassi; suonò qualche accordo in La bemolle e Jack attaccò Yes Sir, That’s My Baby.
Non aveva la capacità di Rick di raggiungere i livelli più profondi del subconscio di un piano, ma suonava bene. Suonava più o meno come suona la maggior parte dei ragazzi americani, quando sono portati per la musica e per di più hanno avuto la possibilità di esercitarsi un’ora al giorno sotto la supervisione di qualche parente molto severo. Di solito con i ragazzi così succede che all’età di sedici anni, quando cominciano ad ascoltare la musica da ballo e le canzoni famose e a cercare il riconoscimento sociale, d’improvviso scoprono di saper suonare, e che tutti quegli anni di esercizi per un’ora al giorno adesso gli permettono di leggere uno spartito o perfino di suonare qualche canzoncina a orecchio. Così ritrovano interesse nel suonare il piano, e certe volte insistono finché, come Jack Stuart, riescono a farne una professione. Bastava sentire un inciso di Yes Sir, That’s My Baby per capire che il piano lo sapeva suonare.
Rick si alzò dalla panca, posò la tromba su una sedia e lasciò tutto il piano a Jack. E mentre Jack suonava, Rick esaminò con lo sguardo il tipo che suonava il trombone, cercando di capire a occhio quanto valesse. Non sembrava navigato come gli altri tre: gli mancavano cinque o sei chili per essere un ciccione e aveva una faccia tonda e candida che poteva suggerire idiozia o onestà, o un po’ di entrambe. Se ne stava in piedi poco lontano dal piano, così Rick gli si avvicinò e cominciò a far chiarezza. Non c’era niente di male a scoprire le potenzialità degli ottoni dell’orchestra.
«Secondo te chi è il miglior trombone del paese?», gli domandò senza girarci intorno, come un ragazzino che chiede a un altro: «Tuo padre che lavoro fa?». Era un modo come un altro per approcciarlo. Quello ci pensò un momento e disse: «Tra quelli che suonano adesso? Credo Jack Teagarden».
«Uh-huh», disse Rick con solennità. Era una delle risposte giuste, ma non tradiva un genio particolare. Gli lasciò la sensazione che se la fosse cavata troppo facilmente, come quando chiedi a qualcuno chi è il suo scrittore preferito e quello ti domanda: «Vivente?». «No», gli dici tu, «di qualsiasi epoca». E quello, veloce come un lampo, ti dà come risposta Shakespeare. È una risposta ineccepibile, ma visto che aveva a disposizione tutti gli scrittori della storia, avrebbe potuto fare di meglio se si fosse fermato un po’ di più a riflettere. Se avesse detto, per esempio, che tra quelli d’oltremanica non bisogna sottovalutare La Fontaine, o Racine, o che si può spendere una parola per Milton, per poi tirare dritto scegliendo Shakespeare, la cosa avrebbe avuto un altro significato.
«Hai mai sentito un certo Snowden, che suona il trombone per Jeff Williams?», gli chiese Rick.
«Oh», disse il ragazzo, «i negri. Io pensavo alle orchestre di bianchi. I negri sono una categoria a parte».

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