Beccàti

Il libro di Jon Ronson sui "giustizieri della Rete" e sulle storie - alcune le sapete - di vittime e colpevoli nelle condanne pubbliche dei social network

La foto che Lindsey Stone pubblicò su Facebook nel 2012, e che le procurò violente persecuzioni online

Jon Ronson è un giornalista gallese che ha vissuto a Londra e negli Stati Uniti, ha pubblicato diversi libri con considerevoli successi grazie a uno stile che mescola indagini giornalistiche a riflessioni ed esperienze personali e considerazioni generali. Il suo ultimo libro “So you’ve been publicly shamed” è uscito la scorsa primavera, e viene pubblicato in italiano il 28 ottobre da Codice Edizioni con la traduzione di Fjodor Ardizzola e il titolo “I giustizieri della rete“. Racconta una serie di casi – alcuni familiari a chi ha seguito le discussioni sui social network – di “umiliazioni pubbliche” inferte su internet con grande partecipazione (che a volte trabocca nel linciaggio) a persone che si sono rese responsabili di misfatti molto diversi tra loro, dal plagio alla battuta razzista, per i quali hanno subito conseguenze personali e professionali molto pesanti, proprio a causa (per merito, o per colpa?, si chiede Ronson) delle “gogne pubbliche”. E su queste storie Ronson costruisce una serie di riflessioni su cosa siamo e come ci comportiamo, non soltanto su internet. Questo è l’inizio del secondo capitolo, dove si racconta la disgrazia dell’importante giornalista Jonah Lehrer.

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La notte del 4 luglio 2012 Michael Moynihan se ne stava sdraiato sul divano, mentre sua moglie Johanna dormiva nella camera al piano di sopra con la loro bambina. Erano in rotta, come sempre. Sembrava che chiunque riuscisse a fare soldi con il giornalismo tranne lui. «Non riesco mai a trasformarlo in denaro» mi disse in seguito, «non so proprio come si faccia».
Era un periodo di ansie: lui aveva trentasette anni, racimolava qualche dollaro come blogger e come giornalista free lance, e abitava in un’area pedonale di una zona non particolarmente bella di Fort Greene, a Brooklyn.

Aveva però appena ricevuto un’offerta di lavoro: il “Washington Post” gli aveva chiesto di tenere un blog per dieci giorni. La tempistica non era stata proprio azzeccatissima: «Era il 4 luglio, tutti erano in vacanza. Non c’erano lettori, e non c’era granché di cui parlare». Era comunque qualcosa, ma stava stressando Michael da morire. Lo stress gli aveva appena guastato una vacanza in Irlanda dai parenti di sua moglie, e adesso lo stava consumando su quel divano.

Era a caccia d’idee, e per sghiribizzo scaricò l’ultimo numero uno fra i best seller della saggistica secondo la classifica del “New York Times”: un libro sugli aspetti neuroscientifici della creatività, intitolato Imagine: How Creativity Works. L’autore era una delle stelle emergenti della divulgazione scientifica: Jonah Lehrer.
Il primo capitolo, sul cervello di Bob Dylan, stuzzicò l’interesse di Michael, fan sfegatato del cantautore. Lehrer ricostruiva un momento cruciale nella sua carriera creativa, cioè il processo mentale che lo aveva portato a scrivere Like a Rolling Stone. Era il maggio del 1965 e Dylan era annoiato, stanchissimo dopo un tour snervante, «deperito per l’insonnia e le pillole», nauseato dalla propria musica, convinto di non aver più nulla da dire. Stando alle parole di Lehrer:

L’unica cosa di cui era sicuro era che quella vita non poteva durare. Ogni volta che leggeva sul giornale qualcosa che lo riguardava, faceva sempre lo stesso commento: «Dio, sono felice di non essere io» diceva. «Sono felice di non essere quello là».

Così Dylan disse al suo manager che voleva abbandonare il mondo della musica e si trasferì in una casupola a Woodstock, nello Stato di New York, forse con l’idea di scrivere un romanzo.

Poi però, proprio quando era deciso a smettere di comporre musica, Dylan fu sopraffatto da una strana sensazione. «È difficile da descrivere» ricordò in seguito. «È come la netta sensazione di avere qualcosa da dire».

Non c’era da meravigliarsi che Imagine fosse diventato un best seller: chi non vorrebbe leggere che, quando si attraversa un blocco creativo e si perdono le speranze, si sta in realtà vivendo la stessa esperienza toccata a Dylan subito prima di scrivere Like a Rolling Stone?

Bisogna precisare, però, che Moynihan non aveva scaricato il libro di Lehrer perché si sentisse bloccato e avesse bisogno di un’ispirazione su come scrivere un blog per il “Washington Post”. Lehrer era stato da poco coinvolto in un piccolo scandalo, e Michael stava pensando di scrivere qualcosa in proposito. Era venuto fuori che la giovane star della divulgazione aveva riciclato alcuni articoli pubblicati sul “Wall Street Journal” e li aveva proposti anche al “New Yorker”. Michael stava pensando di scrivere sul blog qualcosa a proposito del fatto che l’autoplagio fosse percepito meno come un delitto in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, e che cosa questo rivelasse delle due culture.

Ma a quel punto Michael smise improvvisamente di leggere e tornò indietro di una frase.

«Dio, sono felice di non essere io» diceva. «Sono felice di non essere quello là».

Strizzò gli occhi pensando: «E quando mai Dylan avrebbe detto una cosa del genere?».

«Che cosa ti ha fatto venire il sospetto?» chiesi a Michael. Eravamo a pranzo al Cookshop Restaurant a Chelsea, a New York. Michael aveva lo sguardo irrequieto, con occhi chiari e attenti come quelli di un husky.
«Non suonavano come parole sue» rispose. «In quel periodo, in ogni intervista che concedeva, Dylan si comportava da perfetto stronzo con l’intervistatore. Questa sembrava piuttosto la citazione da un libro di self help».

E così, sempre dal suo divano, Michael ripercorse alcuni paragrafi: «Ogni volta che leggeva sul giornale qualcosa che lo riguardava, faceva sempre lo stesso commento: “Dio, sono felice di non essere io” diceva. “Sono felice di non essere quello là”».
Nel documentario di D.A. Pennbaker, Dont Look Back (l’apostrofo mancante era un’idea del regista), Dylan legge un articolo su di sé «Aspirando voracemente il fumo di una sigaretta, ne fumava ottanta al giorno» e ride. «Dio, sono felice di non essere io».
Come può Jonah Lehrer scrivere che Dylan dicesse una cosa del genere ogni volta che leggeva qualcosa su di sé sui giornali, si chiese Michael. Da dove arriva quell’«Ogni volta»? E poi: «Dio, sono felice di non essere io» lo ha detto, ma «Sono felice di non essere quello là»? Quando mai lo aveva detto? Da dove l’aveva recuperato?

E così Michael Moynihan scrisse un’e-mail a Jonah Lehrer.

© Codice edizioni, Torino

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