Jackie Perrin, nel 1964, modella per Teddy Tinling (Fox Photos/Getty Images)
  • Moda
  • lunedì 5 ottobre 2015

Alti e alti del leopardato

Foto dal 1925 a qualche settimana fa che dimostrano come l'immagine dei tessuti animalier sia passata sopra i rischi di volgarità

Jackie Perrin, nel 1964, modella per Teddy Tinling (Fox Photos/Getty Images)

Il destino del tessuto “leopardato” – la più diffusa tra le stampe di disegno animalesco – è sempre stato duplice e contraddittorio, come quello di molti tratti più estremi delle mode: a seconda dei tempi e dei contesti è stato ritenuto molto volgare o molto creativo, fino a stabilizzarsi in un suo ruolo familiare e mainstream nell’estetica della moda, che gli permette tuttora di ascendere a creazioni lussuose o discendere ad abusi imbarazzanti.
Ma ci sono stati appunto periodi diversi: Vogue scrive che “la stampa leopardo è sempre stata sinonimo di classe ed eleganza. E questo valeva in special modo nel cinema della prima metà del secolo scorso. […] Man mano però che i costumi si sono evoluti, la stampa animalier, col passare del tempo e delle mode, perse di classe e sofisticatezza in favore di un mood più sexy ed in certi casi anche un po’ volgare”. Le prime stampe su tessuto di disegni delle pelli animali note – quello che nella moda viene chiamato animalier – sono del Settecento.
Già nel 1947 Dior – che risulta per questo nelle storie della moda come un precursore del settore – aveva proposto la stampa animalier nelle sue sfilate, e quest’anno è tornata a vedersi in passerella a febbraio per la collezione/autunno inverno di Burberry Prosum. Solo qualche settimana fa, per la settimana della moda di Londra, la modella Kate Moss indossava una giacca con un motivo leopardato bianco e nero, ma prima di lei c’erano state Elizabeth Taylor, Gina Lollobrigida, Barbra Streisand e più recentemente Jennifer Lopez e Nicki Minaj. Poi, come si sa, c’è a chi sta bene tutto.

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