• Scienza
  • domenica 13 Settembre 2015

No, non bisogna bere due litri d’acqua al giorno

Un ricercatore americano ha smontato sul New York Times un noto luogo comune tramandato da decenni da nonne e telegiornali apprensivi

Il pediatra americano Aaron E. Carroll ha smontato definitivamente in un articolo sul New York Times un luogo comune – molto comune – sulla giusta quantità di acqua da bere in un giorno: l’affermazione che per la nostra salute è importante bere almeno due litri d’acqua al giorno, o una qualsiasi altra quantità d’acqua prestabilita. Come dice Carroll in poche parole: «Semplicemente non è vero: in questa convinzione non c’è niente di scientifico».

Non esiste una cosa che possiamo definire un “livello ottimale di acqua da ingerire” semplicemente perché viviamo in climi differenti e facciamo attività molto diverse gli uni dagli altri. Secondo Carroll l’origine della leggenda metropolitana risale al 1945, quando uno studio molto prestigioso raccomandò un consumo medio di acqua giornaliero di circa 2,5 litri al giorno. Da allora la quantità di acqua consigliata è cambiata: c’è chi dice un litro e mezzo, chi due, chi uno, ma il problema di fondo è che la maggior parte delle persone ignora la frase successiva che era contenuta nello studio: e cioè che «la gran parte di questa quantità d’acqua è già contenuta nel cibo che ingeriamo».

Come spiega Carroll: «L’acqua è presente nella frutta, nei vegetali, ma anche nei succhi, nella birra, nel tè e nel caffè. E prima che chiunque obbietti che il caffè disidrata: le ricerche mostrano che non è vero nemmeno questo». In altre parole: ci sono altri modi di introdurre liquidi nel nostro corpo oltre a bere acqua “pura”. Carroll aggiunge che non bisogna nemmeno preoccuparsi di provare sete. Secondo un’altra convinzione molto diffusa, infatti, quando si ha sete si è già un po’ disidratati. La vera disidratazione – quella pericolosa – viene invece segnalata dal nostro corpo in maniera molto più visibile e con sintomi più gravi.

Secondo le ricerche più recenti ci sono anche pochissime prove che bere molta acqua possa portare benefici di lungo termine, come ad esempio la prevenzione di alcuni disturbi dei reni. Stesso discorso per i benefici più “superficiali”, come ad esempio una pelle più idratata e con un aspetto più sano. È vero che alcuni studi sembrano dimostrare una qualche correlazione tra un elevato consumo d’acqua e alcuni benefici secondari, ma la definizione di “elevato consumo d’acqua” è comunque significativamente inferiore ai famosi due litri al giorno.

Carroll racconta che la campagna per bere più acqua quest’anno ha trovato nuovi appoggi, almeno negli Stati Uniti, grazie a uno studio scientifico che sembra dimostrare che circa due terzi dei bambini americani non bevono abbastanza acqua. Lo studio si basa sull’analisi della composizione chimica dell’urina di un campione di bambini: se una certe sostanza era presente oltre un certo livello, hanno scritto i ricercatori, i bambini oggetto dello studio erano da considerare disidratati. Carroll scrive che il livello scelto dai ricercatori in realtà è arbitrario e quasi certamente troppo basso.

Secondo Carroll, questa considerazione vale anche nel caso della storia del nostro rapporto con l’acqua. Negli Stati Uniti, e nel resto del mondo occidentale, la gente non ha mai vissuto così a lungo e mai come oggi ha avuto accesso a tutte le bevande che poteva desiderare. In una situazione simile è davvero difficile individuare un “livello ottimale d’acqua” e stabilire una linea al di sotto della quale ritenere alcune persone “disidratate”.