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L’esperimento di un anno che simula un viaggio su Marte

Sei persone si sono chiuse in una cupola su un vulcano delle Hawaii e ne usciranno definitivamente tra un anno: ci serve per capire cosa può succedere dal punto di vista sociale e psicologico

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Venerdì 28 agosto sei persone, tre uomini e tre donne, si sono chiuse volontariamente dentro a una specie di cupola sul fianco del Mauna Loa, un vulcano sulla più grande isola delle Hawaii, a un’altitudine di circa 2500 metri: ci rimarranno per un anno, fino al 28 agosto 2016, e potranno uscire limitatamente e indossando delle tute spaziali. I sei volontari fanno parte della quarta missione del progetto HI SEAS (Hawaii Space Exploration Analog and Simulation), finanziato dalla NASA per studiare il comportamento e le necessità di un ipotetico gruppo di astronauti durante una missione verso Marte, che secondo le stime potrebbe richiedere da uno a tre anni. Quella cominciata venerdì è però la più lunga delle missioni HI SEAS tentate finora: le prime due erano durate quattro mesi, mentre la terza ne era durati otto, e si è conclusa lo scorso giugno.

La cupola ha un diametro di 12 metri, e la superficie calpestabile è di circa ottanta metri quadri: dentro ci sono una cucina, una sala da pranzo, un bagno, una sala per fare attività fisica con dello spazio comune e un laboratorio. Al secondo piano ci sono le sei camere da letto singole, con un altro bagno. Collegato alla cupola c’è un container che viene utilizzato come officina. Le sei persone scelte tra i volontari che si erano candidati – per l’ultima missione ci furono 150 richieste – sono quattro americani, una tedesca e un francese: Carmel Johnston, capa dell’equipaggio e scienziata del suolo; Christiane Heinicke, una fisica e ingegnera; Sheyna Gifford, una giornalista specializzata in astrofisica, neuroscienza e psicologia che da tempo collabora con la NASA; Andrzej Stewart, un pilota; Cyprien Verseux, un astrobiologo; e Tistan Bassingthwaighte, un architetto specializzato in soluzioni abitative in luoghi inospitali.

Kim Binsted, professore alla University of Hawaii di Mānoa e ricercatore del progetto HI SEAS, ha spiegato che la missione servirà a rafforzare «la comprensione dei fattori sociali e psicologici coinvolti nei viaggi di esplorazione spaziale di lunga durata, e darà alla NASA dei dati importanti su come scegliere e supportare al meglio equipaggi spaziali che lavorino come una squadra mentre sono nello spazio». Ha anche detto che più lunghe sono queste missioni, meglio si riesce a capire quali sono i rischi dei viaggi spaziali: la NASA prevede che i primi tentativi di mandare l’uomo su Marte potranno avere luogo nel decennio dopo il 2030. I partecipanti al progetto saranno monitorati da telecamere, sensori di movimento e altri dispositivi per raccogliere i dati sui fattori cognitivi, emotivi e sociali che intervengono in una situazione di lunga coabitazione nello stesso luogo.

Tra i problemi che interessano ai ricercatori c’è la cosiddetta “sindrome del terzo quarto”. Nel primo periodo di tempo c’è l’eccitazione per la novità, nel secondo subentra la routine, e nel quarto si percepisce come vicina la fine: ma i maggiori problemi di sopportazione possono arrivare nel terzo, quando la routine può trasformarsi in noia. I sei volontari, che durante la permanenza condurranno diversi esperimenti scientifici, potranno comunicare attraverso le email, che verranno spedite con un ritardo di venti minuti: molto di più di quello che ci impiegherebbe realmente dallo spazio, ma Binsted ha spiegato che si vuole simulare «la peggior situazione possibile». I sei non avranno accesso all’aria aperta se non in escursioni organizzate con la tuta spaziale, e mangeranno principalmente cibo in scatola e disidratato: Sheyna Gifford ha twittato una foto del suo primo pasto.

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