Casa Malaparte a Capri, (Rolf Haid/picture-alliance/dpa/AP Images)

Casa Malaparte

Il racconto di Michele Masneri che è stato ospite in una delle ville non visitabili più celebri d'Italia

Casa Malaparte a Capri, (Rolf Haid/picture-alliance/dpa/AP Images)

Michele Masneri ha pubblicato sul Foglio un lungo articolo in cui racconta la sua visita nella celebre villa di Capri di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert, autore de “La Pelle” e “Kaputt”. La villa, che si trova su un promontorio e che non è visitabile, è considerata uno dei capolavori dell’architettura moderna.

“Pronto, casa Malaparte”, dice una governante gentile, al telefono, e poi viene giù alla scogliera, per prendere i bagagli, appena si scende dal gommone, per approdare a una delle case più famose d’Italia, forse del mondo.

Vicino ai Faraglioni, a Capri, casa rossa a scalinata, con quella vela bianca sopra, iconica tipo sneaker Nike. Casa chiusa, perché abitata dai proprietari, gli eredi Malaparte che si chiamano giustamente Suckert, com’era il vero cognome dell’autore de “La pelle” e “Kaputt”. Figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, Kurt Suckert prese poi quel nome d’arte, mentre “Il nero Suckert si usa ancora oggi nei tessuti”, dice Niccolò Rositani-Suckert, pronipote, tutore delle memorie di casa, e non solo.

Nipote della sorella di Malaparte, famiglia di scienziati, è avvocato, legale di Adelphi e di altre case editrici, ma soprattutto docente di Diritto d’autore al Politecnico di Milano, un ayatollah nella lotta contro il plagio, artistico e architettonico, contro lo sfruttamento che distrugge. Complice una somiglianza anche inquietante con l’antenato, difende lo scoglio di famiglia dalla società di massa.

Eccola qui: battelli e gozzi e panfili e traghetti passano sotto di noi, inquadrati nelle quattro finestre enormi e tutte diverse del salone immenso al primo piano, e si sente gracchiare negli altoparlanti “ecco la casa Malaparte, opera di Adalberto Libera, donata al governo cinese…”, e si vedono da quassù i braccini e braccetti con i loro smartphone puntati del turismo ferragostano. Il loro sogno sarebbe di venire fin quassù, probabilmente, e selfarvisi, e magari trovare quei cinesi che dovrebbero stare qua. Rositani-Suckert vorrebbe forse cannoneggiarli, invece, come i tanti che telefonano per venire su a vedere “la casa di ‘Alberto’ Libera”, cioè poi l’architetto eminente delle Poste romane di via Marmorata e del palazzo dei Congressi dell’Eur. Che non c’entra niente, non più dei cinesi, almeno.

E’ chiaro infatti che “questa non è una casa razionalista, semmai surrealista”, dice il padrone di casa, che non ne può più di questa storia. Frugando tra le carte, ecco prove e riprove che Malaparte, esemplare abbastanza unico di artista poliedrico italiano, scrittore e giornalista e sceneggiatore e pubblicitario e anche un po’ designer (forse per questa poliedricità rimosso, in un paese di conformisti), la sua casa se la fece tutta da sé: “Casa come me”, la chiamò, autoritratto abitativo ed estetico, e risultato meglio di tante archistar dell’epoca o di oggi.

Ecco dunque i complimenti di Aldo Morbelli, primario progettista littorio, “per le doti così rare in un non-architetto”; ecco il comune di Capri, che attesta non esservi mai stato alcun progetto di codesto Libera; ecco gli studi per la vela bianca sul tetto fatti da Uberto Bonetti, futurista viareggino e tecnico brillante che aveva coadiuvato Malaparte, che certifica: “Dietro vostro indirizzo estetico e costruttivo”. Ecco i disegni malapartiani della casa che cambia, con un iniziale ingresso alla base della celebre scalinata rastremata, omaggio alla chiesa di Lipari dove lo scrittore era stato esiliato da Mussolini.

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