Ni Ni con il suo piccolo appena nato nel centro di allevamento e ricerca sui panda di Chengdu, in Cina, 9 agosto 2015. (© Xinhua/Xinhua via ZUMA Wire)
  • Scienza
  • mercoledì 26 agosto 2015

Perché i panda piccoli sono COSÌ piccoli

Possono essere anche 900 volte più minuscoli della madre, e anche stavolta c'entrano i bambù

di Joel Achenbach – Washington Post
Ni Ni con il suo piccolo appena nato nel centro di allevamento e ricerca sui panda di Chengdu, in Cina, 9 agosto 2015. (© Xinhua/Xinhua via ZUMA Wire)

“Oddio che piccoli!” Questa è la reazione che abbiamo avuto tutti davanti alle immagini dei panda appena nati nel National Zoo di Washington (se non li avete ancora visti, recuperate qui). In qualche modo queste creaturine senza pelliccia, stridule, completamente inermi e grandi quanto un panetto di burro, sopravviveranno fuori dalla pancia materna: alla fine si trasformeranno in adorabili panda giganti. Molti si sono chiesti quale sia la spiegazione biologica delle dimensioni così minuscole dei piccoli panda, e perché la selezione naturale non abbia portato a cuccioli di panda più robusti. Com’è venuto fuori un sistema così assurdo?

Per prima cosa, un po’ di terminologia. La parola chiave è “altriciale”. «È un parolone che significa sostanzialmente “inetto”»; spiega Don Moore, scienziato del National Zoo ed esperto di mammiferi. L’opposto di altriciale è precociale, che in italiano traduciamo più semplicemente come “precoce”. Un pulcino appena uscito dall’uovo è precoce: razzola in giro, mangia e pigola di continuo. Un neonato, invece, appartiene alla categoria dei cuccioli “inetti”: non è in grado di fare quasi niente. Un panda gigante è un orso e in generale i cuccioli d’orso sono estremamente inetti. Moore spiega che tra tutti i mammiferi dotati di placenta, i cuccioli di panda sono i più piccoli in relazione alla grandezza della madre: il rapporto può essere anche di 1 a 900.

E dunque, perché succede? Anche in questo caso, c’è di mezzo il bambù.

I panda giganti si sono evoluti finendo per mangiare principalmente bambù, una pianta legnosa difficile da digerire. Per adattarsi a questa dieta piuttosto spartana, i panda hanno sviluppato un metabolismo molto lento. Di fatto stanno tutto il giorno seduti: hanno portato il concetto di “basso profilo” alle estreme conseguenze. Questo metabolismo rallentato significa che il livello di ossigeno nei panda femmine è piuttosto basso: il cucciolo di panda ha maggiori possibilità di sopravvivere respirando aria piena di ossigeno, e per questo stare nel mondo di fuori è meglio che restare nella pancia della mamma. Inoltre, spiega Moore, il tipo di acidi grassi di cui il piccolo ha bisogno non viene passato dalla madre attraverso la placenta. «I piccoli di panda non ricevono gli acidi grassi che gli consentono di crescere più velocemente dalla placenta, ma dal latte materno». Un altro vantaggio del trovarsi fuori.

Ora, vogliamo parlare di quei chiassosi orsi bruni che passano tutto il tempo a girovagare e pescare salmoni nei fiumi dell’Alaska, anziché restare seduti come i panda e limitarsi ad apparire teneri? Perché anche loro hanno dei cuccioli molto piccoli? Moore sottolinea che anche gli orsi bruni hanno uno stato di metabolismo rallentato, chiamato ibernazione. Le femmine partoriscono i piccoli in inverno, mentre sono in una specie di letargo, e li nutrono per mesi soltanto col loro latte prima che spuntino fuori dalla tana in primavera.

Gli orsi sono ai primi posti della catena alimentare: significa che non vengono cacciati da altri animali e non si devono preoccupare molto che un predatore uccida i loro piccoli. Anche per questo, spiega Moore, i loro piccoli sono particolarmente inermi:

«I carnivori possono permettersi una gestazione breve e forse per loro è più efficiente crescere un piccolo fuori dal grembo materno. Dato che sono ai primi posti della catena alimentare, possono partorire cuccioli inermi in una caverna o una tana e crescerli lì. In particolare, gli orsi utilizzano le loro riserve corporee per nutrire un feto durante la gestazione e poi utilizzano riserve corporee diverse per produrre un latte particolarmente grasso con cui nutrirlo».

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