(MANAN VATSYAYANA/AFP/Getty Images)

La borsa di Shanghai va ancora molto male

Lunedì è stata la sua seconda peggior giornata di sempre, il governo cinese sta cercando di ridare fiducia agli investitori senza riuscirci: perché si parla di "bolla"

(MANAN VATSYAYANA/AFP/Getty Images)

La borsa di Shanghai ha avuto un’altra pessima giornata lunedì, la seconda peggiore di sempre. Lo Shanghai Composite Index, l’indice che raccoglie tutte le azioni quotate nella borsa di Shanghai, ha perso l’8,5 per cento in un giorno: gli investitori hanno perso l’equivalente di 613 miliardi di dollari. Circa 1700 aziende quotate hanno visto i propri titoli scendere del 10 per cento, mentre solo 78 li hanno visti salire. Il 10 per cento è il limite oltre il quale la contrattazione di un certo titolo viene automaticamente sospesa per eccesso di ribasso: il giorno dopo, martedì, gli scambi si sono conclusi con una perdita totale dell’1,68 per cento, ma in certi momenti si è toccato anche il 5 per cento.

Come siamo arrivati a questo punto
Il pessimo periodo della borsa di Shanghai è cominciato lo scorso 12 giugno. La condizione in cui si trova il mercato cinese sembra avere tutte le caratteristiche di una bolla finanziaria: i prezzi delle azioni nell’ultimo anno erano cresciuti moltissimo senza particolari ragioni collegate ai risultati delle aziende.

Gran parte della crescita della borsa di Shanghai è stata trainata da ChiNext, l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche della Cina: il corrispettivo di quello che è il NASDAQ per la borsa statunitense. Secondo molti analisti quello che sta avvenendo nel mercato finanziario cinese è molto simile alla bolla dei titoli “dotcom” del 1999, la cosiddetta “bolla della new economy”: una crisi finanziaria generata da un eccessivo entusiasmo per le nuove aziende digitali statunitensi.
La spiegazione più diffusa è che a un certo punto nelle ultime settimane gli investitori devono avere pensato che i prezzi fossero troppo alti e hanno cominciato a vendere: ma in un mercato finanziario, se molte persone si mettono a vendere, anche chi è abbastanza sicuro dei suoi investimenti preferisce vendere (è quella situazione che sui giornali viene descritta come “panico nelle borse”). 

Le misure del governo cinese non funzionano
Da quando è cominciato il crollo, le autorità finanziarie cinesi hanno cercato in diversi modi di ristabilire la tranquillità sul mercato: sono state vietate le vendite allo scoperto (un tipo di speculazione che scommette sulla discesa dei prezzi delle azioni), sono stati dati più soldi ai fondi d’investimento gestiti dal governo, sono stati facilitati i prestiti per chi investe in borsa, sono state vietate le quotazioni di nuove aziende (IPO) ed è stato proibita la vendita di titoli a chi possiede grandi pacchetti azionari. Quanto successo lunedì dimostra però che gli sforzi del governo per cercare di tenere in piedi il mercato non sono stati sufficienti. Al momento molti sperano che le autorità monetarie decidano di ridurre ulteriormente i tassi d’interesse e i tassi di riserva obbligatoria delle banche: due misure che generalmente rendono più semplice e meno oneroso prendere soldi in prestito e che quindi dovrebbero ridare un po’ di fiducia agli investitori. C’è però parecchio scetticismo, vista la scarsa efficacia delle misure adottate finora, in particolare perché il governo cinese è poco trasparente e non è abilissimo nella comunicazione con gli investitori.

Come vanno le altre borse
Vista la scarsa libertà nel fare entrare e uscire capitali dalla Cina, gli investitori internazionali non sono stati molto coinvolti dal crollo di lunedì. Al momento le borse europee vanno abbastanza bene, Milano sta guadagnando qualcosa di più dell’1 per cento. Negli Stati Uniti le cose vanno un po’ peggio, ma è difficile legare l’andamento degli indici di Wall Street con quanto successo a Shanghai: ci sono altri fattori molto più rilevanti per il mercato americano, come il crollo del prezzo dell’oro e del petrolio.