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  • mercoledì 8 luglio 2015

Il milionario che soccorre i migranti in mare

L'imprenditore Christopher Catrambone ha comprato una barca e da circa un anno presta soccorso a centinaia di immigrati nel Mediterraneo, spendendo un sacco di soldi

Migranti su Phoenix ad Augusta, Sicilia. (AP Photo/Carmelo Imbesi)

Il Guardian ha raccontato in un lungo articolo l’inusuale storia di un ricco imprenditore statunitense che due anni fa ha avviato un progetto per soccorrere i migranti nel mar Mediterraneo con una sua barca e un suo equipaggio, tra le diffidenze di organizzazioni non governative ed esperti del settore. Christopher Catrambone ha 31 anni ed è a capo del Tangiers Group, una società multimilionaria che si occupa di fornire assicurazioni in zone di guerra a consulenti dell’esercito statunitense, lavoratori di ONG, giornalisti e missionari. Catrambone dirige Tangiers Group insieme alla moglie Regina, che è italiana, e insieme a lei ha avviato l’ambizioso progetto che prevede di prestare soccorso ai migranti direttamente in mare, prima ancora che arrivino sulle coste italiane o maltesi. La sua storia era stata raccontata nei mesi scorsi anche da alcuni giornali italiani.

Come è nato il progetto Moas
La storia del progetto di Catrambone è piuttosto incredibile. Tutto è cominciato nel giugno del 2013, quando Catrambone, la moglie Regina e la figlia di Regina, Maria Luisa, erano partiti per una vacanza in barca da Malta fino alle coste del Nordafrica. Durante il viaggio, per una serie di circostanze, i tre avevano cominciato a parlare molto del problema dei migranti. Giles Tremlett, il giornalista del Guardian che ha raccontato la loro storia, ha scritto che la questione delle morti in mare dei migranti “era diventata un tema di conversazione ossessivo sulla barca” e Catrambone aveva cominciato a domandarsi: «Quindi il nostro paradiso è il loro inferno? Il nostro paradiso è il loro inferno». Catrambone, che è descritto come un imprenditore molto determinato, perseverante e anche ambizioso, ha deciso allora di avviare un progetto per conto suo e fare una cosa che fino a quel momento praticamente facevano solo le imbarcazioni delle Marine dei paesi europei: soccorrere i migranti direttamente in mare. I membri della famiglia Catrambone, che sono cattolici, hanno anche detto di avere tratto ispirazione da un discorso del Papa in cui chiedeva di fare di più per aiutare coloro che sono in difficoltà.

In un pomeriggio del giugno dell’anno successivo, Catrambone è partito dal porto di Portsmouth, nello stato americano della Virginia, a bordo di Phoenix, una barca malmessa di 40 metri che sarebbe poi stata usata per il soccorso dei migranti nel Mediterraneo. Phoenix era stata costruita nel 1973, era stata un peschereccio e poi un’imbarcazione dell’esercito statunitense. Era malmessa perché nei 18 mesi precedenti alla partenza era rimasta inutilizzata e invasa dai ratti: aveva bisogno di una risistemata generale, che Catrambone aveva deciso di completare a Malta, dove sarebbe di fatto partito il suo progetto. Nel frattempo Catrambone e la moglie avevano creato una fondazione chiamata Migrant Offshore Aid Station (Moas), sotto cui avrebbero operato i soccorsi, e avevano assunto i membri dell’equipaggio. Si trattava di un’operazione molto rischiosa e del tutto originale: nessuno aveva mai avviato un progetto volontario simile dal 1979, quando il gruppo tedesco Cap Anamur aveva cominciato a occuparsi dei migranti che lasciavano il Vietnam: quando però nel 2003 Cap Anamur tentò di prestare soccorso a 37 persone al largo delle coste italiane, i membri dell’equipaggio furono accusati e processati per avere facilitato l’immigrazione illegale nel paese (poi furono assolti).

I problemi e la prima missione
Uno dei problemi più grandi che ha dovuto affrontare Catrambone è stato quello legato al reperimento dei fondi. Moas non è un progetto economico: costa circa 600mila euro al mese, a cui vanno aggiunti i costi per l’acquisto e la sistemazione di Phoenix (circa 4,7 milioni di euro), per i due gommoni con cui compiere effettivamente le operazioni di salvataggio e per i due droni con scopi di sorveglianza, e quelli per gli stipendi dell’equipaggio. Attorno al progetto di Catrambone si è sviluppata fin da subito una forte diffidenza che ha limitato l’arrivo di finanziamenti rilevanti: in molti, ha raccontato Catrambone, credono ancora oggi che Moas sia una specie di capriccio di un ricco imprenditore, e non un progetto serio e solido di soccorso dei migranti in mare. Su altri aspetti Moas ha ricevuto invece importanti riconoscimenti. Per esempio ha cominciato fin da subito ad agire sotto il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo, il centro della Capitaneria di porto italiana che coordina le operazioni di soccorso in mare nell’area marittima di competenza.

Nell’agosto del 2014, dopo soli quattro giorni di operatività, Phoenix ha ricevuto la prima chiamata per prestare soccorso a dei migranti. Il 30 agosto il team di Moas si è trovato a soccorrere due barche, una delle quali con a bordo 350 persone, tra cui diverse famiglie provenienti dalla Siria. Nelle successive 10 settimane Phoenix ha soccorso direttamente 1.462 persone e ne ha aiutate altre 1.500 a raggiungere imbarcazioni italiane. Phoenix, oltre che avere un equipaggio riconosciuto per la sua affidabilità ed esperienza, è in grado di soccorrere e ospitare circa 400 migranti e dal 2015 a prestare loro primo soccorso grazie ai membri del gruppo olandese di Medici senza Frontiere che si trovano a bordo. A bordo di Phoenix ci sono anche Regina e Maria Luisa, che aiutano l’equipaggio a portare soccorso ai migranti recuperati in mare con i due gommoni e portati su Phoenix.

Dopo il naufragio del 18 aprile
Il 18 aprile del 2015 circa 850 persone sono morte nel peggiore disastro marittimo della storia moderna. Quel giorno Phoenix non era operativa – l’ultima missione di soccorso era stata compiuta a ottobre del 2014 e la successiva sarebbe stata nel maggio 2015 – e la barca chiamata a soccorrere i migranti è stata la King Jacob, un’imbarcazione portoghese. Dei migranti morti in mare sono stati recuperati poco più di 20 corpi, a cui la famiglia Catrambone ha organizzato dei funerali nell’isola di Lampedusa. Ancora oggi il progetto dei Catramone è criticato da più parti, soprattutto dopo che alcuni politici italiani ed europei contrari all’immigrazione che hanno cominciato a parlare dei pericoli derivanti dalla presunta infiltrazione di jihadisti nelle barche di migranti (teorie che finora non hanno comunque trovato riscontri). Poche settimane fa Rod Liddle ha scritto per esempio sullo Spectator: «Tra loro [i migranti] ci sono i jihadisti e criminali, che aspettano solo di essere soccorsi dai paesi che, in alcuni casi, vogliono distruggere».

Catrambone ha detto al Guardian che sarebbe disposto a chiudere Moas se l’Europa avesse qualcosa di meglio da offrire, cosa che al momento non sembra potersi verificare. Catrambone ha anche detto che sarebbe in grado di rimettere in piedi quello che è stato Mare Nostrum per circa un terzo dei costi e che non esclude che in futuro il suo programma possa operare in altre zone del mondo dove è altrettanto grave la situazione dei migranti, come per esempio in Myanmar con i rohingya. Catrambone ha detto: «Molte persone dicono: “Oh, guarda i milionari! Spendono un sacco di soldi”. Ho investito la mia vita in questa cosa e la mia famiglia ci ha messo i suoi risparmi. È importante per noi e ci crediamo molto. E sai una cosa: se un giorno sarà povero e vivrò per strada, beh, pazienza. Siamo orgogliosi di quello che facciamo. Non ho alcun rimorso».

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