Torino è casa nostra

Giuseppe Culicchia ha esteso a tutti un vecchio pensiero (prima era solo casa sua), e ha riscritto la guida racconto della sua città

È appena uscito per Laterza il libro di Giuseppe Culicchia Torino è casa nostra. A dieci anni dall’uscita di Torino è casa mia, Culicchia ha scritto una nuova versione della sua “guida” di Torino che descrive la città come se fosse un appartamento, in cui ogni capitolo e ogni zona della città corrisponde a una stanza. Ne è nato questo libro, aggiornato con tutto quello che è cambiato in questi dieci anni a Torino, e nella vita di Culicchia. Questa è la nuova introduzione.

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A un certo punto della storia del genere umano, stando a quanto si è letto sui giornali, gran parte degli italiani non è più andata in vacanza. Era iniziata ufficialmente la crisi più grave dal 1929, e di conseguenza si era costretti a restare in città. È così che noi torinesi ci siamo ritrovati ad avere un enorme vantaggio sui nostri connazionali: Torino aveva scoperto solo di recente la sua vocazione turistica. Perciò la maggior parte degli italiani non c’era ancora mai stata, in vacanza. A cominciare da noi torinesi, che finora, per le nostre vacanze, chissà perché avevamo sempre scelto altre località. Da lì in poi, invece, optando per Torino avremmo potuto stupire innanzitutto noi stessi, ma anche i nostri amici e parenti che vivevano altrove. Io, per esempio, un giorno ho chiamato un amico carissimo che sta a Roma.
«Tu quest’anno in vacanza dove vai?», gli ho chiesto.
E lui: «Macché vacanza e vacanza, con ’sta crisi che c’è sto a Roma. E tu?».
«Io no, per carità, Roma è meravigliosa ma in vacanza ci sono già stato più volte. Quest’anno ho deciso di cambiare meta: vado a Torino».
«A Torino?».
«Sì. Perché, non lo sai che Torino ora che ha scoperto la sua vocazione turistica è una delle località più gettonate?».
«Beh, in effetti ne avevo sentito parlare. Però scusami, tu a Torino ci abiti».
«E certo che ci abito. Ma non ci sono mai stato in vacanza».
«A dire il vero, manco io».
«E allora vedi? Non te la faresti tu una vacanza a Torino?».
«Altroché se me la farei, l’hai detto tu che è una delle località più gettonate».
«Bravo. E se te la faresti tu una vacanza a Torino, perché non me la dovrei fare io?».
«In effetti… allora buona vacanza».
«Grazie».
Certo, non tutti hanno la fortuna di vivere a Torino e possono dunque permettersi di fare le vacanze a Torino. Sta di fatto che, dovunque si viva, ci si può organizzare in almeno due modi diversi.
Il primo modo di fare le vacanze nella propria città consiste nell’aggirarsi in un quartiere che non si conosce. È tutto sommato la soluzione più semplice, nel senso che non richiede alcun camuffamento e consente di scoprire realtà ricche di sorprese. Un torinese che abiti in centro potrà dunque fare le vacanze alle Vallette, un milanese che risieda a Brera potrà scegliere Quarto Oggiaro, un napoletano di Posillipo spingersi a Scampia, un palermitano con casa in via Libertà optare per lo Zen, eccetera. E viceversa, naturalmente.
Il secondo modo di fare le vacanze nella propria città consiste invece nel farle addirittura nel proprio quartiere: che poi, volendo, a pensarci si tratta di una nuova versione delle vacanze cosiddette estreme. Ecco dunque che in questo caso il camuffamento può rendersi necessario, almeno se si risiede in un quartiere di quelli in cui c’è ancora vita di quartiere, e quindi ci si conosce un po’ tutti, e ci si saluta, cosa che obiettivamente non contribuisce a creare un clima vacanziero, specie per i tanti italiani che fino all’altro ieri andavano in vacanza in Kenya o alle Seychelles. Bastano un impermeabile, la classica barba finta, un paio di occhiali, se si vuole strafare una parrucca, ed ecco risolto il problema. All’inizio, proprio il fatto di uscire di casa camuffati potrà aiutare questi adepti della vacanza estrema a vedere con altri occhi le solite vie e piazze e gli abituali bar e ristoranti, anche per via dell’inevitabile tensione che proveranno incrociando come ogni giorno la portinaia, il giornalaio o il tabaccaio: «E adesso? Mi riconoscerà o non mi riconoscerà? E se mi riconosce, che dico per giustificare il fatto che mi sono conciato così?».

Vabbè. Per tornare a Torino, a noi torinesi qualcosa di simile è successo nel 2006, quando la nostra città ha ospitato le Olimpiadi Invernali. In quell’occasione, infatti, ci siamo sorpresi a constatare quanto Torino fosse apprezzata da chi, arrivando da fuori, la vedeva per la prima volta. E, per la prima volta, anche noi l’abbiamo vista con occhi diversi, apprezzando luoghi e colori che fino al giorno prima davamo per scontati, al punto da non vederli più. Ecco: non sarebbe male se, approfittando giocoforza del fatto che non possiamo più permetterci di andare in vacanza altrove, tornassimo a guardare le nostre città con lo stesso stupore con cui visitiamo i luoghi delle nostre vacanze. Senza contare che ormai i luoghi delle nostre vacanze di solito li abbiamo già visti e stravisti prima ancora di averci messo piede, complici il Web e la civiltà delle immagini. Mentre davvero quelli in cui viviamo non li vediamo più. E riscoprirli potrebbe valere molto più del prezzo del biglietto (anche perché stavolta è gratis).
È con questo spirito che, malgrado la crisi fosse di là da venire, poco più di dieci anni fa ho scritto Torino è casa mia. Un libro nel quale ho cercato di raccontare la città in cui vivo spogliandola degli stereotipi che da sempre saltavano fuori al solo nominarla, e dunque partendo proprio da quelli. Il caso ha voluto che intanto, mentre scrivevo, la città avesse cominciato a scrollarseli di dosso pure lei, quegli stereotipi. Risultato: da «grigia città industriale», nonché «laboratorio», nonché «culla dell’Azionismo», nonché capace di coniugare la «cultura operaia» con il «catalogo Einaudi», Torino ha fatto un triplo salto mortale carpiato e tra un’Olimpiade e una cementificazione… pardon, una riqualificazione urbana, si è magicamente trasformata nella «città della movida». Di modo che in un amen è nato anche l’apposito comitato antimovida. Forse perché la famosa cosiddetta movida è democratica, nel senso che non fa dormire nessuno, né chi la pratica né chi la subisce. Non a caso nacque a Madrid proprio con la fine del franchismo e l’avvento della democrazia, anche se all’epoca, si era all’inizio dei mitici o se preferite famigerati anni Ottanta, per movida madrilena si intendeva non solo l’ubriacatura collettiva che animava nottetempo strade e piazze di quella città, ma anche un vero e proprio movimento culturale, con una rivista dal nome appropriato («La Luna») e una serie di artisti e personaggi di riferimento, da Carmen Maura a Pedro Almodóvar.

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