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  • sabato 4 aprile 2015

Africani come noi

Paolo Giordano si chiede se è superabile la distanza di sensibilità che abbiamo nei confronti delle stragi vicine e lontane

Sul Corriere della Sera di sabato 4 aprile lo scrittore Paolo Giordano ha commentato una delle foto più forti scattate nell’Università di Garissa, in Kenya, dopo l’attacco terroristico di giovedì in cui sono state uccise almeno 148 persone, tra cui 142 studenti. Nella foto, che nelle ultime ore è circolata molto su Twitter, si vedono decine di cadaveri per terra in uno degli edifici dell’università. Giordano riflette sul relativo distacco con il quale reagiamo alla fotografia per via della distanza geografica e culturale che ci separa dagli studenti uccisi, sostenendo che però «i ragazzi dell’università di Garissa sono stati trucidati perché ci assomigliavano, perché cristiani e attratti dalla stessa cultura universale sulla quale si fonda ogni nostro atto quotidiano».

L’esercizio che dovremmo fare davanti a questa fotografia è semplice. Riguardarla, ancora una volta, ma alla pelle scura dei volti schiacciati contro il pavimento, dei toraci nudi e delle braccia, sostituire una carnagione chiara, rosata – più simile alla nostra. Retorico? patetico? Forse. Eppure di rado ci ricordiamo di farlo. Siamo in buona parte educati e terzomondisti, ma resiste in noi un nocciolo di apatia, ed esso non conosce evoluzione, ragiona in maniera istintiva o non ragiona affatto. Cambiare colore alla pelle dei ragazzi riversi fra le sedie e le chiazze di sangue rappreso cambia ancora qualcosa nella nostra reazione. L’orrore – che pure abbiamo sentito dall’inizio – prende all’improvviso a sgorgare da una fonte diversa, non più dal cervello, bensì da un organo collocato molto più in basso, tra la cistifellea e le altre viscere, un organo che insieme secerne indignazione, rabbia, paura.

Se azzeriamo per un istante la distanza dal Kenya e l’alterità rispetto a quel luogo, Garissa, che fino a giovedì non avevamo sentito nominare; se ignoriamo il fatalismo irriducibile che ci coglie quando i flagelli si abbattono sull’Africa, riconosceremo nei cadaveri della fotografia degli studenti in tutto simili a quello che siamo o siamo stati – riconosceremo noi stessi.

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