L’accordo con il Vaticano sul segreto bancario

È stato firmato oggi con il governo italiano, prevede lo scambio di informazioni fiscali e ribadisce l’esenzione dalle imposte per gli immobili della Santa Sede: ora va ratificato

Mercoledì primo aprile, presso la Segreteria di Stato vaticana, la Santa Sede e il governo italiano hanno sottoscritto un accordo sullo scambio di informazioni fiscali e sulla trasparenza finanziaria. A firmare la convenzione (ancora da ratificare) sono stati per la Santa Sede l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e, per il governo italiano il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan. Nel comunicato stampa del governo si legge che «l’Italia è il primo paese con cui la Santa Sede sottoscrive un accordo che disciplina lo scambio di informazioni». Si dice anche che:

«La Convenzione, a partire dalla data di entrata in vigore, consentirà il pieno adempimento, con modalità semplificate, degli obblighi fiscali relativi alle attività finanziarie detenute presso enti che svolgono attività finanziaria nella Santa Sede da alcune persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti in Italia».

Si tratta della cosiddetta “voluntary disclosure“, che i giornali descrivono come “fine del segreto bancario”. Il segreto bancario è simile al segreto professionale a cui medici e avvocati sono tenuti nei confronti dei loro clienti, solo che vale per una banca nei confronti di chi deposita denaro nelle sue casse. Dopo l’accordo di oggi, l’Agenzia delle Entrate italiana sarà facilitata nell’avere informazioni anche su un singolo contribuente che ha conti correnti nella Santa Sede. Questo per evitare operazioni di riciclaggio o evasione fiscale e per permettere la scoperta di capitali detenuti all’estero con il pagamento delle imposte non versate e uno sconto sulle sanzioni. Lo scambio di informazioni riguarderà i periodi d’imposta a partire dal primo gennaio 2009. Un accordo simile era stato raggiunto nei mesi scorsi con la Svizzera, il principato di Monaco e il Liechtenstein. A differenza di questi ultimi, il Vaticano rientra non tanto perché rappresenti un paradiso fiscale ma perché, precisa La Stampa, «la presenza di legislazioni diverse e il passaggio di denaro attraverso un confine creano comunque la possibilità di traffici illeciti».

La Convenzione precisa, inoltre, «quanto previsto dal Trattato del Laterano relativamente all’esenzione dalle imposte per gli immobili della Santa Sede indicati nello stesso Trattato», quelli cioè destinati, con modalità non commerciali, ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, culturali, ricreative, sportive, e agli immobili dove si svolgono attività di religione o di culto.