• Mondo
  • mercoledì 25 marzo 2015

Elizabeth Warren sfiderà Hillary Clinton?

Il Boston Globe si è unito ufficialmente – con buoni argomenti – a quelli che chiedono a una popolare senatrice di sinistra di candidarsi alle primarie dei Democratici

di Francesco Costa – @francescocosta

A dieci mesi dall’inizio delle primarie che definiranno i candidati alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, tra i Democratici c’è solo un potenziale leader che si sia mostrato interessato a fare un passo avanti: Hillary Clinton. Come già accaduto nel 2008, Hillary Clinton sembra essere la candidata inevitabile: nessuno dei potenziali candidati ha un curriculum ricco come il suo, nessuno ha rapporti paragonabili ai suoi con l’establishment del partito e con i suoi finanziatori, né la sua notorietà nazionale e internazionale. Al contrario del 2008, inoltre, non c’è nessun Barack Obama all’orizzonte – per adesso. Pochi giorni fa un editoriale del Boston Globe ha chiesto alla senatrice Elizabeth Warren di candidarsi alle primarie dei Democratici e sfidare Hillary Clinton, fornendo molti argomenti a sostegno di un’ipotesi che circola ormai da quasi due anni nella politica americana, e che qualora si realizzasse renderebbe più incerta e interessante la selezione del prossimo presidente degli Stati Uniti.

Chi è Elizabeth Warren
Elizabeth Warren ha 65 anni ed è una senatrice, eletta per la prima volta nel 2012 in Massachusetts. È divorziata e risposata, ma ha tenuto il cognome del suo primo marito, col quale ha avuto due figli (il suo cognome da nubile è Herring). Warren è un personaggio noto e popolare nella politica americana, nonostante ne faccia parte da pochi anni: appartiene all’ala cosiddetta liberal del Partito Democratico, la più di sinistra. Prima è stata una rispettata docente universitaria ad Harvard, nota per avere opinioni forti sul potere delle società finanziarie di Wall Street e sulle diseguaglianze economiche negli Stati Uniti. Nel 2010, quando era ancora una docente universitaria, Barack Obama la scelse come supervisore e sua consigliera nella creazione di una nuova agenzia governativa a difesa dei consumatori nei loro rapporti con banche e istituti finanziari. Warren è finita più volte nella lista di Time sulle persone più influenti del mondo ed è stata indicata in passato come potenziale giudice della Corte Suprema. La popolarità sua e delle sue idee – i suoi libri entrano regolarmente nelle classifiche della saggistica – le ha permesso di ottenere la fama di nemica delle società operanti a Wall Street; e ha avuto sicuramente un ruolo anche il suo atteggiamento tosto e determinato. Un articolo di Politico l’ha presentata così:

Voi potete odiarla o amarla, ma Elizabeth Warren sa benissimo chi è davvero. Qualche anno fa, quando prese delle lezioni di tennis, mandava sempre la pallina oltre la recinzione o sui tetti degli edifici accanto, tanto che il suo maestro la considerava la sua peggiore allieva di sempre. «Quando ho avuto un’arma in mano, ho sempre dato tutto», ha scritto nella sua autobiografia.

Negli anni della crisi, le posizioni forti di Elizabeth Warren – anche contro le politiche dei democratici, soprattutto quelle dell’amministrazione Clinton – l’hanno resa sempre più famosa e popolare a sinistra, finché nel 2012 non si è candidata al Senato e ha vinto. Uno dei video di Elizabeth Warren più visti su Youtube mostra un pezzo di un suo efficace discorso di campagna elettorale, durante il quale dice che nessuno negli Stati Uniti raggiunge il successo da solo; che se lo fa parte del merito è delle infrastrutture e del sistema che tutti contribuiscono a tenere in piedi; e che quindi è responsabilità di chi ha successo pagare un po’ di più per la collettività. Idee molto diverse da quelle dei Repubblicani, che cercano di ridurre in tutti i modi il ruolo dello Stato nella vita dei cittadini, e che nessun leader Democratico esprime con la stessa eloquenza.

Nessuno in questo paese è diventato ricco da solo. Nessuno. Hai messo in piedi un’azienda? Bravo! Ma una cosa dev’essere chiara. La tua merce si sposta su strade che sono state costruite con i soldi di tutti. L’istruzione dei tuoi dipendenti è stata pagata con i soldi di tutti. La tua azienda è sicura grazie alle forze di polizia e ai pompieri pagati con i soldi di tutti. Non devi preoccuparti che qualcuno ti rubi la merce nei magazzini, e assumere qualcuno perché la sorvegli, perché ci hanno pensato tutti gli altri grazie ai loro soldi e al loro lavoro. Quindi, hai messo in piedi un’azienda, hai avuto un’ottima idea e hai avuto un gran successo? Bravo, Dio ti benedica. Tieni per te una grossa fetta di quello che hai guadagnato. Ma il contratto sociale che sta dietro a tutto questo ti impegna a prendere una parte dei tuoi guadagni e metterli a disposizione del prossimo ragazzo con una buona idea.

Com’è messa Hillary Clinton?
Una risposta breve a questa domanda potrebbe essere: com’era messa in questo momento nel 2008. Quando annuncerà ufficialmente le sue intenzioni, secondo molti esperti e storici Hillary Clinton sarà la persona più qualificata e meglio finanziata che si sia mai candidata alla presidenza. È stata un importante avvocato, first lady per due mandati (e una first lady politicamente molto attiva), senatrice eletta in uno degli stati americani più popolosi: e rispetto al 2008 può aggiungere al curriculum anche quattro anni da capo della diplomazia americana come segretario di Stato. Non si è ancora candidata ufficialmente, ma è solo questione di tempo: da mesi lei e i suoi collaboratori raccolgono fondi, parlano con deputati e senatori, commissionano sondaggi, cercano le persone giuste per la campagna e preparano il terreno.

Tutta questa esperienza però ha un prezzo: sarà difficile convincere gli elettori che qualcuno che gode di grande visibilità e ricopre importanti incarichi dall’inizio degli anni Novanta sia la persona giusta per portare gli Stati Uniti verso il 2020. Gli anni passati da segretario di Stato, che l’avevano portata su livelli di popolarità per lei mai visti, sono finiti, e con loro l’alto gradimento popolare; e la sgangherata storia delle email mai consegnate rischia di trasformare un altro punto di forza in una debolezza. Inoltre, Hillary Clinton è particolarmente vulnerabile proprio sui temi su cui Elizabeth Warren può crearle problemi. Innanzitutto quest’aura di “inevitabilità”, che l’ha già danneggiata nel 2008. E poi, soprattutto, le sue idee centriste sull’economia, l’atteggiamento moderato nei confronti di Wall Street e la grande finanza.

Perché Warren non dovrebbe candidarsi
Innanzitutto per ragioni di opportunità, ammesso che le interessino: probabilmente perderebbe, e questo renderebbe complicata anche una sua eventuale candidatura al prossimo giro, nel 2020. Secondo Politico, che ha intitolato un lungo articolo proprio “Perché Warren non si candiderà”, la popolarità di Warren viene proprio dal suo essersi concentrata sull’economia e sulle diseguaglianze, gli argomenti su cui è più decisa e competente, e su cui può essere più efficace. Candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti vuol dire invece occuparsi di un milione di altre cose – a cominciare dalla politica estera e dalla sicurezza: temi fondamentali in cui ha pochissima esperienza, al contrario di Hillary Clinton – e rinunciare all’influenza che può avere occupandosi delle cose di cui è più esperta in Senato; peraltro, le stesse ragioni che la rendono molto popolare a sinistra potrebbero renderla impopolare per gli elettori privi di affiliazioni partitiche, gli “indipendenti”, che decidono quasi sempre le elezioni presidenziali statunitensi.

Inoltre, forse ormai è tardi: chi vuole candidarsi lavora da mesi alla strategia della campagna, alla ricerca e all’assunzione dei migliori collaboratori, alla raccolta di fondi, al corteggiamento degli attivisti nei cosiddetti early states, gli stati che ospitano le prime primarie, come Iowa e New Hampshire. A questo punto nel 2007 Barack Obama aveva annunciato ufficialmente la sua candidatura da tre mesi, e ci lavorava da parecchio tempo prima. Infine, candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti vuol dire avere intorno per mesi migliaia di persone – giornalisti, attivisti, avversari – che spulciano ogni microscopico dettaglio della tua vita e del tuo passato, anche le cose più personali, in cerca di cose notiziabili o in generale “sensibili”: non tutti sono disposti ad affrontare un processo del genere.

Perché Warren dovrebbe candidarsi
Perché non ha niente da perdere, per cominciare di nuovo con le ragioni di spiccia concretezza: ha avuto un’illustre carriera accademica, la politica non è la sua vita, dovesse perdere potrebbe tornare a fare quello che fa adesso. Inoltre ha già 65 anni: se aspettasse e si candidasse nel 2020, dovrebbe convincere gli americani a eleggere il più anziano presidente di sempre. E se poi nel 2016 vincesse Hillary Clinton? Difficilmente potrebbe sfidare una presidente uscente e quindi il suo momento sarebbe definitivamente passato.

Ma ci sono anche ragioni politiche più alte e importanti a favore di una sua candidatura. Come scrive il Boston Globe nell’editoriale che la invita a candidarsi, una candidatura di Warren permetterebbe al Partito Democratico e ai suoi elettori di affrontare una discussione cruciale per il suo futuro: una discussione che non avverrà se Hillary Clinton dovesse essere l’unica candidata, indisturbata e inevitabile.

Ci sono differenze molto grandi dentro il Partito Democratico: per esempio sul gigantesco trattato commerciale transpacifico che Clinton sponsorizza e a cui Warren si oppone. Ci sono differenze di priorità anche sulle cose su cui Warren e Clinton concordano: è difficile immaginare una presidente Clinton difendere e rafforzare le leggi che regolamentano il settore finanziario, come farebbe per esempio una presidente Warren. Anzi, è proprio la questione del settore finanziario a essere centrale. Hillary Clinton ha molti punti di forza, ma ha indubbiamente un approccio cauto a questo tipo di faccende. Le società di Wall Street la sostengono, in Senato ha votato per ridurre le regolamentazioni ed è stata riluttante ad aumentare le tasse sulle rendite finanziarie. Niente suggerisce che possa darsi da fare per approvare una riforma finanziaria e affrontare gli ostacoli al sogno americano.

Infine, una sua candidatura sarebbe complicata ma non necessariamente suicida. I numeri dei sondaggi in queste settimane favoriscono enormemente Hillary Clinton, ma questo perché non si è ancora materializzata un’alternativa: quando ci sarà, se ci sarà, i numeri cambieranno. Allo stesso modo possono cambiare gli orientamenti di parte dell’establishment e dei finanziatori del partito, come accaduto nel 2008 con Obama. Una candidatura di Warren avrebbe buoni argomenti, potrebbe rappresentare meglio di quella di Clinton il desiderio di novità, trasparenza e cambiamento, e toglierebbe a Hillary Clinton una delle armi retoriche più forti della sua candidatura: che è ora di eleggere una presidente donna.

E quindi, si candiderà?
Warren per un po’ ha detto cose vaghe e allusive su questo argomento – «nessuno sa che genere di grandi opportunità possa riservare il futuro» – e poi ha negato con decisione di essere interessata a candidarsi, arrivando a mostrare anche una certa insofferenza per l’insistenza di attivisti e giornalisti. Ma questo genere di smentite sono impegnative fino a un certo punto: dovesse candidarsi, nessuno le rinfaccerà davvero di aver detto il contrario – Warren dirà semplicemente di aver cambiato idea, cosa che con ogni probabilità sarà la verità. Ogni giorno che passa, però, diventa un po’ più difficile mettere in piedi una campagna elettorale efficace e potenzialmente vincente: e quindi ogni giorno che passa senza un suo annuncio diminuiscono le probabilità che cambi idea.

foto: Elizabeth Warren. (AP Photo/Susan Walsh)