Ci vuole più burocrazia

Quella buona, quella che fa funzionare le cose: perché se no il governo Renzi fatica in concretezza, scrive Giuseppe De Rita sul Corriere

Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore dell’istituto Censis, scrive oggi sul Corriere della Sera della necessità di una classe efficiente e competente di funzionari e tecnocrati che applichino concretamente le decisioni della politica, declinandole alla loro attuazione pratica e sapendo come farlo. Una “burocrazia” nel senso neutro dell’espressione, oggi soppiantato da capro espiatorio di ogni inefficienza.

Quando la politica traduce le sue ambizioni di primato in specifiche decisioni di sviluppo e di riforma, si ritrova fatalmente a fare i conti con la loro necessaria implementazione, con i modi cioè in cui esse possano essere trasposte in comportamenti e fatti concreti. Si ritrova quindi a doversi affidare agli ambienti tradizionalmente «specialisti» dell’implementazione: a una ristretta cerchia oligarchica; o a ristretti circuiti tecnocratici; o alla tradizionale burocrazia, titolare dei minuti poteri quotidiani. Una politica che non possa contare su una sua oligarchia, su una sua tecnocrazia, su una sua buona burocrazia, è una politica letteralmente inerme, destinata a restare su un decisionismo di massima, talvolta puro esercizio di annuncio.
Se si legge in controluce l’attuale realtà politica italiana si possono intravedere i segni di un tale pericolo di inermità. L’attuale governo si è molto speso nel ribadire e rilanciare la decisionalità della politica, ma non scattano i processi di sua implementazione: la burocrazia, tradizionale «intendenza», non segue, perché si è strutturalmente spappolata (tanto per fare un esempio, colpisce il quasi nullo contributo del ministero della Pubblica istruzione sul confezionamento del cosiddetto Piano scuola); la tecnocrazia tende a confinarsi nei propri settori elettivi senza più rischiare innovazioni su temi che tecnici non sono (in fondo scontando l’infelice esperienza di alcuni governi a forte caratura tecnocratica); e l’oligarchia non è cosa (soggetto e potere) che si formi solo concentrando le decisioni in poche persone fidate, di solito più propense a fare cerchio magico che a connettersi con la molteplicità dei poteri che è tipica della realtà italiana.

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