Perché la fecondazione con il DNA di tre persone è una cosa buona

L'Economist spiega perché la nuova tecnica in via di approvazione in Regno Unito è una cosa di buon senso, e smonta le principali argomentazioni dei critici

La scorsa settimana la Camera dei Comuni del Regno Unito ha votato a favore di una legge che – se approvata in via definitiva dalla Camera dei Lord – permetterà la nascita di bambini con il DNA di tre persone diverse. La tecnica è stata sviluppata per prevenire alcune malattie genetiche trasmesse da madre a figlio, le cosiddette patologie mitocondriali. Si tratta di una variante della fertilizzazione in vitro: prevede l’unione dei gameti di un uomo e di una donna con il DNA mitocondriale sano di una donatrice, che sarà presente nel nuovo nato in una percentuale dello 0,1 per cento, ma che porterebbe a un cambiamento permanente: verrebbe cioè trasmesso attraverso le generazioni, evitando la trasmissione di quelle malattie.

(I bambini con il DNA di tre persone)

Intorno alla tecnica c’è stato e continua ad esserci grande dibattito: sono intervenuti scienziati, politici, organizzazioni di vario tipo e la Chiesa. C’è chi sostiene che la tecnica non sarebbe etica. C’è chi pensa che questa procedura porterà presto all’introduzione di ulteriori modificazioni genetiche nei bambini e alla creazione di “bambini su misura”. Altri ne hanno messo in dubbio la non pericolosità. Il settimanale Economist ha riassunto le principali argomentazioni contro questa nuova procedura spiegando perché è invece una cosa buona e di buon senso.

«Giocare a fare Dio», comincia l’Economist, è quello che in effetti fa ogni giorno la medicina. Ogni taglio cesareo e cura per il cancro è un tentativo di interferire con il corso naturale degli eventi a beneficio del paziente. I trapianti e le trasfusioni una volta erano considerati innaturali, ma ora permettono di salvare molte vite. Utilizzare l’argomento dell'”innaturalità” di una certa procedura è dunque piuttosto limitato.

Questa tecnica permetterà la nascita di bambini sani che altrimenti sarebbero affetti da patologie mitocondriali mortali o incurabili. Le malattie che derivano da un difetto del DNA mitocondriale della madre possono colpire il sistema nervoso centrale, il cuore, i muscoli, il fegato, il sistema endocrino e i reni e possono causare, tra le altre cose, danni cerebrali, diabete, atrofia muscolare, insufficienza cardiaca e cecità. Circa un bambino ogni 6.500 nasce nel Regno Unito con una patologia mitocondriale, e circa 100 bambini ogni anno.

La procedura non è ancora consentita in nessuna altra parte del mondo, in parte perché è nuova e non è mai stata sperimentata sulle persone e in parte per l’opposizione che in generale incontra la medicina riproduttiva. I mitocondri contengono DNA, quindi ogni bambino nato in seguito a tale intervento erediterà i geni di tre persone: da qui derivano i vari titoli dei giornali sui «bambini con tre genitori». Si tratta effettivamente di una modificazione genetica, anche se nei nuovi nati il DNA sarebbe al 99,9 per cento quello dei genitori: e soprattutto si tratta di un intervento il cui effetto benefico è tramandato attraverso le generazioni. «Questa obiezione etica alla donazione mitocondriale è decisamente superata dal bene che ne deriverebbe. Le patologie mitocondriali sono una disgrazia per chi le ha e un terrore per chi teme di poterle trasmettere ai figli; limitarle sarebbe meraviglioso. La denuncia che questo sia il primo passo sulla strada per dei “bambini su misura” è debole. Approvare una procedura non significa automaticamente approvarne altre», dice l’Economist.

Un’altra obiezione fatta a questa tecnica è che come ogni altra nuova tecnica potrebbe non essere sicura. Coloro che devono sopportarne il rischio non sono ancora nati e quindi non possono dare il loro consenso al trattamento. Ma i genitori, spiega l’Economist, prendono già delle decisioni mediche che riguardano i loro figli, anche di quelli non ancora nati (e le prendono anche dopo la loro nascita: vaccinarsi o no, assumere o no un farmaco, etc). L’HFEA, Human Fertilisation and Embryology Authority, l’organo che dipende dal ministero della Salute, che si occupa nel Regno Unito di fecondazione e inseminazione artificiale e che molto spesso viene accusato di essere “un gruppo di burocrati conservatori”, è stato scrupoloso nella valutazione dei rischi. Ha prima concesso una licenza per la ricerca sulla tecnica – che è iniziata nel 2005 all’Università di Newcastle grazie a un gruppo di scienziati guidato dal professor Doug Turnbull – e dal 2005 in poi sono stati condotti tre diversi studi che non hanno rilevato gravi motivi di preoccupazione. Tutte queste attenzioni sono uno dei motivi per cui la proposta di legge è passata così facilmente al primo voto della Camera dei Comuni: «A volte», conclude l’Economist, «i burocrati sono proprio quello che serve».