Il grande problema delle piccole monete

Le monete da uno e due centesimi costano più di quel che valgono: perché tutti dicono di volerle eliminare ma alla fine ce le ritroviamo sempre nella ciotola accanto alla porta?

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Dal 2002 ad oggi sono stati coniati circa 46 miliardi di monete da uno e due centesimi di euro. Tutte insieme pesano più della Costa Concordia, circa centomila tonnellate, e se le mettessimo una sopra l’altra otterremo una torre alta 76 mila chilometri: quasi due volte la circonferenza della Terra nel suo punto più largo. Eppure sono monete che nessuno vuole. Una volta entrate in circolazione finiscono inevitabilmente per depositarsi sul fondo delle borse o sotto i battiscopa. Ciclicamente c’è chi propone di eliminarle, ma alla fine continuano a restare in circolazione e a rispuntare dalle tasche dei nostri cappotti: la questione è più seria di quanto si possa immaginare, visto quanto è costoso produrle.

Perché ce ne sono così tante?
Nel 2004 alcuni giornali scrissero di una preoccupante mancanza di monete in Europa. All’epoca il prezzo delle materie prime stava cominciando a salire (ha continuato a farlo sostanzialmente fino a pochi mesi fa) e in particolare l’aumento del prezzo del nickel, essenziale per produrre acciaio inossidabile, aveva rallentato la produzione di alcuni tipi di monete. A quanto sembra, le monete più scarse all’epoca erano proprio quelle da uno e due centesimi di euro. In risposta a questa scarsità la produzione di monetine venne aumentata: era la prima volta che accadeva ed è continuato a succedere parecchie altre volte. Dall’introduzione dell’euro a oggi la circolazione di monete da uno e due centesimi è aumentata di circa il 50 per cento. Se nel 2002 una moneta su quattro era da uno o due centesimi, oggi sono circa una su due.

Il motivo principale di questa produzione continua è che le monetine, una volta passate dalle casse dei supermercati e degli altri negozi alle tasche dei clienti, non ritornano più in circolazione. Secondo gli studi della Commissione Europea in alcuni casi il tasso di perdita di questo tipo di monete è stato del 100 per cento (cioè: di un lotto di 100 mila monete, per esempio, tutte finivano fuori dalla circolazione). Le monetine, infatti, raramente vengono percepite come oggetti di valore. Per molti consumatori il fastidio di doverle portare in tasca, di doverle contare e tirare fuori non vale la perdita di denaro che si verifica lasciandole a prendere polvere nella classica ciotola accanto alla porta. Come vedremo tra poco, questo è un vero e proprio paradosso: i cittadini europei, infatti, non usano mai le piccole monete, ma allo stesso tempo non vogliono liberarsene.

Un po’ di storia
Ma perché in primo luogo sono in circolazione delle monetine che nessuno sembra voler usare? C’è una ragione pratica e valida in ogni parte del mondo, ha spiegato Luca Fantacci, professore di economia all’Università Bocconi ed esperto di storia dei sistemi monetari: «Ovviamente, più ci sono in circolazione monete che rappresentano frazioni di valore, più è possibile prezzare con precisione un certo bene. Se fossero diffuse solo monete elettroniche, come carte di credito e bancomat, non ci sarebbero problemi. Ma visto che solo una minoranza dei pagamenti si effettuano con questi mezzi, sono necessarie monete di piccolo valore».

Inoltre, quando quasi vent’anni fa i tecnici europei cominciarono a pensare a sistemi pratici per introdurre l’euro, la nuova moneta europea che avrebbe soppiantato le monete nazionali, le monetine erano considerate quasi essenziali. L’idea era che permettendo la circolazione di monete di valore così basso sarebbe stato possibile convertire con più precisione i vecchi prezzi in euro e quindi limitare l’aumento dei prezzi al dettaglio. Per quanto secondo la percezione comune in Italia dopo l’introduzione dell’euro i prezzi siano raddoppiati, innumerevoli ricerche hanno dimostrato che i prezzi non sono affatto aumentati e l’inflazione, rispetto ai decenni precedenti, è rimasta considerevolmente più bassa. Una piccola parte di questo risultato è dovuta anche alle piccole monete che oggi nessuno sembra più usare.

Le monete da uno e due centesimi di euro sono tra le più piccole attualmente in circolazione. La moneta da un centesimo ha un diametro di appena 1,6 centimetri mentre quella da due centesimi è appena più grande, 1,8 centimetri. Entrambe sono alte poco meno di due millimetri e pesano intorno ai due grammi e mezzo. Sono fatte di acciaio placcato in rame che in genere, poco tempo dopo la coniazione, diventa di un marrone più scuro e opaco (in alcuni casi le monete, a causa dell’ossidazione del rame, possono assumere anche una patina verdastra). Sono monete di valore bassissimo e sono utilizzate principalmente nella grande distribuzione, dove anche una differenza di prezzo di pochi centesimi di euro, se moltiplicata per migliaia di prodotti, può fare una grossa differenza. Il loro valore praticamente trascurabile è anche il loro più grosso problema.

Tra il 2012 e il 2013 la Commissione Europea preparò un lungo studio sulle monete da uno e due centesimi. Lo studio era previsto dalle leggi europee che introdussero l’euro visto che i tecnici immaginarono che in un futuro non troppo lontano quelle monete piccolissime avrebbero perso la loro utilità. Come ha spiegato Fantacci: «Da 70 anni a questa parte l’Europa è abituata a vivere in una costante inflazione. Quando vengono emesse monete di valore molto ridotto è possibile che gradualmente, proprio a causa dell’inflazione, divengano sempre meno utili. È quello che è accaduto ai tagli più piccoli della lira». Negli ultimi dieci anni in Europa l’inflazione però è stata molto ridotta ed oggi le monete da un centesimo valgono ancora la rispettabile cifra di 0,82 centesimi del 2002.

Per il suo studio la Commissione ha interpellato le zecche di tutti i paesi dell’area euro, che sono incaricate dalla coniatura delle monete (le banconote, invece, vengono stampate a livello centrale dalla Banca Centrale Europea) e i tecnici della Commissione ebbero conferma di una cosa che sapevano già tutti: il valore di facciata delle monete da uno e due centesimi era inferiore al costo di produzione delle monete stesse. Secondo la ricerca della Commissione in media produrre una moneta da un centesimo di euro ne costa 2,5 e produrne una da due centesimi ne costa 5, cioè il 150 per cento in più. Queste cifre sono il risultato di una media e la Commissione specifica che il costo per le singole zecche può variare notevolmente. Per esempio il governo francese (uno dei pochi ad aver reso pubblici i dati) ha dichiarato di spendere 0,5 centesimi per produrre una moneta da un centesimo, mentre in Irlanda il costo è di 1,65 centesimi per quella da un centesimo e 1,94 per quella da due. Questi dati significano che ci sono paesi dove il costo è ancora più alto. Secondo alcuni parlamentari di SEL, che nel luglio 2013 hanno presentato un’interrogazione parlamentare, il costo in Italia potrebbe arrivare fino 4,5 centesimi per le monete da un centesimo e a più di 5 per quelle da due.

Toglierle o no?
Come ha spiegato Fantacci, togliere queste monete dalla circolazione sarebbe «una scelta ragionevole, dettata da motivi puramente economici». Oltre al risparmio che diverse zecche potrebbero ottenere, ci potrebbe essere un vantaggio anche per gli stessi commercianti. Gestire questo tipo di monete ha un costo: bisogna richiedere alle banche rotoli di monetine, maneggiarle e scambiarle. Tutte attività che consumano tempo e quindi denaro. In molti paesi in cui esistono monete con frazioni di valore così basso, i commercianti spesso sono i primi a fare pressione per eliminarle, in modo da liberarsi di un fastidio e, a volte, da arrotondare i prezzi a loro vantaggio. Dopo aver soppesato questi fattori Finlandia e Paesi Bassi hanno deciso in passato di non coniare più monete da uno e due centesimi di euro, anche se i commercianti sono ancora obbligati ad accettarle. Nuova Zelanda e Svezia hanno ritirato le loro monete di minor valore, mentre negli Stati Uniti, dove produrre un centesimo di dollaro ne costa 1,6, si discute oramai da anni della possibilità di eliminarle (se ne è tornato a parlare proprio di recente).

Fantacci però spiega che questi «sono sprechi molto relativi. Non sono cifre che incidono in maniera significativa sul bilancio pubblico». Visto che poche zecche hanno reso pubblici i dati sui costi di produzione è difficile fare stime precise, ma secondo i calcoli della Commissione Europea il risparmio per un paese come l’Italia sarebbe nell’ordine di qualche milione di euro l’anno. Lo studio della Commissione pubblicato nell’estate del 2013 cercava di affrontare nella maniera più esaustiva possibile proprio questo problema. La Commissione ha designato quattro scenari possibili: dalla continuazione dell’attuale situazione al ritiro delle monete, passando per la semplice cessazione della coniazione, lasciando in circolo le monete già prodotte. La Commissione non ha espresso un parere su quale sarebbe stato il sistema migliore da adottare.

Nel documento la Commissione ha anche cercato di capire quali dei vari “stakeholder”, ossia delle parti interessate alla questione, fossero favorevoli all’eliminazione e quali no. A quanto pare cinque stati membri si sono dichiarati a favore (probabilmente quelli che spendono di più nella coniazione) mentre altri quattro si sono dichiarati contrari (gli altri non hanno risposto). Le associazioni degli esercenti sembra che siano state piuttosto neutrali rispetto all’argomento, mentre l’opposizione principale, secondo diversi esperti, è arrivata da parte delle associazioni dei consumatori, spaventate dal fatto che l’eliminazione delle monete da 1 e 2 centesimi possa comportare un aumento dei prezzi. Il timore di queste associazioni, infatti, è che eliminando le monete da uno e due centesimi i negozianti arrotondino automaticamente i prezzi verso l’alto. Gli esperimenti fatti in Olanda e Finlandia non sembrarebbero indicare il rischio di un fenomeno del genere. Anche Fantacci la pensa così: «Dovremmo ipotizzare che tutti gli arrotondamenti avvengano all’eccesso e forse sarebbe anche possibile in un periodo di inflazione. Ma visto che siamo in periodo di deflazione, è probabile anche che gli esercenti decidano addirittura abbassare i pezzi».

Ai cittadini europei tutto sommato sembra che la situazione vada bene così. I sondaggi realizzati da Eurobarometro mostrano che l’assoluta maggioranza dei cittadini europei è favorevole alla circolazione delle piccole monetine e quindi è molto probabile che nel prossimo futuro questa situazione non cambierà molto. Secondo Fantacci, però, la piccola storia delle monetine da uno e due centesimi contiene un insegnamento più grande. «È una storia», spiega, «che porta alla nostra attenzione una cosa che è appariscente per le piccole monete, ma che è molto più significativa per quelle grandi. Se nella nostra ciotola o nelle tasche dei cappotti ci sono dieci euro in monete si tratta di dieci euro che non circolano più nell’economia. Sono dieci euro che potenzialmente potrebbero passare di mano mille vole al giorno e generare centinaia di euro di PIL. Invece non fanno nulla».

Se è così nel piccolo, lo è ancora di più nel grande: «I recenti programmi di espansione monetaria fatti dalla BCE, che valgono miliardi e miliardi di euro, sono finiti nell’equivalente della ciotola delle monete dei bilanci delle banche. In questo clima di crisi, le banche hanno paura e quindi acquistano titoli di stato oppure depositano questi miliardi nelle cosiddette riserve eccedentarie depositate nella BCE. Si tratta di denaro immobilizzato che non produce PIL». Questo è attualmente uno dei problemi più complicati per l’economia europea, a cui la stessa BCE sta ancora cercando una soluzione. Come conclude Fantacci: «La lezione di questa storia è che, sia che siano centesimi sia che siano miliardi, i soldi non devono stare nella ciotola accanto alla porta».

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