La principessa Sissi che non lo era

Né principessa, né Sissi: un nuovo libro raccoglie e spiega tutti i miti costruiti - soprattutto da un film - intorno alla storia dell'Imperatrice d'Austria

Renzo Castelli, giornalista e scrittore, ha pubblicato con l’editore ETS il libro “La vera storia della Principessa Sissi e dell’anarchico che la uccise”, dedicato ai miti costruiti nel tempo intorno al personaggio storico dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, vissuta tra il 1837 e il 1898, quando venne uccisa in un attentato, e da allora divenuta protagonista di letterature, cinema e leggende molto diffuse e popolari. Questa è la prefazione dello stesso Castelli.

L’idea di una rivisitazione – l’ennesima del personaggio di Elisabetta d’Austria, una delle figure più famose, ammirate ma anche controverse del XIX secolo, è nata dal turbamento provato per la vicenda umana dei destini incrociati di un’imperatrice e del suo assassino, due esistenze così diseguali nella scala sociale eppure a loro modo così simili nei pensieri, nelle contraddizioni, nella sofferenza. Come poteva essere accaduto che un’imperatrice asburgica, declamata per la sua bellezza e poi messa in effige nel mondo intero come un’icona di dolcezza, potesse essere parte del potere eppure tanto insofferente ad esso e addirittura ribelle quanto un anarchico italiano diseredato e respinto da tutti ma, al tempo stesso, così affascinato dall’istituzione militare? E quanto era vero, quindi, che l’uomo che uccise l’imperatrice d’Austria fosse un ‘vero’ anarchico e non, piuttosto, un esaltato gonfio di risentimento e di disperazione, spinto da circostanze contingenti e quasi casuali. Certamente era un uomo che aveva molto sofferto, vivendo un’infanzia e un’adolescenza da derelitto e restando infine deluso da quei potenti ai quali aveva sperato di accostarsi. Le contraddizioni del racconto che si è fatto in oltre un secolo della vicenda sono molte e cercheremo di fare luce sulle più clamorose.

Già il carattere e lo stesso nome della ‘principessa Sissi’ sono stati con il tempo falsificati prima ancora che mitizzati. Perché ‘Sissi’ non fu mai così dolce e ingenua come troppo spesso la si è dipinta: dopo aver mostrato la sua indole ribelle fin dall’adolescenza, una volta entrata da imperatrice nella rigida Corte viennese tenne per il resto della sua vita comportamenti molto discussi. Questa fu ‘la principessa Sissi’. una donna, però, che non poté mai essere stata ‘principessa’ né venne mai chiamata con quel vezzoso diminutivo: ‘Sissi’.

Il maggior responsabile dinanzi al pubblico di queste falsificazioni fu un regista di discreta fama, il viennese Ernst Marischka. Costui, giunto a 62 anni con una buona carriera alle spalle (già 26 film e una nomination all’Oscar come soggettista di un film sulla vita di Chopin, ‘L’eterna armonia’), ebbe l’ispirazione di porre la sua attenzione sul personaggio, certamente più drammatico che poetico, di Elisabetta d’Austria. Ma il soggetto dei film non tenne in alcun conto della realtà dei fatti. Marischka piegò la storia alla sua fantasia offrendo al pubblico una vicenda d’amore molto edulcorata, scritta su carta patinata come fosse un fotoromanzo. Nel 1955 uscì il primo film di una trilogia destinata a raccogliere un successo mondiale, proponendo al pubblico un racconto in pieno stile Heidi dove la montagne bavaresi – paesaggi intrisi di romanticismo – contribuivano a creare quel clima, tanto poetico quanto oleografico, nel quale si sarebbe dipanata la storia d’amore fra Sissi – così lui la chiamò, arbitrariamente, nel film – e il giovane imperatore asburgico Francesco Giuseppe. Con l’interpretazione molto coinvolgente della splendida diciassettenne Romy Schneider nella parte di Elisabetta e del bel Karlheinz Böhm nella parte dell’imperatore, in tre anni – dal 1955 al 1957 – Marischka sfornò i tre film:  ‘La principessa Sissi’, ‘Sissi, la giovane imperatrice’, ‘Sissi, il destino di un’imperatrice’.

Marischka era recidivo: l’originaria forzatura sul vezzeggiativo ‘Sissi’ era stata già compiuta ventitré anni prima, allorché, nel 1932, a Vienna era stata messa in scena l’operetta comica dal titolo ‘Sissi’ di Fritz Kreisler, con libretto scritto proprio da Ernst Marischka e dal fratello Hubert. Quel lavoro aveva avuto scarso seguito ma era stato qua che il nome ‘Sissi’ aveva fatto la sua prima comparsa avendo sostituito senza alcuna giustificazione i due diminutivi originari – ‘Lisi’ e ‘Sisi’– con i quali, durante la sua vita, Elisabetta era stata chiamata: in famiglia, ‘Lisi’, a Corte, ‘Sisi’. Se ‘Lisi’ era infatti il diminutivo naturale di Elisabetta (tutti i dieci figli di Max e Ludovica Wittelsbach avevano vari nomignoli), quello di ‘Sisi’ fu un equivoco nato dalla firma apposta alle lettere che la giovane mandò a Francesco Giuseppe durante il pur breve fidanzamento, nelle quali la ‘Elle’ di Lisi aveva uno strano ghirigoro che poteva essere scambiato per una ‘Esse’. L’errore si comprende bene osservando la firma apposta da Elisabetta anche in calce a ogni poesia della sua vasta produzione ed è la firma che, per chiarezza di questa argomentazione, qui di seguito abbiamo voluto esattamente riprodurre:

firma sissi

L’equivoco è ben spiegato in questi termini da Paul Heinemann, un antiquario di Starnberg, il paese che dà il nome al lago sul quale si affacciava anche il castello di Possenhofen, residenza estiva dei Wittelsbach. Heinemann ha gestito fra l’altro un piccolo museo personale dedicato a Elisabetta con cimeli di vario tipo e la sua ricerca appare attendibile per quanto è stata accurata. Del resto, anche chi visiti oggi la Hofburg a Vienna, incontrerà, oltre gli appartamenti imperiali, il ‘Sisi Museum’ (e non un ‘Sissi Museum’).

Fu dunque con i tre film degli anni Cinquanta, tutti di enorme successo, che il pubblico venne coinvolto e quindi travolto da immagini e intrecci amorosi che avevano ben scarso riscontro nella realtà: tutto era così falso, già a partire dal titolo nobiliare e dal nome dati alla protagonista, la cosiddetta ‘principessa Sissi’. Al regista, benché viennese, poco importò infatti che Elisabetta d’Asburgo fosse stata dapprima ‘duchessina di Baviera’ e, poi, sposando Francesco Giuseppe a soli 16 anni e mezzo, ‘imperatrice d’Austria’, infine anche ‘regina d’Ungheria’. Quindi, mai aveva potuto fregiarsi del titolo di ‘principessa’. Né tanto meno interessò al registra austriaco che mai, nessuno, né durante l’adolescenza trascorsa nel castello di Possenhofen, in Baviera, né alla Corte viennese, avesse chiamato Elisabetta con il nomignolo di ‘Sissi’.

Sulle ali del clamoroso successo della trilogia sulla ‘principessa Sissi’ accaddero cose indicibili. Nel 1957 il regista Alfred Weidenmann girò ‘Sissi a Ischia’, una banale storia, ambientata nell’isola, senza alcun nesso con il personaggio originale. Due anni dopo un altro regista, Axel von Ambesser, girò un film il cui titolo italiano fu ‘Sissi, la favorita dello zar’. Vi si raccontava la movimentata vicenda di una giovane e bella bustaia – chiamata maliziosamente ‘Sissi’ – della quale lo zar si era invaghito durante il congresso di Vienna. Ma a decretare il successo di entrambe le pellicole fu la presenza, nel ruolo di protagonista, dell’attrice Romy Schneider.

Con gli anni Sessanta la Schneider cominciò a manifestare una crescente insofferenza verso quel ruolo. Il personaggio le era rimasto addosso come un fosco presagio. L’attrice aveva intanto studiato il profilo storico dell’imperatrice d’Austria ed era rimasta molto turbata dal suicidio del figlio Rodolfo. E’ quanto confessò al suo vecchio compagno Karlheinz Bohm allorché rifiutò, malgrado le avessero offerto un contratto d’oro, la proposta del regista Mariscka di girare nel 1961 un quarto film su ‘Sissi’. Come sappiamo, l’alcolismo e la depressione porteranno a soli 44 anni alla scomparsa della bella attrice viennese dopo che il figlio David era rimasto ucciso, a soli 14 anni, in un incidente dai contorni drammatici. Elisabetta di Wittelsbach e Romy Schneider, un’imperatrice e un’attrice, due donne così lontane nel tempo ma con un destino reso comune dalle storie del cinema. E poi, soprattutto, dallo stesso, atroce dolore: la morte di un figlio.

Romy Schneider tornò tuttavia a interpretare, non da protagonista, il ruolo dell’imperatrice d’Austria ma in una pellicola di ben altro spessore. Fu quando nel 1973 il regista Luchino Visconti diresse ‘Ludwig’. Attento alla ricerca storiografica, Visconti raccontò la vicenda tragica del cugino di Elisabetta, re di Baviera, detronizzato perché considerato pazzo e morto suicida nel lago di Starnberg. Il 10 luglio del 2014 Sky ha proposto per la prima volta la visione integrale del film: 3 ore e 40 minuti di spettacolo nel quale la Elisabetta, nell’interpretazione della Schneider, non una sola volta viene chiamata ‘Sissi’ ma sempre e soltanto ‘Elizabeth’. Gli sceneggiatori Suso Cecchi d’Amico, Enrico Medioli e lo stesso Visconti, quindici anni dopo la produzione di Mariscka, non ne avevano evidentemente subito alcuna influenza (ammesso che avessero mai visto quelle penose pellicole).

Nel 1992 il compositore Sylvester Levay e lo scrittore Michael Kunze, entrambi di origine ungherese, che attualmente ancora vivono in America e lavorano a Hollywood, hanno composto e scritto un musical di successo che, ignorando anche loro i film di Mariscka, hanno titolato ‘The Empress Sisi’ (‘L’Imperatrice Sisi’). Ma nel 2003 il regista francese Jean-Daniel Verhaeghe ha girato un film ancora una volta dal titolo: ‘Sissi, l’imperatrice ribelle’. Purtroppo anche la televisione italiana ha contribuito a perpetuare di recente l’equivoco producendo nel 2010 un tv movie in due puntate – una coproduzione con Germania e Austria – che aveva come titolo ‘Sissi’ (negli altri due Paesi, ’Sisi)’. Nel 2014 il tv movie, ridotto a una sola puntata, aggiunge altre inesattezze alla storia. Hanno infine dedicato servizi alla ‘principessa Sissi’ anche trasmissioni di maggiore rigore come ‘Quark’ e ‘Atlantide’.

Con altrettanta approssimazione storica, molte biografie di Elisabetta hanno definito ‘anarchico’ il suo assassino. Così Luigi Luccheni era stato subito catalogato dalle cronache e poi dalle innumerevoli ricostruzioni che si fecero del  regicidio. Ma, come vedremo, in maniera fin troppo frettolosa perché Luccheni, per quante indagini fossero state fatte, non risultò aver mai fatto parte di gruppi o cellule anarchiche e anzi, fino a pochi mesi prima del suo gesto criminale, ebbe un rapporto molto rispettoso verso le istituzioni. Anzi, vi operò con tanto onore da guadagnarsi un encomio per il lungo periodo del suo servizio militare e della guerra combattuta in Abissinia. Una volta congedato, il giovane ambì fortemente a fare la guardia carceraria a Napoli ma la domanda, che presentò per ben tre volte, venne sempre respinta.

Su Elisabetta di Wittelsbach sono state scritte nel mondo varie biografie diversamente impostate ma nessuna è riuscita a scalfire, almeno in Italia, l’immagine che era uscita, falsata, dalla popolarissima filmografia di Mariscka. Malgrado che alcuni autori abbiano contestato nei loro libri il contenuto storico dei film di Mariscka e che altri abbiano raccontato, con ricchezza di particolari, i diversi aspetti della vita di Elisabetta – anche i più delicati e scabrosi come le accuse di essere lesbica, di avere avuto vari amanti e anche un figlio illegittimo, infine di essere cocainomane -, nell’immaginario popolare la vicenda della ‘principessa Sissi’ e il suo destino, drammaticamente incrociato con quello del suo assassino, restano ancora oggi circondati da un alone di romanticismo, quasi si volessero considerare estranee alla storia – cioè, non avvenute – le molte tragedie che invece sconvolsero e alla fine accomunarono  queste due esistenze.

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