I molti problemi delle banche italiane

Secondo il Wall Street Journal i limiti del sistema bancario italiano sono un problema per tutta l'Europa, e per risolverli serve una "rivoluzione culturale"

Il Wall Street Journal ha scritto un’analisi approfondita dei limiti e dei problemi del sistema bancario italiano, giudicando determinante un suo eventuale miglioramento – o peggioramento – per la possibile ripresa dell’eurozona. “L’Italia è un test cruciale per l’Europa. La terza maggiore economia dell’eurozona è in crisi a causa di una combinazione deleteria di crescita lenta e debito pubblico altissimo, oggi al 135 per cento del Prodotto Interno Lordo (PIL)”, scrive il Wall Street Journal.

Tra i paesi dell’eurozona, ricorda il Wall Street Journal, quella italiana è una delle economie che più dipende dalle banche: i prestiti bancari valgono il 53 per cento del PIL, più che in Francia o in Germania. Gli stress test recentemente diffusi dalla Banca Centrale Europea hanno confermato quello che il mercato sospettava, e cioè che il sistema bancario italiano è il più debole tra tutti quelli dei paesi dell’eurozona: quello che meno sarebbe in grado di reagire a una nuova crisi finanziaria. Nove delle quindici banche italiane esaminate dalla BCE, usando dati risalenti alla fine dell’anno scorso, avevano una carenza di capitale alla fine del 2013; due presentano ancora oggi un deficit di 2,9 miliardi di euro in totale.

Secondo il Wall Street Journal, i dati forniti dalla BCE dimostrano che il sistema bancario italiano in tempi recenti è stato “malamente sotto capitalizzato” – in parole povere: non ha abbastanza risorse da prestare o investire o usare a garanzia della propria stabilità – e non è facile valutare quanto sia esteso questo problema. I test effettuati dalla BCE si sono concentrati soltanto su 15 banche italiane, tra le banche più grandi, in un sistema che ne comprende in totale 680, le quali potrebbero trovarsi in difficoltà simili. Uno dei maggiori problemi del sistema bancario italiano sarebbero i bassi rendimenti sul capitale, dovuti a molteplici fattori tra cui un’offerta molto vasta di prodotti finanziari con scarsi margini di profitto, gli ostacoli burocratici e legali al taglio dei costi e le tasse sulle imprese più alte in Europa.

L’altro problema è di tipo amministrativo: “Le banche italiane sono tipicamente controllate da fondazioni e organizzazioni dominate dagli interessi di politici locali che non hanno avuto paura di usare la loro influenza nelle sale di consiglio per i loro piani personali”, scrive il Wall Street Journal, aggiungendo che la crisi economica recente sta comunque cominciando a cambiare alcune cose. L’analisi cita esplicitamente Monte dei Paschi di Siena, controllata da una fondazione i cui dirigenti sono più o meno direttamente espressione della politica: pur avendo ancora il diritto di nominare il presidente, quest’anno la fondazione ha ridotto la propria partecipazione nella banca dal 30 al 2,5 per cento.

Un’altra delle difficoltà del sistema bancario italiano nel reperire capitali, sostiene il Wall Street Journal, si deve alle leggi che permettono ai vari azionisti delle casse di risparmio locali – le banche “popolari” – di avere diritto a un voto indipendentemente dalla loro partecipazione. Questo tipo di sistema, in assenza di riforme strutturali, rende praticamente inutile eventuali interventi della BCE per cercare di migliorare la situazione sostenendo le banche. La Spagna si è liberata di norme simili e questo ha aiutato il consolidamento delle sue banche.

Anche dal punto di vista della riduzione dei finanziamenti, il sistema bancario italiano continua a presentare dei problemi a cui si è tentato di porre rimedio in questi ultimi anni, con scarsi risultati. All’inizio della crisi, per i loro finanziamenti le banche italiane facevano affidamento al mercato all’ingrosso per un totale di 850 miliardi di euro. Dopo sei anni di tentativi di ridurre questa quota, la somma è scesa a 550 miliardi, per gran parte frutto di finanziamenti della BCE. Ma “nessuna banca vuole dipendere dalla banca centrale per finanziare le sue attività di base”, sottolinea il Wall Street Journal. L’unica soluzione a lungo termine sarebbe “liberare il sistema bancario dalla montagna di 320 miliardi di euro di crediti inesigibili” che possiede. Solo che questo richiede due condizioni che attualmente, dice il Wall Street Journal, non esistono in Italia.

La prima è un solido regime di insolvenza che permetta ai debiti di imprese economicamente sane di essere ristrutturati velocemente – quindi trattare con i creditori, pagare di meno e liberarsi della zavorra, in modo che quelle aziende possano cominciare a investire e a crescere – e allo stesso tempo permettere le liquidazioni per le aziende fallite. La seconda condizione è una nuova fornitura di finanziamenti di capitale, cioè un programma di finanziamento mediante emissione di azioni, per “ricostituire il capitale sociale in imprese redditizie ma sovraindebitate”. Tuttavia, scrive il Wall Street Journal, molte aziende italiane sono diffidenti nei confronti della raccolta di capitale da parte di investitori esterni, e allo stesso tempo molti potenziali investitori esterni sono piuttosto cauti quando si tratta di investire in Italia.

Secondo dati della Banca d’Italia, riportati dal Wall Street Journal, la cosiddetta “private equity” in Italia rappresenta soltanto lo 0,2 per cento del PIL, la metà che in Francia e un quinto di quella nel Regno Unito: la “private equity” è una tecnica di investimento che consiste nel finanziare società non quotate in borsa, ma con un alto potenziale di crescita, per poi disinvestire e ottenere plusvalenza dalla vendita delle partecipazioni azionarie.

Il problema dell’Italia – conclude il Wall Street Journal – è che la sua economia è dominata da piccole imprese a conduzione familiare, molte delle quali sono troppo indebitate per sostenere maggiori prestiti: “in definitiva, quella che manca in realtà non è tanto il capitale bancario quanto quello sociale, ed è un problema che le politiche monetarie non possono risolvere. La soluzione richiede una rivoluzione culturale”.

GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

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