Il primo capitolo de “Il baco da seta”

Come comincia il nuovo giallo di Robert Galbraith, cioè lo pseudonimo di J.K. Rowling, l'autrice della saga di Harry Potter

Il 9 ottobre Salani Editore ha pubblicato Il baco da seta, il nuovo libro di Robert Galbraith, pseudonimo della scrittrice inglese J.K. Rowling, famosa per essere l’autrice della saga di Harry Potter. Il romanzo è il secondo della serie che ha per protagonista l’investigatore privato Cormoran Strike: il primo, Il richiamo del cuculo, era stato pubblicato nell’aprile del 2013 ma qualche mese dopo il Sunday Times aveva scoperto e rivelato la vera identità dell’autore. Rowling aveva spiegato che lo pseudonimo era stata «una vera e propria liberazione» che le aveva consentito di scrivere «tranquillamente e senza aspettative».

Nel Richiamo del cuculo Strike era alle prese col misterioso suicidio di una modella, mentre il Baco da seta ruota attorno alla scomparsa di un eccentrico scrittore e descrive il mondo dell’editoria e del giornalismo – più volte criticato da Rowling –, come si legge dal primo capitolo che pubblichiamo di seguito.

***

Il baco da seta«Sarà meglio» mormorò la voce rauca all’altro capo della linea, «che sia morto qualcuno di grosso, Strike».
L’uomo alto, robusto e mal rasato sorrise tra se ́, mentre camminava con passo pesante nel buio prima dell’alba, il telefono incollato all’orecchio.
«Più o meno».
«Ma sono le sei del mattino, porca puttana!»
«Le sei e mezza. Ma se t’interessa quello che ho in mano, devi venirtelo a prendere» disse Cormoran Strike. «Non sono lontano da te. C’è un… »
«Come fai a sapere dove abito?» chiese la voce.
«Me l’hai detto tu» rispose Strike, soffocando uno sbadiglio. «Stai vendendo il tuo appartamento».
«Oh» fece l’altro, ammorbidito. «Hai buona memoria».
«C’è un bar aperto ventiquattr’ore su… »
«Fanculo. Passa dopo in ufficio…»
«Culpepper, stamattina ho un altro cliente, che mi paga meglio di te. Sono stato sveglio tutta la notte. Questa roba ti serve adesso, se hai intenzione di usarla».

Un gemito. Strike sentì frusciare le lenzuola.
«Spero che sia una bomba, cazzo».
«Smithfield Café, sulla Long Lane» disse Strike, prima di chiudere la comunicazione.
La leggera asimmetria del suo passo si accentuò nella discesa verso Smithfield Market, monolitico nell’oscurità dell’inverno. Da secoli, in quel vasto tempio vittoriano dedicato al culto della carne, ogni giorno feriale dalle quattro del mattino, carcasse di animali venivano scaricate, tagliate, divise in porzioni e vendute a macellai e ristoranti in tutta Londra. Strike sentiva voci nel buio che gridavano istruzioni, e i motori e i clacson dei camion frigoriferi che entravano a marcia indietro.
Imboccò Long Lane, uno fra i tanti uomini silenziosi che camminavano decisi verso i loro impegni del lunedì mattina.

Una folla di autisti con giubbotti fluorescenti e tazze di tè fra le mani guantate stazionava sotto un grifone di pietra che si ergeva a sentinella all’angolo dell’edificio. Sull’altro lato della strada, luminoso come un focolare nell’oscurità circostante, c’era lo Smithfield Café, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Era poco più di uno sgabuzzino, ma prometteva tepore e cibi unti.
Non c’era il bagno, solo un accordo con la sala scommesse qualche porta più in là. Gli allibratori, però, aprivano tre ore più tardi, così Strike fece una deviazione, passando per un vicolo e infilandosi in un portone buio, dove svuotò la vescica rigonfia del caffè annacquato bevuto durante la notte passata a lavorare. Esausto e affamato, ma compiaciuto come può esserlo solo chi si è spinto al di là dei propri limiti fisici, s’immerse infine nell’atmosfera satura del grasso di uova fritte e bacon.
Due uomini in maglione e cerata avevano appena lasciato libero un tavolo. Strike manovrò la propria mole nello spazio ristretto e, con un grugnito di soddisfazione, si abbandonò sulla dura sedia di legno e metallo. Un attimo prima che lo chiedesse, il proprietario italiano gli mise davanti una grossa tazza bianca colma di tè, accompagnata da tartine di pane imburrato. Nel giro di cinque minuti ebbe di fronte a sé una colazione all’inglese completa, servita su un largo piatto ovale.

Grosso com’era, Strike si mimetizzava alla perfezione tra gli uomini nerboruti che entravano e uscivano dal caffè. I folti capelli scuri, corti e ricci, un po’ radi sull’alta cupola della fronte, sovrastavano un naso largo da pugile e sopracciglia cespugliose. Aveva il mento colorato dalla barba non rasata e gli occhi scuri cerchiati di occhiaie livide. Cominciò a mangiare, lo sguardo assonnato rivolto al mercato dall’altra parte della strada. L’ingresso più vicino, con il numero due sopra l’arco, cominciava a delinearsi man mano che il giorno avanzava. Un antico mascherone di pietra, barbuto e con l’espressione severa, lo fissava da sopra il portone. Era mai esistito un dio delle carcasse?
Strike aveva appena attaccato le salsicce, quando arrivò Dominic Culpepper. Il giornalista era alto quasi come Strike, ma aveva l’aspetto di un chierichetto. Avrebbe avuto una faccia graziosamente femminea, non fosse stato per una singolare asimmetria, come se qualcuno gliel’avesse ruotata un po’ in senso antiorario.
«Spero che ne valga la pena» esordì, sedendosi. Si sfilò i guanti e si guardò intorno con fare sospettoso.
«Mangi qualcosa?» chiese Strike, masticando le salsicce. «No».
«Ti tieni lo spazio per un croissant?»
«Vaffanculo, Strike».
Era fin troppo facile far saltare i nervi a quello snob di Culpepper. Ordinò il tè con fare sprezzante, rivolgendosi al cameriere indifferente – notò divertito Strike – chiamandolo ‘amico’.
«Allora?» fece il giornalista, con la tazza calda tra le lunghe mani pallide.
Strike infilò una mano nella tasca del soprabito e tirò fuori una busta, che fece scivolare sul tavolo. Culpepper la svuotò e si mise a leggere.
«Porca puttana» mormorò dopo un po’. Passò in rassegna febbrilmente i fogli di carta, alcuni dei quali scritti a mano da Strike. «Dove cazzo hai trovato questa roba?»
Strike, con la bocca piena di salsicce, batté il dito su un foglio dove era scarabocchiato l’indirizzo di un ufficio.
«Dalla sua assistente personale» rispose finalmente, dopo aver deglutito. «Oltre alle due che sai, il tizio si scopava anche lei. La poveretta ha appena capito che non diventerà la prossima Lady Parker».
«E tu come fai a saperlo?» chiese Culpepper, alzando lo sguardo dai fogli che gli tremolavano in mano.
«Indagini» bofonchiò Strike, masticando un altro pezzo di salsiccia. «Non le facevate anche voi, prima di darle in appalto a gente come me? Ma lei non vuole essere citata nell’articolo, deve pensare alle sue prospettive di lavoro. Siamo d’accordo, Culpepper?»
Il giornalista sbuffò.
«Avrebbe dovuto pensarci prima di fregargli questi…» Con una rapida mossa Strike gli strappò i fogli dalle mani. «Non glieli ha fregati. È stato lui a chiederle di stamparglieli, ieri pomeriggio. L’unico strappo che ha fatto lei è stato mostrarmeli. Ma se hai intenzione di sbattere la sua vita privata sul giornale, mi riprendo tutto ».
«E che cazzo!» esclamò Culpepper cercando di riagguantare dalla mano pelosa di Strike le prove di una clamorosa evasione fiscale. «Ok, la lasciamo fuori da questa storia. Ma lui capirà da dove arrivano i documenti. Non è del tutto scemo».
«E che cosa può fare? Portarla in tribunale, dove spiffererà tutte le gabole di cui è stata testimone negli ultimi cinque anni?»
«Va bene » sospirò Culpepper, dopo un momento di riflessione. «Ridammeli. La lascio fuori. Ma le dovrò parlare, no? Verificare la sua attendibilità».
«Questi sono attendibili. Non hai bisogno di parlarle» ribatté Strike, con decisione.

Non sarebbe stato saggio dare in pasto a Culpepper quella donna scossa, confusa, tradita e amareggiata. Smaniosa com’era di farla pagare all’uomo che le aveva promesso un matrimonio e dei figli, avrebbe danneggiato in modo irreparabile se stessa e il proprio futuro. A Strike non ci era voluto molto per guadagnarsi la sua fiducia. Aveva quasi quarantadue anni; aveva creduto che Lord Parker sarebbe stato il padre dei suoi figli e adesso era assetata di sangue. L’investigatore aveva passato diverse ore con lei, ad ascoltare la storia della sua infatuazione, a guardarla camminare avanti e indietro per il salotto, in lacrime, o dondolarsi sul divano con le nocche premute sulla fronte. Alla fine lei aveva accettato: avrebbe tradito l’uomo che l’aveva ingannata, anche se ciò significava sotterrare per sempre ogni speranza.
«Lasciala fuori» ribadì Strike, stringendo i fogli in un pugno che era quasi il doppio di quello di Culpepper. «D’accordo? È una storia pazzesca anche senza metterla in mezzo».
Dopo una momentanea esitazione, Culpepper fece una smorfia e si arrese.
«Sì, va bene. Ridammeli».
Il giornalista infilò i documenti in una tasca interna e trangugiò il tè. La sua temporanea ostilità verso Strike sembrava recedere di fronte alla gloriosa prospettiva di smantellare la reputazione di un pari d’Inghilterra.
«Lord Parker di Pennywell» mormorò allegro, «te lo prendi in culo alla grande, amico».
«Questo lo paga il tuo giornale, giusto?» chiese Strike, quando il conto planò in mezzo a loro.
« Sì, sì… » Culpepper gettò sul tavolo una banconota da dieci sterline.
I due uomini uscirono insieme dal bar. Non appena la porta si fu richiusa alle loro spalle, Strike si accese una sigaretta.
«Come sei riuscito a farla parlare?» domandò Culpepper, mentre si incamminavano nel freddo, superando le moto e i furgoni che ancora entravano e uscivano dal mercato.
«Ho ascoltato».
Il giornalista lo guardò in tralice.
«Tutti gli altri detective privati che conosco passano il tempo a intercettare telefonate».
«È illegale» Strike sbuffò il fumo nel mattino sempre meno buio.
«Allora come…»
«Tu proteggi le tue fonti, io proteggo le mie». Proseguirono in silenzio per cinquanta metri. Strike zoppicava più vistosamente a ogni passo.
«Sarà una bomba. Una vera bomba» disse Culpepper, di buon umore. «Quel vecchio stronzo ipocrita sbraita contro l’avidità delle multinazionali e intanto ha venti milioni nascosti alle Isole Cayman».
«Mi fa piacere vederti soddisfatto. Ti mando la fattura via e-mail».
Culpepper gli tirò un’altra occhiata di sottecchi.
«Hai visto il figlio di Tom Jones sul giornale, la settimana scorsa?»
«Tom Jones?»
«Il cantante gallese».
«Ah, quello» disse Strike, privo di entusiasmo. «Conoscevo un Tom Jones, sotto le armi».
«Hai letto l’articolo?»
«No».
«Una bella intervista lunga. Dice che il padre non si faceva mai vivo, non gli parlava mai. Scommetto che gli hanno dato più soldi di quelli che prenderai tu con questa storia».
«Non hai ancora visto la mia fattura».
«Era per dire. Una sola piccola intervista e per un po’ non dovresti passare le notti a interrogare segretarie».
«Non insistere, Culpepper. Altrimenti non potrò più lavorare per te».
«Va da sé che l’articolo potrei scriverlo lo stesso. Il figlio derelitto di una rockstar, eroe di guerra che lavora come investigatore…»
«Ho sentito che è illegale anche richiedere le intercettazioni telefoniche».
In fondo a Long Lane rallentarono il passo e si guardarono in faccia. Culpepper ridacchiò, a disagio. «Aspetto la tua fattura,
allora».
«Perfetto».

Ognuno se ne andò per la propria strada. Strike si diresse alla stazione della metropolitana.
«Strike!» La voce del giornalista echeggiò nell’oscurità alle sue spalle. «Te la sei scopata?»
«Non vedo l’ora di leggere l’articolo» rispose lui, stanco, senza voltarsi. Zoppicò nell’ombra dell’ingresso della stazione e scomparve alla vista di Culpepper.