Perseguitare Brunetta si può?

Lo chiede Paolo Beltramin sul Corriere, mettendo in discussione che si possano fare battute sui tratti fisici quando uno "se le cerca"

La pagina dei commenti del Corriere della Sera di martedì si apre con un corsivo di Paolo Beltramin su un argomento mediocre e sacrosanto insieme: la riflessione sulla serena inclinazione di tutti a fare battute sgradevoli e discriminatorie nei confronti del deputato di Forza Italia Renato Brunetta a proposito della sua altezza. Battute e attacchi che chiunque in linea di principio generale definirebbe inaccettabili – razzisti, di fatto, e persecutori di un tratto fisico: immaginateli applicati a qualunque altro essere umano uomo o donna – ma che nel dibattito pubblico italiano trovano estese indulgenze generali, e l’alibi particolare che Brunetta non ispiri molte simpatie: ma il razzismo e la discriminazione sono sdoganati con gli antipatici, o con chi “se le cerca”?

«Vedremo cosa dirà il super nano Brunetta!». Al grido di Grillo, migliaia di «cittadini» sul pratone del Circo Massimo hanno reagito con una sonora risata. Profeti di «un nuovo modo di fare politica», anche i pentastellati si sono conformati a quella che è ormai una tradizione della scena politica: attaccare il capogruppo di Forza Italia perché colpevole di essere alto un metro e 43 centimetri. Celebre l’«energumeno tascabile» pronunciato da D’Alema nel 2008. Poi l’ex premier si scusò con un biglietto; la dalemiana Turco, invece, pensò bene di dare ragione al suo leader di riferimento: «Trovo che Massimo sia imbattibile sul piano dell’ironia. Brunetta non ha dimostrato una grande statura…». E Bindi chiosò: «D’Alema è stato quasi simpatico». Anche il centrodestra non si è mai risparmiato; da Storace: «Un ministro spilungone»; fino a Berlusconi, in spregio all’autocritica: «Simpatico Brunetta? Di certo non si può dire che sia alto!». E ancora, Bossi, con il suo stile inconfondibile: «Nano di Venezia, non devi rompere i c…». Perfino uno come Mario Monti non ha saputo resistere, ironizzando sull’«autorevolezza di un professore di una certa statura».

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(foto Roberto Monaldo/Lapresse)