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  • domenica 5 ottobre 2014

Gli stereotipi su chi fuma la marijuana

Diverse aziende del Colorado - dove si può fumare a scopo ricreativo - stanno cercando di eliminarli, specializzandosi nella promozione del consumo di cannabis

Il New York Times si è occupato della recente nascita e diffusione di aziende pubblicitarie e altri vari specialisti che promuovono l’acquisto di cannabis in Colorado, e del loro tentativo di eliminare una serie di pregiudizi che continuano a circolare sul consumo e sui consumatori di marijuana. Quest’anno il Colorado è stato il primo stato americano a legalizzare la vendita di marijuana a scopo ricreativo: questo provvedimento ha determinato, oltre che un aumento notevole del gettito fiscale, un indebolimento dello stereotipo del “fattone” come unico consumatore possibile di marijuana.

Ciononostante, scrive il New York Times, l’acquisto legale di queste sostanze è accompagnato ancora da un certo discredito nell’opinione pubblica. Diversi imprenditori – giovani, ambiziosi, in molti casi donne – stanno avviando attività che cercano di contrastare questa tendenza: si rivolgono soprattutto a un pubblico di potenziali consumatori più ampio ed eterogeneo.

Nei giorni scorsi si è tenuto ad Aspen, in Colorado, un incontro organizzato dai commercianti di cannabis per discutere e proporre nuove possibili tecniche di marketing e vendite di prodotti “ibridi”, come dolcetti alla marijuana, infusi e altri cibi suggeriti da nuove figure professionali emergenti che si autodefiniscono “sommelier della cannabis”. Tra le persone intervenute, scrive il New York Times, c’era anche Olivia Mannix, una ragazza di 25 anni cofondatrice di “Cannabrand”, un’agenzia pubblicitaria esclusivamente dedicata al marketing della marijuana. «Vogliamo mostrare al mondo che fanno uso di cannabis persone normali, professionisti e persone di successo», ha detto Mannix, secondo la quale i negozi di marijuana, nonostante la vasta popolarità ormai ottenuta in tutti gli Stati Uniti, sono ancora visti allo stesso modo delle “cliniche segrete per praticare l’aborto”.

Mannix sostiene anche che il consumatore tipico di marijuana, secondo l’opinione pubblica, è quasi sempre un uomo, oppure un ragazzino che fuma chiuso nella stanzetta a casa dei genitori: è per questo che molta della pubblicità prodotta da “Cannabrand” cerca invece di proporre modelli femminili, nel tentativo di smontare questi stereotipi. Paul Armentano, vicedirettore dell’Organizzazione Nazionale per la Riforma delle Leggi sulla Marijuana, cita l’esempio dell’alcol per spiegare il recente successo della pubblicità della marijuana: «Cè un motivo per cui le aziende delle bevande alcoliche spendono decine di milioni di dollari per promuovere i loro prodotti: la pubblicità di successo funziona», ha detto Armentano.

Il New York Times riporta alcune delle indicazioni suggerite dagli esperti per ampliare il mercato della marijuana, cercando di attirare nuovi consumatori: chi opera in questo settore dovrebbe innanzitutto smettere di chiamarle “canne” e preferire la parola “cannabis”, il nome scientifico della pianta (“meno aggressivo”). E piuttosto che parlare di “fumo”, bisognerebbe usare parole “consumo” e “prodotto”. Inoltre, secondo le fondatrici di Cannabrand, i commessi dei negozi non dovrebbero indossare oggetti facilmente posizionabili tra gli stereotipi, come ad esempio magliette con foto di Bob Marley o magliette multicolori tipo anni Settanta (tie-dye).

Una studentessa esamina una pianta di cannabis durante un corso di cucina al New England Grass Roots Institute a Quincy, Massachusetts.
(AP Photo/Michael Dwyer)

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