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  • giovedì 18 Settembre 2014

Le torture sistematiche in Nigeria

Un rapporto di Amnesty International dice che la polizia e l'esercito nigeriano ne fanno largo uso: i più colpiti sono i sospettati di far parte di Boko Haram

Amnesty International, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha pubblicato un rapporto che parla di un uso sistematico e diffuso delle torture da parte dalle forze di sicurezza in Nigeria. Secondo il rapporto di Amnesty, la polizia nigeriana usa da diverso tempo la tortura sui propri detenuti, tra cui pestaggi, estrazione di denti e unghie e violenze sessuali. Le torture, dice Amnesty, sono così diffuse che molte stazioni di polizia del paese hanno nominato informalmente un funzionario che se ne occupa appositamente. Per ora il governo nigeriano non ha commentato il contenuto del rapporto di Amnesty.

Amnesty ha scritto il rapporto sulla base di 500 interviste fatte durante venti visite diverse in Nigeria a partire dal 2007. Dice anche che dal 2009 tra le 5mila e le 10mila persone sono state arrestate in Nigeria: il numero degli arresti è aumentato notevolmente a causa della lotta del governo contro Boko Haram, gruppo estremista che periodicamente compie dei violentissimi attentati contro la popolazione in diverse parti del paese. Le storie che riporta Amnesty nel suo rapporto sono molto crude e violente: una donna accusata di furto a Lagos, per esempio, ha subìto delle violenze sessuali, e le è stato spruzzato del gas lacrimogeno nella vagina.

Un ex soldato nigeriano che ha lavorato per diverso tempo a Damaturu, nello stato di Yobe, ha confermato la sistematicità delle torture: ha raccontato per esempio che dove stava lui venivano usati dei manganelli elettrificati per colpire i detenuti. Nelle stazioni di polizia del nord-est del paese, dove l’azione delle forze di sicurezza nigeriane contro i miliziani di Boko Haram è più intensa, i metodi di tortura sono particolarmente estremi. Un ragazzo di 15 anni arrestato dall’esercito a Pokiskum, nello stato nigeriano di Yobe, con l’accusa di far parte di Boko Haram è stato picchiato per quindici giorni con canne di pistola, bastoni e machete. Il ragazzo ha raccontato:

«Sono stato buttato dentro una cella. Ho visto una scritta sul muro che diceva “Benvenuto all’inferno”. Poi sono stato portato in una stanza per gli interrogatori. Lì c’era un poliziotto con due sospetti, incatenati insieme. Ho visto delle corde scendere dal soffitto, sacchi di sabbia messi sul perimetro della stanza e tutti i tipi di aste di diverse forme e dimensioni. Ho sentito colpi e urla dalle due persone torturate… ho visto secchi d’acqua lasciati lì nel caso in cui qualcuno fosse svenuto o decidesse di morire prima di mettere la firma su dichiarazioni già scritte.»