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  • domenica 11 maggio 2014

Le cose che non dico ai giornalisti

Un ex funzionario del governo degli Stati Uniti ha spiegato quali sono le domande più comuni che non ottengono quasi mai risposta, e perché

di Cass R. Sunstein – Bloomberg View

La cena organizzata ogni anno dall’associazione dei giornalisti inviati alla Casa Bianca, a cui ho preso parte sabato scorso, è uno spettacolo sorprendente – una combinazione unica di giornalisti, funzionari di governo e celebrità. Al di là delle risate e della convivialità – è la cena in cui Obama fa un sacco di battute, per capirsi – si avverte però un disagio di fondo: molti giornalisti sono disturbati dal fatto che all’infuori di questa cena annuale non hanno grandi possibilità di parlare con e rivolgere domande a quegli stessi funzionari.

Tutti converranno sul fatto che, raccontando il funzionamento del governo, i giornalisti sono impegnati in un lavoro indispensabile. Poiché il loro lavoro è informare l’opinione pubblica e far sì che il governo risponda delle sue azioni, è più che comprensibile la loro disapprovazione quando le loro domande ottengono come risposta il silenzio, astrazioni burocratiche o discorsi fuorvianti. La Costituzione stessa riconosce non soltanto “la libertà di parola”, ma anche – e a parte – la “libertà di stampa”.

Ma cosa vogliono sapere dal governo i giornalisti inviati a Washington? Ecco una guida a quattro domande frequenti – mi baso in larga parte sulla mia esperienza di governo – che possono rendere i funzionari pubblici riluttanti a impegnarsi coi giornalisti o a fornirgli risposte utili.

1. “Potrebbe svelarci una certa importante decisione politica prima che questa decisione venga presa o annunciata?”

Inutile dire che occorre molto tempo per capire come gestire una questione complicata, che riguardi l’ambiente, il settore immobiliare, la sicurezza del territorio o altro. I giornalisti spesso vogliono una dritta in anticipo. E i funzionari devono solitamente schivare questa domanda. Potrebbero non sapere ancora qual è la decisione finale; spesso, le cose sono in continuo cambiamento. Se pure sanno dove stanno andando le cose, non spetta quasi mai a loro fare annunci prima del tempo.

2. “Potrebbe raccontarci cosa è successo in quella certa conversazione interna, compresi i conflitti interni tra consiglieri di alto livello?”

I corrispondenti da Washington vogliono spesso conoscere retroscena. Chi la pensa come? E su cosa? Chi è favorevole a un approccio forte riguardo ai matrimoni gay o riguardo ai cambiamenti climatici, e chi invece vuole andarci più cauto? Qual è l’intero spettro delle opinioni all’interno dell’amministrazione? Ci sono i buoni e i cattivi? Chi ha detto cosa? E a chi? Quando? Come?

La maggior parte dei funzionari non vuole rispondere a queste domande: preferiscono trattare le osservazioni confidenziali dei loro colleghi come osservazioni confidenziali, e si aspettano che i loro colleghi facciano altrettanto. Fare altrimento non sarebbe propriamente collegiale, e neppure corretto, certamente non prima che sia passato un sacco di tempo.

3. “Potrebbe dirci qualcosa di piccante sul presidente, o quantomeno su un funzionario di alto livello?”

A volte i giornalisti da Washington cercano di spingere i funzionari – ai microfoni o lontano dai microfoni – a parlar male dei loro capi o dei loro colleghi, o almeno a dire qualcosa di intrigante o controverso, che farebbe notizia. Di solito sono molto sottili.

Gran parte dei funzionari non gradiscono queste domande, per una ragione: perché sono persone leali. Se hanno obiezioni o preoccupazioni, preferiscono parlarne con i diretti interessati. È anche vero che ad alcuni di loro piace fare rivelazioni, a volte per secondi fini personali, e non occorre che i giornalisti li preghino più di tanto. Ma non è propriamente corretto neppure questo.

4. “Potrebbe rispondere ad alcune recenti insinuazioni così da fare chiarezza e capire chi ha ragione e chi dice la verità?”

Questa è una domanda frequente, e viene fatta quando i critici o i politici dell’opposizione sostengono che il governo abbia commesso errori o malefatte. È perfettamente legittimo, e forse anche necessario, per i corrispondenti da Washington cercare una risposta ufficiale a tali accuse. In alcuni casi, rispondere è appropriato. Ma se le insinuazioni sono infondate, i funzionari potrebbero non avere alcun interesse a rispondere, perché qualsiasi risposta – anche negare – potrebbe generare ulteriori discussioni e creare maggiore attenzione intorno alle insinuazioni [in Italia si dice spesso che una smentita è una notizia data due volte, ndr].

Ora: per la maggior parte del loro tempo, i funzionari pubblici sono piuttosto reticenti di fronte a queste domande. Soprattutto alle prime tre. I giornalisti sono spesso esasperati da questa ritrosia. Ma non dovrebbero esserlo, perché il silenzio può essere ragionevole o addirittura obbligatorio. La mancanza di trasparenza è una cosa; il rifiuto di violare la riservatezza è un’altra cosa.

È anche importante capire che i membri e i funzionari di un governo sono membri di una squadra. Al di fuori di circostanze speciali, non è appropriato per loro parlare alla stampa senza una qualche autorizzazione.

I giornalisti inviati a Washington, ovviamente, non vogliono solo “fare notizia”; stanno facendo il lavoro della democrazia. Quando vengono ostacolati, si sentono frustrati. È evidente. Ma l’interesse di quei corrispondenti non sempre coincide con quello del popolo americano.

Cass Robert Sunstein è stato amministratore dell’ufficio governativo “Information and Regulatory Affairs” – che si occupa, tra le altre cose, di rivedere le leggi e controllare che siano espresse in modo chiaro – e oggi insegna legge all’Università di Harvard.

© Bloomberg

Foto: Cass Robert Sunstein (AP Photo)

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