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  • mercoledì 16 Aprile 2014

L’India ha riconosciuto il “terzo genere sessuale”

Cosa vuol dire e chi riguarda la decisione – considerata storica – che cambierà la vita di almeno 3 milioni di persone

Martedì 15 aprile la Corte suprema indiana, cioè il massimo organo giudiziario del paese, ha riconosciuto con una sentenza considerata storica il terzo genere sessuale, accogliendo una petizione collettiva per il rico­no­sci­mento dei diritti dei transessuali presentata nel 2012 dalla National Legal Ser­vi­ces Autho­rity (Nalsa) e appoggiata da un movimento guidato dall’attivista Laxmi Narayan Tripathi, transessuale e attrice di film in hindi.

Il giudice K.S. Radhakrishnan, leggendo il verdetto, ha detto che «è diritto di ogni essere umano scegliere il proprio genere sessuale», che «rico­no­scere ai tran­sgen­der lo sta­tus di terzo genere ses­suale non è una que­stione medica o sociale, ma ha a che fare coi diritti umani», e che «lo spirito della costituzione indiana è garantire uguali opportunità di crescita a tutti i cittadini, affinché possano esprimere il loro potenziale, indipendentemente dalla casta di appartenenza, dalla religione o dal genere».

La sentenza ha dunque stabilito che i transessuali potranno avere i medesimi diritti garantiti dalla Costituzione al resto della popolazione e saranno considerati come una delle Other Backward Class (OBC), cioè i gruppi sociali svantaggiati che godono di misure governative speciali: sarà quindi stabilito un deter­mi­nato numero di posti riser­vati a loro nei luo­ghi d’impiego sta­tali, nelle scuole e nelle uni­ver­sità; l’opzione «tran­sgen­der» sarà inse­rita nei moduli da com­pi­lare per i documenti ufficiali, saranno creati bagni pub­blici riservati e reparti appo­siti nelle strut­ture ospedaliere nazionali. Sarà inoltre avviato in tutto il paese un programma di sensibilizzazione. La sentenza riguarda le persone che hanno assunto nel corso della loro vita caratteristiche fisiche del sesso opposto o che si presentano con un aspetto che non coincide con il genere che avevano alla nascita: persone che in India vengono definite hijras e che sono circa 3 milioni.

La parola hijra deriva dall’urdu, ha una valenza piuttosto dispregiativa perché significa “impotente” ed è stata tradotta in inglese con il termine “eunuco”, ai tempi del colonialismo: all’epoca infatti la maggior parte degli/delle hijras subiva una castrazione rituale totale. Le/gli hijras sono presenti già nel Kama Sutra, che secondo gli storici è stato composto tra il quinto secolo avanti Cristo e il terzo secolo dopo Cristo, e anticamente avevano un ruolo religioso: erano considerate sacerdotesse di alcune divinità e le custodi della fertilità, ed erano presenti nel territorio dell’attuale India, del Bangladesh e del Pakistan. Sotto la dinastia islamica dei moghul – che ha dominato l’India dal XVI al XVIII secolo – gli eunuchi venivano spesso impiegati nei palazzi come servitori e guardiani dell’harem del sultano, come guardie di palazzo, messaggeri e consiglieri. Visti gli alti incarichi che arrivavano a ricoprire accadeva spesso che le famiglie castrassero uno dei loro figli maschi, anche contro la sua volontà, per farlo lavorare a palazzo e garantirsi una vita agiata. Ora la maggior parte di loro non è più castrata: si mantiene mendicando, prostituendosi, ballando e cantando ai matrimoni e ai festeggiamenti per le nascite dei bambini. Sopporta, infine, una dura discriminazione: per loro è difficile trovare lavoro e sono spesso vittima di maltrattamenti brutali.

Qualche segnale di cambiamento nella direzione della sentenza della Corte era arrivato in vista delle elezioni politiche attualmente in corso nel paese, quando la commissione elettorale aveva permesso a 28 mila votanti di registrarsi per la prima volta come “altro genere” sessuale. La decisione della Corte ha però generato un paradosso: quello cioè del riconoscimento dei loro diritti davanti alla legge, mentre un’altra legge puniva la loro sessualità. C’è infatti un articolo del Codice penale indiano, il 377, che risale all’epoca coloniale e che vieta il «sesso contro natura», prevedendo pene deten­tive fino a 10 anni: lo scorso dicembre la Corte Suprema aveva reintrodotto la disposizione in base alla quale i rapporti tra omosessuali sono illegali, rovesciando la decisione di abrogarla presa nel 2009 da una corte inferiore.

Oltre all’India ci sono poche altre nazioni al mondo che riconoscono il terzo genere sessuale: tra queste il Bangladesh, il Nepal dal 2013 e il Pakistan. Recentemente un tribunale australiano ha introdotto la possibilità di indicare sui documenti il genere «neutro», cioè «non definito». In Italia una legge del 1982 riconosce la condizione delle persone transessuali e il sesso di transizione: l’articolo 3 recita che «il tribunale, quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza». La legge consente dunque il cambio anagrafico dei documenti solo successivamente agli interventi chirurgici che comportano il cambio di genere, anche se di recente alcune sentenze hanno deciso diversamente. L’iter legale è comunque molto lungo e complicato e non ha a che fare con il riconoscimento di un terzo genere sessuale.