Sette canzoni di Kate Bush

Per arrivare pronti ai concerti della prossima estate, che terrà dopo 35 anni dal suo primo e ultimo tour dal vivo

Tra il 26 agosto e il primo ottobre, Kate Bush terrà ventidue concerti all’Hammersmith Apollo: è da dodici anni che non si esibisce dal vivo, e dal suo ultimo vero concerto, l’ultima data del “Tour of Life” del 1979, sono passati 35 anni.
Il “Tour of Life” fu il primo e l’unico della sua carriera: sulla decisione probabilmente pesò lo stress di concepire qualcosa che fosse all’altezza di quel primo ciclo di concerti, la sua paura di prendere gli aerei e la morte del direttore delle luci – ventunenne – durante le prove della tappa di Dorset.
I biglietti dei nuovi concerti sono quasi esauriti, ma qualcosa è rimasto, per chi volesse fare un tentativo.
Per chi invece ancora non la conosce, qui ci sono le sette sue canzoni che Luca Sofri, il peraltro direttore del Post, scelse per il libro Playlist, la musica è cambiata.

Kate Bush (1958, Bexleyheath, Inghilterra)
Le cose che hanno reso Kate Bush una diva inimitabile del pop sono tre: la canzone con cui sfondò, la sua voce, e la sua passione per la danza (aveva studiato con Lindsay Kemp). Per il resto, ha scritto belle canzoni da quando aveva 13 anni, si è presa il suo tempo e ha cercato sempre di fare quello che le pareva.

Wuthering heights

(The kick inside, 1978)
Vi ricordate quando arrivò “Wuthering heights”? Lei, la canzone, Cime tempestose, Cathy: aveva tutto il fascino del mondo, e andò fortissimo. Emily Brontë era nata lo stesso giorno di Kate Bush (che a questo punto ne aveva appena 19), ma 140 anni prima.

Wow

(Lionheart, 1978)
Non aveva ancora vent’anni, quando incise questa storia sul cinismo dello show business: un’età in cui è comune dire “wow”. E capita anche di dire “wow, wow, wow, wow, wow, wow”. Ma non come lo dice lei.

Babooshka

(Never for ever, 1980)
Il nome le venne per caso, è un vezzeggiativo russo per una anziana nonna. Nella storia, è lo pseudonimo con cui una moglie firma lettere d’amore al marito, per metterlo alla prova. Ci provano gusto tutti e due e finiscono col vedersi, e a lui la sconosciuta ricorda com’era un tempo con sua moglie. In mezzo, molti vetri rotti.

Cloudbusting
(Kate Bush, 1983)
L’acchiappanuvole del titolo l’aveva pensato Wilhelm Reich, uno psichiatra austriaco che negli anni Trenta si era convinto si potesse intervenire su una sorta di energia contenuta nell’atmosfera. La sua storia fu descritta in un libro dal figlio Peter che si immagina sia anche il narratore della canzone. C’è tutta Kate Bush, qui: letteratura, psicanalisi, rapporti familiari, dramma e ricche orchestrazioni. Nel video, l’inventore era Donald Sutherland.

Hounds of love

(Hounds of love, 1985)
Per una con una voce del genere, un pezzo in cui prevalgano ritmo, orchestra e arrangiamento, è una dimostrazione di umiltà e versatilità da segnalazione in pagella.

This woman’s work
(She’s having a baby, 1988)
Basterebbero i sospiri con cui si 
apre a farne una delle sue più bel
le canzoni. Scritta per il film She’s having a baby, racconta dell’inadeguatezza di un uomo in attesa 
del parto di sua moglie e delle sue emozioni, che appaiono infantili e imparagonabili di fronte a quello
 che sta combinando lei nel frattempo. Poi fu inclusa nel suo disco The sensual world.

A coral room
(Aerial, 2005)
Nel 2005, dopo dodici anni dal precedente, Kate Bush fece un doppio disco in gran parte “aereo” fin dal nome, con suoni rarefatti e il suo canto sempre più vocalizzo e recitato, di grande piacevolezza e omogeneità, ma in cui è difficile individuare esattamente delle “belle canzoni”. Questa però, qualunque cosa sia, è di rara dolcezza (e se vi piace il genere, nel 2011 uscì 50 words for snow, altrettanto originale).

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