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  • sabato 22 Marzo 2014

Dove va Messi

A 26 anni ha vinto tutto - tranne il Mondiale con la nazionale - è il miglior marcatore della storia del Barcellona e forse il miglior calciatore mai visto: e adesso?

Domenica 16 marzo, nella partita vinta 7-0 contro l’Osasuna, Messi ha segnato tre gol ed è diventato il calciatore ad averne segnati di più con la maglia del Barcellona (371). Lionel Messi, ventiseienne attaccante argentino, è da molti ritenuto – e ormai da diversi anni – il calciatore più forte del mondo: al suo talento e al suo gioco sono legati i successi sportivi del Barcellona, una delle squadre di club più vincenti di sempre (tanto da spingere alcuni a chiedersi: il Barcellona è la squadra più forte di tutti i tempi?).

Nella stagione 2013-2014 il Barcellona ha cambiato allenatore: Gerardo Martino è subentrato a Tito Vilanova, a sua volta succeduto a Pep Guardiola, oggi allenatore del Bayern Monaco. Oltre all’allenatore, il Barcellona ha cercato o sta cercando di cambiare parzialmente il tipo di gioco che ha contraddistinto la squadra per circa dieci anni, ovvero quella successione di passaggi rapidi e tocchi di prima, in spazi molto stretti, spesso sintetizzata con l’espressione tiqui-taca, di cui Messi era ed è uno dei migliori interpreti al mondo. Negli ultimi anni alcune squadre sembrano aver trovato un modo di neutralizzare questo tipo di gioco: attualmente il Barcellona si trova al terzo posto del campionato spagnolo, e tra le squadre qualificate ai quarti di finale di Champions League non è considerata né la più forte né quella con più possibilità di vincere il trofeo.

Valentino Tola ha scritto sull’Ultimo Uomo un lungo e interessante articolo – non solo per impallinati di calcio – che racconta l’evoluzione di Messi e del Barcellona degli ultimi anni, cercando di spiegare perché il gioco del Barcellona abbia cominciato a manifestare dei limiti mai evidenziati finora, e ipotizza che nel corso degli anni sia subentrata nella squadra la tendenza ad affidarsi a Messi: “visto che è autosufficiente, che è insieme il nostro centrocampista in più e quello che se prende palla fa gol, noi ali perché non ci limitiamo a rimanere larghe e creargli spazio per fargli fare quello che vuole?”. Infine Tola si chiede quale sarà il destino di Messi, se in un’altra squadra o ancora nel Barcellona, ma in quale nuovo ruolo.

Il significato della parola “critica” di per sé non è negativo, ma se per criticare devi per forza di cose definire un oggetto, e quindi porgli necessariamente dei limiti, davanti a Messi devi scalare un Everest fatto di statistiche e giocate determinanti che a prima vista, anzi anche a una seconda e una terza vista, si commentano da sole e non lasciano spazio a interpretazioni. Così come il record assoluto di gol con la maglia del Barcellona, 371 dopo la tripletta di domenica contro l’Osasuna (due in più del record precedente di Paulino Alcántara che resisteva dal 1927): Messi, a soli ventisei anni, si è già guadagnato un suo posto nella storia.

Va detto però che se da una parte Messi deve provare a riprendersi il prima possibile lo scettro di miglior giocatore del mondo dopo il sorpasso di Ronaldo, dall’altra l’impressione che si ricava dagli ultimi mesi è contraddittoria: Messi al suo meglio resta capace di cose che nessun altro può e rimane un’arma competitiva unica (anche contro il Manchester City la sua classe ha pesato); a volte però si ha la sensazione che il suo gioco stia forse cambiando (il “forse” è più che mai sentito), che la sua evoluzione e quella più generale di questo Barça singhiozzante non siano più in perfetta sincronia. A tratti sembra addirittura che il Barça con Messi abbia più possibilità di vincere ma che al tempo stesso giochi peggio. Magari Leo non rientra più nel vestito a suo tempo cucitogli addosso da Guardiola, quando l’affermazione del “più grande Barcellona della storia” andava di pari passo col progressivo spostamento di Messi nel cuore del gioco.

LA PUREZZA DI MESSI
Il mio primo ricordo di Messi è il suo esordio in Liga (non l’esordio assoluto con la prima squadra), un derby a Montjuïc con l’Espanyol, Liga 2004-2005: non la troverete su YouTube, ma se vi fidate ve la racconto. Subentrato a Giuly, al primo pallone toccato Leo da destra converge verso il centro dribblandone due e poi mette un pallone nello spazio perfetto anche se non raccolto da nessun compagno. Nell’epoca in cui era Ronaldinho a dettare legge, e il bon ton consigliava di tentare di slogarsi almeno una caviglia per dribblare e di passare guardando rigorosamente nella direzione opposta, di quell’azione mi colpì l’assenza di sovrastrutture.

Messi nasce come puro dribbling, e il gol maradoniano al Getafe (qui sopra) riassume questa prima fase della sua carriera. Il dribbling più essenziale e inappellabile che abbia mai visto: è raro che Messi ricorra al doppio passo o a qualunque ornamento per saltare l’avversario, o che indulga in numeri fini a se stessi. Una semi-infallibilità che gli è valsa il paragone con Maradona e che è costruita non solo sulle caratteristiche atletiche (baricentro basso ed esplosività sui primi metri), ma anche su una sensibilità nel contatto col pallone lontanissima da qualsiasi altro giocatore, persino da Cristiano Ronaldo. Messi muove la palla su un fuso orario di qualche decimo di secondo avanti rispetto a tutti gli altri, soprattutto in spazi stretti: il primo gol al Milan nella rimonta della scorsa Champions League, il controllo+tiro a giro sotto l’incrocio improvviso con cui sorprende Abbiati e il resto della difesa milanista, è il tipico caso in cui “questo lo fa solo lui”.

(continua a leggere sull’Ultimo Uomo)

Foto: Álex Caparrós