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  • venerdì 21 Marzo 2014

7 storie assurde sugli aerei

Dal pilota che fece guidare il figlio, all'aereo che perse un pezzo di fusoliera: episodi della storia dell'aviazione rimasti inspiegati, tragici o eroici

La scomparsa del volo MH370, avvenuta l’8 marzo scorso mentre l’aereo stava volando – con 239 persone a bordo – da Kuala Lumpur (Malesia) a Pechino (Cina), è uno degli episodi recenti più drammatici e letterari che abbiano riguardato l’aviazione civile. Ma nei poco più di cento anni in cui sono esistiti gli aeroplani ci sono state molte altre storie straordinarie che hanno suscitato dubbi, sorprese o misteri – a partire dal famoso “volo 19” alla base della leggenda del cosiddetto triangolo delle Bermude – mentre in altri casi è stato l’eroismo del pilota a rendere celebre una vicenda, come quando un Airbus A320 riuscì a compiere un incredibile ammaraggio sul fiume Hudson, nel centro di New York. Nonostante molte di queste storie possano far nascere qualche preoccupazione, volare rimane comunque il modo più sicuro per spostarsi – e con il tempo lo diventa sempre di più.

Tutti svenuti a bordo: il volo Helios Airways 522
Il volo Helios Airways 522 partì da Cipro alle nove di mattina del 14 agosto 2005, diretto a Praga e con uno scalo previsto ad Atene. Subito dopo il decollo in cabina suonò un segnale di allarme: il pilota tedesco e il copilota cipriota non riuscirono a individuare la causa e continuarono l’ascesa sopra il Mediterraneo. Superata l’altitudine di ottomila metri, venne perso il contatto radio con l’equipaggio. Il pilota automatico continuò l’ascesa e si stabilizzò poi sulla rotta per Atene una ventina di minuti dopo il decollo. La causa dell’allarme era la mancanza di pressurizzazione della cabina: la scarsità di ossigeno causò rapidamente lo svenimento dell’equipaggio. Dopo due ore di tentativi inutili di comunicazione con l’aereo – durante gran parte dei quali l’aereo volò probabilmente senza nessuno al comando – i piloti dei caccia militari dell’aeronautica greca che lo avevano raggiunto per controllare la situazione videro un uomo senza maschera di ossigeno entrare in cabina e sedersi ai comandi, ma non riuscirono a mettersi in contatto con lui. Pochi istanti dopo il motore sinistro prese fuoco per mancanza di carburante – l’aereo aveva ormai superato Atene di diversi chilometri – seguito dopo dieci minuti da quello destro. Il Boeing perse quota rapidamente e si schiantò in un territorio collinare a due chilometri da Grammatiko, un paese a 30 chilometri dal centro di Atene. Morirono tutti i 115 passeggeri e i sei membri dell’equipaggio.

Secondo quanto ricostruirono le indagini successive, la prima causa dell’incidente fu la manutenzione effettuata la sera prima del volo: il sistema di controllo della pressurizzazione in cabina venne lasciato su “manuale” invece che su “automatico”. L’equipaggio non se ne accorse e, quando suonò il primo allarme, pensò che si trattasse di un altro problema segnalato da un suono identico.

Un indicatore per un altro: il volo Tuninter 1153
Il 6 agosto 2005 il volo charter Tuninter 1153, un ATR-72 con 39 persone a bordo, era partito da Bari ed era diretto a Djerba, in Tunisia. Alle 15.24 l’equipaggio chiamò l’aeroporto di Palermo-Punta Raisi facendo richiesta di un atterraggio di emergenza: avevano inspiegabilmente terminato il carburante ed entrambi i motori si erano spenti, nonostante gli strumenti di bordo indicassero 1.800 chili di carburante nei serbatoi. Ma l’aereo non riuscì ad arrivare a Palermo e un quarto d’ora dopo la richiesta di atterraggio effettuò un ammaraggio circa 30 chilometri a nordest della Sicilia: nella manovra morirono quattordici passeggeri e due membri dell’equipaggio. Le inchieste successive mostrarono che, durante la manutenzione della sera prima a Tunisi, era stato installato l’indicatore del carburante di un aereo molto più piccolo, l’ATR-42, e di conseguenza i livelli di combustibile registrati a bordo furono molto più alti di quelli reali in tutti i controlli successivi.
Nell’aprile 2013 la Cassazione ha confermato la condanna di sette cittadini tunisini, tra piloti e tecnici: la pena più pesante è stata quella del pilota del volo Tuninter 1153, condannato a sei anni e 8 mesi. Durante il processo emerse che il pilota avrebbe avuto la possibilità di atterrare a Palermo.

Un sedicenne al comando: il volo Aeroflot 593
Il volo Aeroflot 593, un Airbus A310, stava sorvolando la Siberia nella notte tra il 22 e il 23 marzo 1994, proveniente da Mosca e diretto a Hong Kong. Il capitano Yaroslav Kudrinsky, poco dopo la mezzanotte, fece sedere al suo posto sua figlia di 12 anni Yana e suo figlio 16enne Eldar. Mostrò loro alcune manovre mantenendo inserito il pilota automatico, ma poi acconsentì alla richiesta del figlio di provare a far virare leggermente l’aereo. Lo fece e riportò i comandi in posizione normale, ma il pilota automatico entrò in conflitto con i comandi manuali: entrarono in azione una serie di dispositivi di controllo, ma nonostante il capitano avesse riguadagnato rapidamente i comandi l’aereo andò in stallo e cominciò a precipitare.

Il dialogo in cabina tra Eldar e il padre – registrato dalla scatola nera – fu il seguente:

– «Giralo! Guarda verso terra mentre giri. Andiamo a sinistra. Gira a sinistra! (pausa) L’aereo sta girando?»
– «Grande!» rispose Eldar. Quattro minuti più tardi chiese al padre: «Perché sta girando?»
– «Si sta girando da solo?», rispose il capitano.

A quel punto il copilota lanciò un urlo e l’aereo cominciò a perdere quota. Per i due minuti e mezzo successivi, le registrazioni di bordo documentano i drammatici tentativi dell’equipaggio di riprendere il controllo dell’aereo, che si schiantò al suolo poco prima dell’una di notte del 23 marzo 1994. Morirono tutti i 63 passeggeri e i dodici membri dell’equipaggio.

L’aereo scoperchiato: il volo Aloha Airlines 243
Alle 13.25 del 28 aprile 1988, un Boeing 737 della Aloha Airlines partì dall’aeroporto di Hilo, nelle Hawaii, diretto alla capitale dell’arcipelago, Honolulu. Era il quarto viaggio tra le isole hawaiane che effettuava nello stesso giorno il vecchio aereo, che avevo quasi vent’anni di servizio e oltre 89 mila voli. Mentre l’aereo volava a quota 7300 metri, i piloti sentirono uno colpo molto forte e un rumore di vento alle proprie spalle. Il capitano vide che la porta della cabina di comando era saltata via e che «c’era il cielo azzurro al posto del soffitto della prima classe». I novanta passeggeri e quattro membri dell’equipaggio stavano volando all’aria aperta, trattenuti solo dalle cinture di sicurezza, a più di seicento chilometri orari; un’assistente di volo venne risucchiata all’esterno e morì subito. Il rumore era così forte che i piloti comunicarono inizialmente a gesti, mentre riducevano la velocità e cominciavano le procedure per un atterraggio di emergenza a Maui. Dopo una ventina di minuti di volo in quelle condizioni, in cui la restante struttura dell’aereo resse al cedimento della fusoliera, il Boeing riuscì ad atterrare e venne subito soccorso dai mezzi di emergenza. Le inchieste successive dimostrarono che le continue decompressioni, la corrosione dei materiali e in generale la vecchiaia dell’aereo furono la causa dell’incidente.

Aereo scoperchiato

Il volo FAU 571
Il 13 ottobre 1972 il volo 571 dell’Aeronautica Militare Uruguaiana stava trasportando la squadra di rugby degli Old Christians – che esiste tuttora ed è una delle più forti dell’Uruguay – da Montevideo a Santiago del Cile, dove erano attesi per una partita. I giocatori erano accompagnati da amici e familiari: in totale, il volo aveva 45 persone a bordo. A causa del cattivo tempo sulle Ande, il volo iniziato il giorno prima aveva dovuto fermarsi per la notte nella città di Mendoza, in Argentina, al di qua della catena montuosa.

Il pomeriggio del 13 ottobre il volo riprese e l’aereo si diresse a un passo montuoso per valicare le Ande. Il passo era coperto dalle nuvole: per sapere quando iniziare la discesa oltre la catena montuosa, i piloti si affidarono al tempo di percorrenza usuale per quel tratto di cielo, una procedura nota come navigazione stimata o dead reckoning (oggi molto poco utilizzata grazie ai miglioramenti dei sistemi di posizionamento satellitare come il GPS). Ma i forti venti falsarono il calcolo e l’aereo iniziò a scendere in mezzo alle spesse nuvole quando si trovava ancora in mezzo alle montagne, dirigendosi involontariamente verso un picco montuoso contro cui si schiantò a circa 4.200 metri di altitudine.

Lo schianto uccise circa un quarto dei passeggeri sul colpo, mentre le temperature gelide dell’alta montagna e le ferite nell’incidente causarono la morte di altre persone nell’arco dei primi giorni successivi. La trentina di persone rimasta, bloccata a migliaia di metri di altitudine senza nessun equipaggiamento specifico per resistere al freddo e quasi senza cibo, venne lentamente decimata. Dopo alcuni giorni, il gruppo decise di nutrirsi con i cadaveri delle persone morte nello schianto e nei giorni successivi, mentre alla fine di ottobre sentirono da una radio che le ricerche erano state sospese. Gli ultimi sedici sopravvissuti vennero ritrovati il 23 dicembre del 1972, oltre due mesi dopo l’incidente: riuscirono ad essere salvati grazie alla marcia di dieci giorni in mezzo alle montagne di due di loro, Nando Parrado e Roberto Canessa, che si imbatterono in una piccola carovana di mulattieri cileni. La storia del volo 571 è stata raccontata in innumerevoli trasmissioni televisive, documentari, libri e in almeno un film di discreto successo, Alive del 1993.

La “pattuglia perduta”: i TBM Avengers
Alle 14.10 del 5 dicembre 1945, cinque TBM Avengers – chiamati in codice volo numero 19 – decollarono dalla base di Fort Lauderdale, in Florida, per un volo di addestramento. Gli aerei, con diciannove persone a bordo, scomparsero senza lasciare traccia, e lo stesso accadde ai tredici uomini di un aereo di esplorazione che venne mandato alla ricerca della “pattuglia scomparsa” (che in realtà non era una pattuglia).

L’episodio lanciò una delle più grandi campagne di ricerca della storia, con centinaia di navi e aeroplani in centinaia di migliaia di chilometri quadrati. Diversi particolari aiutarono a nutrire la leggenda del volo 19: a quanto risultò dalle conversazioni radio con la base di Fort Lauderdale, circa novanta minuti dopo il decollo, i piloti sembrarono a non riconoscere più i punti di riferimento a terra. La bussola del leader della spedizione Charles Taylor, l’unico veramente esperto del gruppo, non funzionava bene e la pattuglia si diresse verso il mare aperto, nonostante i tentativi di aiuto della torre di controllo. Dopo diverse comunicazioni radio in cui i membri della pattuglia apparivano confusi e disorientati, i contatti con la base vennero persi. Un aereo di ricognizione si alzò in volo per andarli a cercare, ma dopo un messaggio radio a dieci minuti dal decollo anche di lui non si seppe più nulla. A grandi linee, i motivi della scomparsa del volo 19 sono stati ricostruiti – il dissenso tra Taylor e gli studenti sulla loro posizione, il malfunzionamento degli strumenti di bordo, l’inesperienza del gruppo e un peggioramento delle condizioni meteo – ma l’episodio fu all’origine della popolare leggenda del “triangolo delle Bermude”.

L’incredibile ammaraggio sull’Hudson: il volo US Airways 1549
Nel primo pomeriggio del 15 gennaio del 2009 un Airbus A320 della US Airways decollò dall’aeroporto LaGuardia di New York, diretto a Charlotte, in North Carolina. Pochi minuti dopo alcuni uccelli di uno stormo di oche del Canada, che aveva incrociato l’aereo a poco più di 800 metri di altitudine, vennero risucchiati nei due motori dell’Airbus, causando il loro arresto dopo una serie di esplosioni. L’aereo perse quota e si stabilizzò su una altitudine di circa cinquecento metri, lentamente e inesorabilmente discendente. Il pilota Chesley Sullenberger e il suo primo ufficiale, Jeffrey B. Skiles, si resero presto conto che non sarebbero riusciti a tornare al LaGuardia né a raggiungere altri aeroporti vicini. Sullenberger disse allora al primo ufficiale, mentre l’aereo continuava a planare: «Andiamo nell’Hudson», il fiume che attraversa New York.

Alle 3.31 del pomeriggio, a circa sei minuti dal decollo, l’Airbus terminò il proprio volo a motori spenti nel fiume Hudson, mentre era diretto verso sud a una velocità di circa 240 chilometri orari. Il pilota riuscì a eseguire un perfetto ammaraggio facendo planare lentamente l’aereo con un grado di inclinazione tale da evitare un forte impatto, che avrebbe potuto spezzare in più parti la cabina. Dopo avere toccato l’acqua, l’aereo proseguì per diversi metri prima di fermarsi. Poi iniziò a imbarcare l’acqua gelida del fiume. Tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio furono recuperati e portati sulla terra ferma: Sullenberger diventò un eroe e lavorò ancora un anno come pilota alla US Airways.

Hudson