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  • venerdì 21 Marzo 2014

Le famose prime pagine del Manifesto

Il quotidiano ha raccolto le migliori del 2013 in un libro, pieno dei calembour e sarcasmi familiari ai lettori

Il quotidiano Il Manifesto ha raccolto in un libro di grande formato (in vendita a 18 euro in edicola e online) una scelta di 113 prime pagine del giornale pubblicate nel 2013, intitolata “Buona la prima“. La raccolta è anche un’applicazione per iPad.

Le prime pagine del Manifesto, quasi sempre composte intorno a una grande foto centrale e a una titolazione creativa basata su un gioco di parole, sono diventate popolari e particolarmente riconoscibili da diversi anni. Ne scrive nella postfazione del libro Alberto Piccinini:

Sap­piamo com’è andata: il soli­ta­rio sber­leffo quo­ti­diano dei nostri titoli di prima è stato per anni un esor­ci­smo libe­ra­to­rio con­tro le fin­zioni ideo­lo­gi­che masche­rate da obbiet­ti­vità. Prima, almeno, che i social net­work cam­bias­sero le regole dei media. Oggi il calem­bour è regola, non l’eccezione.

Pren­dete un titolo come «Cac­cia i bom­bar­dieri». Anzi, più slo­gan che titolo. Uno sber­leffo, diver­tente. Come se una mano ano­nima avesse aggiunto a penna quella «i», den­tro uno qual­siasi dei discorsi che vogliono con­vin­cerci dell’ineluttabilità dell’acquisto mul­ti­mi­liar­da­rio dei dan­nati F35. Scrivo que­ste righe pro­prio il giorno in cui al mini­stro della difesa Mauro si imputa la gaffe di com­pa­rire in uno spot pub­bli­ci­ta­rio dell’azienda Loc­kheed, vec­chia conoscenza della nostra sto­ria poli­tica nazio­nale, che gli F35 li costrui­sce pro­prio. Si arrabbia il mini­stro: nello spot c’è finito a sua insa­puta, dice. L’azienda con­ferma (ma è pos­si­bile?). Però le cir­co­stanze sono inte­res­santi. Si cita una frase di Mauro che dice: amare la pace vuol dire aRmare la pace. Bum. Non che il mini­stro ci rubi il mestiere, sapremmo fare di meglio. Ma nulla di nulla è più osceno di un calem­bour del Potere.

Que­sto dice­vano i testi sacri: ogni gioco ver­bale — com’è la sem­plice aggiunta di una let­tera o di una sil­laba a una parola con­su­mata dall’uso — apre al let­tore un campo intero di signi­fi­cati che le stesse parole in gioco, prese sin­go­lar­mente, nep­pure sanno di poter conte­nere. La com­pren­sione di un calem­bour attiva per­ciò un mec­ca­ni­smo di pia­cere. Este­tico (Jacob­son). Libi­di­nale (Freud). Sociale e poli­tico, se il gioco è col­let­tivo come nel caso di un titolo di gior­nale spe­cie quando mira ai ber­sa­gli grossi: i tabù della guerra, della reli­gione, del sesso, del pen­siero unico.

E a quelli pic­coli. Venendo al nostro tea­trino poli­tico Grillo è la «forza nuova», ma Andreotti «omis­sis est». Al pd c’erano un sacco di «amici del gia­guaro», che fine avranno fatto? Letta è a «tre piazze» e la casa (di Arcore) «è chiusa». «L’Irto Colle», nei giorni della rielezione di Napo­li­tano aveva il retro­gu­sto sco­la­stico e d’altri tempi che al per­so­nag­gio si addice. «Col de sac», quel tanto di demodé che non gua­sta. Gli andrà aggiunto certamente quel «Napo­li­ta­ni­stan» più sba­raz­zino e cine­ma­to­gra­fico, di tanta poca fidu­cia per le sorti della nostra demo­cra­zia, tanto che il suf­fisso minac­cia di diven­tare seriale dopo un «Val­su­si­stan» speso a pro­po­sito delle vicende dei No Tav. «Preso per il Colle», a proposito del cupo tra­monto della stella di Ber­sani, è vignet­ti­smo poli­tico. «No gra­zia», che illu­stra una foto di Ber­lu­sconi e Napo­li­tano, una pic­cola cru­deltà.

E aggiunge il testo in quarta di copertina:

Die­tro la prima pagina di un gior­nale, e soprat­tutto die­tro la prima pagina del mani­fe­sto, c’è un misto di inco­scienza, genia­lità, raf­fi­na­tezza, sin­tesi e humour in pro­por­zioni del tutto varia­bili e opi­na­bili, che dipen­dono dalla fatica di quel par­ti­co­lare giorno e dal pri­vi­le­gio di «dire» e «dover dire» qual­cosa ogni volta che si va in stampa. C’è il lavoro di ordi­nare i fatti uno sopra l’altro e di sov­ver­tirli se è giu­sto.

Di sicuro la prima pagina del mani­fe­sto è un pro­dotto arti­gia­nale e non seriale. Se le guardate tutte quante, le potete vedere come un’icona schiac­ciata su un titolo grande e una foto ma in realtà in cia­scuno di quei ret­tan­goli colo­rati tro­ve­rete un det­ta­glio, uno spic­chio di realtà che non ricor­da­vate, un tocco par­ti­co­lare o anche una sba­va­tura che sicu­ra­mente non c’è su nes­sun altro quo­ti­diano ita­liano.

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