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Rivalutare Togliatti

Secondo Francesco Piccolo la sinistra dovrebbe imparare dalla sua "ostinata propensione alla ricerca di una soluzione condivisa", invece di fare gare di purezza ideologica

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Lo scrittore Francesco Piccolo ha spiegato sulla Lettura – inserto culturale del Corriere della Sera – perché, nonostante le molte contraddizioni, ci sono ragioni per considerare Palmiro Togliatti un esempio positivo a cui guardare ancora oggi, quando la sinistra – e non solo – è prima di tutto impegnata a urlare che «Io sono più di sinistra di te».

Sono nato nell’anno in cui Togliatti è morto. I suoi funerali li ho vissuti lo stesso, come capita per quasi tutti gli eventi che non abbiamo potuto vivere in diretta, attraverso un libro o un film — stavolta un film: I sovversivi dei fratelli Taviani, in cui c’è un montaggio tra le immagini reali di quei giorni e la finzione di personaggi che arrivano a Roma per assistere ai grandi funerali. A interpretare Ermanno è Lucio Dalla, che a un certo punto dice a qualcuno «io sono più comunista di te». Una frase rabbiosa e ironica, che però non sa ancora di essere una frase profetica sulla storia dei comunisti da allora fino ai giorni nostri: tutti faranno a gara a chi è più di sinistra, e intanto la storia si muoverà per conto suo. Ho letto di Togliatti nei libri degli scrittori che raccontano le loro vite e i loro incroci con il segretario, lì dove lo nomina la Ginzburg («Io quel Togliatti non lo posso soffrire!», dice il padre nel Lessico famigliare); e poi, sia ne La linea gotica di Ottieri sia nel Memoriale di Volponi, il resoconto autobiografico attraversa il mitico attentato al segretario del Pci, il 14 luglio 1948, quando le pallottole di una calibro 38 lo colpirono alla nuca e alla schiena, quando di conseguenza ci furono tumulti in tutto il Paese (diciassette morti e centinaia di feriti), furono bloccate linee telefoniche e ferroviarie e si ebbe prima la sensazione poi quasi la certezza che stesse per cominciare una guerra civile. Infine si disse che l’Italia la salvò Bartali con la vittoria al Tour, che bloccò sul nascere la rivolta dei comunisti.

In realtà, pur considerando il supporto della gioia patriottica che contribuì ad abbassare l’asticella delle divisioni, fu proprio Togliatti a fermare tutti con un appello che lo collocò per sempre dalla parte della democrazia. Gli bastò dire alla sua gente di stare calma, di non fare pazzie; e la sua gente obbedì. E soprattutto ho rivissuto gli anni di Napoli, quando Togliatti tornò in Italia dopo il lungo esilio a Mosca dai tempi del fascismo, dentro le pagine del Mistero napoletano di Ermanno Rea, lì dove racconta che uno dei suoi protagonisti, Renzo Lapiccerella, non fu scelto dal segretario come suo collaboratore futuro, a favore di Massimo Caprara. Un passaggio che nel romanzo di Rea spinge il gruppo napoletano che ha scelto di raccontare (e di cui faceva parte) ai margini del partito, e perfino ai margini di un futuro felice. I romanzi aiutano a capire gli umori, intanto che la storia cammina a passo svelto, soprattutto nel dopoguerra.

Ma questa facoltà della letteratura, Togliatti non l’accettò mai e cercò fino all’ultimo giorno della sua vita di piegare gli scrittori al consenso politico: si scontrò con Vittorini sulle funzioni del «Politecnico», e quando questi disse che l’intellettuale non deve «suonare il piffero per la Rivoluzione», Togliatti per tutta risposta fece chiudere la rivista più importante del dopoguerra. Al comitato centrale del 1957 attaccherà Calvino, reo di aver scritto un apologo sulla politica: «Il letterato che ha scritto la novelletta, per buttar fango…». Calvino era stato persino sul punto di diventare funzionario del partito e il segretario dei giovani comunisti, Enrico Berlinguer, aveva dovuto avvertirlo: «Se lo fai non ti illudere di poter continuare a scrivere romanzi». Intanto c’era Bilenchi che diceva che come comunista era disposto a seguire le idee di Lenin e Togliatti, ma come scrittore se ne sarebbe vergognato.

(Continua a leggere sul sito della Lettura)

Foto: Palmiro Togliatti a Roma il 14 maggio 1946. (@Archivio Lapresse)

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